Messaggio per la presentazione della pubblicazione sulle popolari

pubblicato da Bancaflash n.175 di aprile 2018

 

Il fascismo del Terzo millennio si trova nelle piazze virtuali

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 10 aprile 2018

Il dramma della inadeguatezza del nostro sistema politico e dei suoi protagonisti è talmente grande da spingere un intellettuale democratico come Sabino Cassese a discutere, anche se criticamente, su di un correttivo della nostra democrazia. Un correttivo che si chiama epistocrazia, cioè il governo dei dotti, una sorta di democrazia del sapere e della conoscenza di cui parla il professore Jason Brennan. Se questa esigenza di superare la progressiva ignoranza politica che caratterizza da qualche tempo le nostre classi dirigenti si impone nella discussione è segno che il problema comincia ad affacciarsi in maniera prepotente anche perché questa decadenza del sapere politico ha fatto scattare un meccanismo di rifiuto di massa come è avvenuto lo scorso 4 marzo quando metà del paese ha respinto l’offerta politica delle cosiddette forze politiche tradizionali. È tipico dei grandi processi della storia il fatto che spesso le popolazioni sanno esattamente ciò che non vogliono più senza ancora avere consapevolezza di ciò che davvero vogliono. E la storia ci insegna che lungo questo percorso di rifiuto di massa ciò che arriva dopo è spesso molto peggio di ciò che si è rifiutato. Ma questa è la lezione della storia che non può però far sottovalutare il rischio immanente della inadeguatezza politica sul terreno della democrazia e della tenuta sociale ed economica del paese. Nella stagione di internet, poi, il rifiuto, così come qualsiasi altra cosa, si propaga in maniera epidemica (non a caso spesso si parla di “virale” per la diffusione di qualcosa sulla rete) e d’improvviso questa nuova comunità internettiana o di Facebook si trasforma in una piazza. Una piazza virtuale ma sempre una piazza vera nella quale le individualità di ciascuno si diluiscono sino a scomparire in quella “moltitudine senza volto” che nella storia ha sempre prodotto guasti, violenza e morte a cominciare dalla scelta di Barabba al posto di Gesù. La piazza è un elemento democratico quando chiede o protesta per qualcosa ma diventa autoritaria quando assