Lettera al Direttore “Il Foglio Quotidiano”

Lettera al Direttore

Pubblicata su “Il Foglio Quotidiano” il 22 giugno 2018

Nella nostra vita non siamo mai stati adusi a sparare su persone o partiti in difficoltà ma questa regola aurea cessa quando è in gioco l’interesse nazionale. E’ infatti un interesse della Repubblica avere un sistema politico fatto di partiti che abbiano una vita democratica al proprio interno ed un’autonomia di giudizio e decisioni svincolati da imposizioni esterne. Insomma un partito di donne ed uomini liberi in un Parlamento in cui deputati e senatori siano altrettanto liberi da vincoli di ogni genere. Questa è la democrazia liberale disegnata dalla nostra Carta costituzionale e vissuta da settanta anni di lotte iniziate con la resistenza e continuata contro il terrorismo brigatista e lo stragismo di destra oltre che naturalmente contro tutte le mafie. E’ questo il motivo per cui oggi parliamo del movimento 5 stelle il cui livello autoritario lo abbiamo intravisto e descritto sin dalla sua nascita. Le vicende degli ultimi giorni gettano però un’ulteriore ombra lunga su di un partito che il voto popolare lo ha indicato come il partito di maggioranza relativa. Tralasciamo gli aspetti giudiziari che non ci competono e anche perché chiunque è innocente sino a sentenza passata in giudicato  (lo ricordi il nuovo ministro della giustizia che sembra avere un occhio di riguardo verso una piccola minoranza di magistrati fondamentalisti e fuori dallo spirito e dalla lettera della nostra costituzione).Quel che ci riguarda, invece, è la natura politica del partito di maggioranza relativa alla luce di quel che leggiamo dalle intercettazioni e dalle notizie di cronache. Un partito in cui il leader vero, quello che ha il consenso nel paese e cioè Beppe Grillo, è fuori dal Parlamento e privo di ruoli formali nella vita interna del partito salvo la funzione generica di garante che si trasforma però in vincoli di linea politica e di comportamenti cui devono attenersi i singoli parlamentari e tutti i rappresentanti nelle assemblee elettive. Insomma un ruolo autoritario senza se e senza ma come si usa dire. Da questo garante fuori da ogni controllo democratico il potere si trasferisce ad una società a responsabilità limitata, la Casaleggio Associati, che ha messo al servizio del partito una piattaforma informatica e il cui amministratore delegato è l’esecutore della volontà del sommo garante. Entrambi decidono i ruoli dei singoli parlamentari e dei membri del governo trasferendo gli ordini al cosiddetto capo politico che nella sua dizione di capo evoca un autoritarismo antico sinora sconosciuto nel linguaggio repubblicano. Ma non è finita. Scopriamo ora, e ne siamo sconcertati, che un avvocato genovese, Luca Lanzalone, amico del sommo garante, non solo ha avuto il compito di scrivere lo statuto del partito di stampo leninista approvato senza che un fil di voce si levasse contro, ma è stata inviato a Roma da un lato per commissariare una sindaca eletta che si è lasciato dolcemente commissariare e poi per sovrintendere ad un mare di nomine pubbliche fuori da ogni visibilità democratica e da ogni controllo politico. E non è un caso che mai come ora i parlamentari del Movimento  cinque stelle sono portati ad ubbidir tacendo e tacendo votare. Per dirla in breve il maggior partito del paese ha “esternalizzato” la gestione del potere democratico a personaggi fuori dal partito e fuori dal Parlamento. E se vale, e come vale, la proprietà transitiva, parte rilevante della gestione del potere della Repubblica è stato messo in mani non titolate, prive di ruoli formali e fuori da ogni controllo democratico sostanziale. A tutto ciò si sta, sottovoce, ribellando anche un piccolissimo gruppo di parlamentari grillini. E’ questo, dunque, il vero cambiamento che rischia di mutare nel profondo il profilo della nostra Repubblica avvelenando i pozzi della democrazia cianciando di utopie stellari di un governo della piazza virtuale con un clic personalizzato. Purtroppo si dimentica che in ogni tempo ed in ogni piazza la individualità di ciascuno si diluisce e si massifica in un unico impasto di voci alimentando così l’autoritarismo di tribuni della plebe che a loro volta mettono lentamente in soffitta le pratiche fondamentali della democrazia liberale lasciando spazi sempre maggiori ad interessi oscuri e spesso intollerabili. E’ tempo che il paese nelle sue energie migliori si svegli, che i corpi intermedi ritrovino voce e coraggio, che gli intellettuali di ogni estrazione culturale e politica diano il loro indispensabile contributo ad un pensiero moderno che affondi le proprie radici in quello antico spazzando via il prima possibile ogni forma di autoritarismo strisciante ed ogni aspetto di pressappochismo sciatto e deleterio e che l’informazione rilanci, nella propria diversità, il culto della democrazia rappresentativa che ci è stata consegnata dal sangue dei nostri padri. E’ tempo che tutto questo accada prima che sia troppo tardi.

paolocirinopomicino@gmail.com

In difesa di Mattarella, con un ma

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 30 maggio 2018

Mai come ora l’Italia ha bisogno di calma e di saggezza e la sua classe dirigente, nessuno escluso, deve praticare queste virtù repubblicane. Chi non dovesse farlo, piaccia o no, si pone fuori dal perimetro dell’interesse nazionale e del circuito democratico. Rileggere, infatti, ossessivamente gli ultimi 80 giorni altro non farebbe che esacerbare le diverse opinioni con tutto quel che ne consegue sul piano politico e parlamentare. Inoltre mai come nelle ultime settimane nessuno può scagliare la prima pietra vista la somma di irritualità e di anomalie procedurali che ne hanno costellato il lento scorrere dei giorni. Potremmo enunciarle anche se sono note a tutti, ma nel caso attizzeremmo per primi il fuoco delle polemiche mentre l’unico consiglio di cui far tesoro oggi è rileggere con profondità e acume la nostra carta costituzionale con la sua divisione dei poteri e con i suoi vincoli sulla tutela del risparmio, sul rispetto dei trattati internazionali e sul famosissimo articolo 81 sulla copertura finanziaria per ogni nuova spesa o minore entrata. Nei momenti delicati il ritorno alla lettura della nostra carta costituzionale che ci ha consentito 70 anni di pace, di sviluppo e di crescita civile è d’obbligo. Va da sè che la volontà politica espressa dalla sovranità popolare può metter mano ad ogni cosa ma quel potere va esercitato nell’ambito delle procedure e delle regole vigenti. Per testimoniare ciò che diciamo è utile un piccolo ricordo antico. Nel giugno del 1992 nella lista dei ministri portata al Presidente della repubblica da Giuliano Amato noi eravamo alla guida del ministero del lavoro. Oscar Luigi Scalfaro per motivi squisitamente politici cancellò il nostro nome dopo aver parlato con Giulio Andreotti telefonicamente (sentimmo a viva voce quella dolorosa discussione) senza specificare alcun motivo concreto peraltro inesistente tranne quello di aver avversato la sua salita al Colle. Al nostro posto entrò Vitalone ma appena tre giorni dopo Oscar Luigi Scalfaro era presente al matrimonio di nostra figlia Claudia. Sul piano politico un aneddoto certamente minore ma i comportamenti furono tutti improntati al rispetto con dolore, alla calma ed alla saggezza sapendo che la politica, come diceva Fanfani, ha le sue Pasque e le sue Quaresime. Oggi ogni protagonista di questo scontro istituzionale dovrebbe rileggere tra sè e sè tutti i passaggi delle ultime settimane per comprendere i propri strappi procedurali e la pazienza altrui e se Parigi valeva una messa, un governo poteva valere un ministro. Visto che abbiamo apprezzato come il governo del cambiamento aveva scelto autorevoli personaggi della nostra generazione per attuarlo, quella saggezza e quella capacità di conoscere sè stesso e i propri limiti deve continuare ad ispirare la politica dei prossimi mesi. Chi genera vento raccoglie tempesta e se la politica è ancora intellegibile i presunti vincitori di ieri lo saranno anche domani e se oggi creeranno un caos istituzionale saranno essi stessi a dover sciogliere domani la matassa che vorrebbero ingarbugliare. E il vento del consenso facilmente cambia direzione in particolare in politica allorquando i vincitori invece di diffondere certezze e stabilità dovessero diventare incendiari furibondi.  Un’ultima considerazione sul potere dei mercati finanziari. Noi siamo stati tra i primi, e siamo ancora oggi tra i pochi a denunciare le gravi distorsioni che il capitalismo finanziario genera nell’economia reale e nella coesione sociale delle comunità nazionali ma siamo anche tra quelli che sanno che battaglie  contro quello che definiamo il figlio degenere dell’economia di mercato vanno fatte non con l’anatema e con i colpi di ariete ma con un’offensiva di persuasione verso gli altri Stati, le forze politiche e sociali e verso gli stessi protagonisti di quel capitalismo deteriore offrendo loro convenienze diverse e tali da coinvolgere nel benessere anche i ceti più deboli e più disarmati. Bisogna scalare una montagna di poteri intrecciati e chi sa di montagna sa anche che essa richiede calma, tenacia e coraggio per raggiungere una vetta che sembra irraggiungibile.  Tutte virtù che la politica vera richiede ed impone a chiunque e senza delle quali saremmo solo dinanzi a movimenti scomposti che svanirebbero con la stessa velocità con la quale sono cresciuti.

paolocirinopomicino@gmail.com

La domanda che Di Maio non si fa: perchè molti hanno paura di questo governo?

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 23 maggio 2018

Ha ragione questa volta Luigi Di Maio quando dice che molti hanno paura di un governo del cambiamento ma non si chiede neanche per un momento perché tanto sentimento negativo in Italia e all’estero. Un governo che redige un programma non indicando le linee di fondo della propria azione politica futura ma scendendo nel merito del cosa fare e di come farlo senza però indicare le risorse necessarie, perché non dovrebbe far paura? Chi lascia fuggir dal proprio seno la voce di cassare unitariamente 250 miliardi di euro di debito con la BCE con un contraccolpo immediato sull’affidabilità di un paese con un grande debito come l’Italia perché non dovrebbe aver paura che nelle prossime emissioni dei nostri titoli del debito pubblico i mercati ci chiederanno interessi maggiori accentuando così le nostre difficoltà? Chi prevede di mettere il vincolo di mandato ai parlamentari riducendo così la loro libertà perché non dovrebbe aver paura di un autoritarismo strisciante ricordando, come la storia ci insegna, che chi toglie la libertà ai parlamentari prima o poi la toglie anche al paese? Forze politiche che immaginano di avere un comitato di conciliazione dentro il governo, tra governo e maggioranza e tra governo ed opposizione dimenticando che “il comitato” c’è già ed è il Parlamento della Repubblica con le sue commissioni parlamentari ed il consiglio di gabinetto all’interno del governo perché non dovrebbe far temere che la nostra democrazia liberale stia imboccando il viale del tramonto? Un governo presieduto da un cittadino comune che ancorché colto non ha mai gestito nulla di nulla se non la propria vita e non ha alle sue spalle un solo giorno di legislatura perché non dovrebbe far paura, tanta paura, come ciascuno di noi avrebbe se fosse in un treno guidato a forte velocità non da un macchinista esperto ma da uno studente di legge un po’ fuori di testa? E fa altrettanta paura un professore universitario di diritto privato che accetta un incarico che farebbe tremare i polsi a chiunque abbia una buona esperienza politica con uno spirito goliardico che poco si addice ad un capo di governo! Potremmo continuare per tutte le 39 pagine del contratto di governo ben sapendo che tra il dire ed il fare c’è sempre di mezzo il mare e questa volta il mare sarà procelloso viste le promesse fatte a cuor leggero. Noi tifiamo per l’Italia e quindi per vocazione siamo governativi ma è davvero difficile non aver paura visto e considerato che accanto alla inesperienza del presidente del consiglio c’è una generale inadeguatezza della intera squadra di governo che al momento sembra non avere neanche un membro che abbia una forte esperienza di legislatore eccezion fatta per i due capigruppo della Lega, Giorgetti e Centinaio. Il giovane Di Maio si fa scivolare addosso ogni preoccupazione pensando di esorcizzare le paure del paese con un insieme di parole passe-partout (il cambiamento, l’amico del popolo, il contratto tedesco, prima gli italiani e via di questo passo) e non si accorge che la mancata avvertenza dei rischi e dei pericoli è essa stessa un’altra fonte di paura. Il governo parte ma bisogna alzare il tasso di vigilanza del paese non lasciando passare con facilità un linguaggio criptico e menzognero e sollecitando gli intellettuali a non diventare come la famosa intendenza napoleonica che seguiva acriticamente il vincitore. Bisogna dunque vigilare senza pregiudizi ma anche senza pelose connivenze come spesso abbiamo visto in questi ultimi 25 anni il cui frutto velenoso è proprio la nostra paura di oggi ed il nostro legittimo sconcerto per il futuro.

paolocirinopomicino@gmail.comL

La verità storica e una sentenza che la Cassazione ritiene “logica” ma non “condivisibile”

articolo pubblicato su Il Foglio il 15 maggio 2018

Ben presto verrà il tempo che storici, giornalisti e politici non compromessi con un lontano passato scriveranno parole di verità sugli ultimi venti anni della prima repubblica (qualcuno ha già cominciato a farlo a dire il vero). Allora verranno indicati con nomi e cognomi anche quel gruppo di potere politico, culturale ed internazionale che fu protagonista nella distruzione della politica del tempo partorendo il disastro che oggi pesa sul destino del paese e che è sotto gli occhi di tutti. Di quel gruppo fa parte a pieno titolo Giancarlo Caselli che ancora oggi insiste nel dire che la corte di appello di Palermo ha sentenziato il rapporto con la mafia di Giulio Andreotti sino al 1980 così come confermato anche dalla Cassazione. Bisogna ricordare al vecchio procuratore di Palermo tutto ciò che precedette l’inizio del calvario di Andreotti ed il grumo di interessi che si mosse per appannare l’azione politica della DC e di Andreotti in particolare. Nel settembre del 1989 Andreotti fu avvertito da Falcone che i boss mafiosi del maxi processo in corso a Palermo sarebbero usciti dal carcere per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva. Andreotti d’intesa con Giuliano Vassalli e, guarda caso, anche su spinta di Calogero Mannino, fece varare un decreto legge che raddoppiava dalla sera alla mattina i tempi della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia. A questo decreto legge si oppose uno dei più cari amici di Caselli e suo mentore, Luciano Violante, che fece dichiarazioni di fuoco contro il raddoppio dei termini della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia sostenendo che era giusto che i boss mafiosi portati alla sbarra da Falcone e Borsellino potessero uscire ed essere controllati in altro modo piuttosto che tenerli in galera. Andreotti tenne duro e portò all’approvazione il decreto ed i boss mafiosi furono condannati e la mafia per punizione uccise nel gennaio del 1992 Salvo Lima. Probabilmente Caselli avrà cosa dire di questo atteggiamento fissato negli atti parlamentari del suo amico Violante la cui ombra insiste su tutta la vicenda del 1992-94 come anticipò Gerardo Chiaromonte a noi, a Renato Altissimo ed a Giuliano Amato. Ma andiamo avanti. La stessa sentenza della corte di appello di Palermo che Giancarlo Caselli ricorda sul Fatto Quotidiano non sentenziò mai che Andreotti fosse colluso sino al 1980 con la mafia ma ritenne che quei fatti citati dalla procura non erano ascrivibili alla fattispecie del concorso esterno all’associazione mafiosa perché all’epoca reato inesistente e che erano fatti comunque andati in prescrizione e quindi si astenne dal giudicarli. Al di là delle parole dei magistrati giudicanti però è la logica che fa giustizia vera. È mai possibile che un politico del livello di Andreotti sia mafioso fino al 1980 e poi si converte sulla strada di Damasco e diventa il capo del governo che più ha fatto per colpire la mafia al cuore con il raddoppio della carcerazione preventiva dei mafiosi, con la legge premiale dei pentiti, con lo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa e con la istituzione della procura nazionale antimafia che il gruppo politico-giudiziario guidato da Violante si oppose a che a guidarlo fosse Giovanni Falcone? Dopo circa trent’anni riscopriamo un po’ di serietà. Ultima annotazione sulla sentenza della Cassazione riportata nel nostro ultimo libro, “la Repubblica delle giovani marmotte”. La suprema corte sempre a proposito dei problemi connessi ai fatti prima degli anni ottanta afferma “i rapporti con Lima, i Salvo e con Ciancimino, gli effetti che ne sono derivati, il loro significato ai fini della decisione sono stati descritti e valutati dalla sentenza impugnata (quella della corte di appello di Palermo ndr) sulla base di apprezzamenti di merito espressi in termini logici e conseguenti quindi razionalmente non censurabili. La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito ma non in sede di legittimità”. Insomma la Cassazione dice “la sentenza ha una interpretazione dei fatti al quale può essere contrapposta un’altra interpretazione uguale e contraria di altrettanta forza logica. Poiché siamo in sede di legittimità non posso censurarla ma lo dico lo stesso! Per brevità di spazio ci fermiamo qui pronti ad arricchire con fatti e non con opinioni ma anche con domande inevase una verità da troppo tempo calpestata e vilipesa.

paolocirinopomicino@gmail.com

Seguimi su Twitter!

Categorie

Archivi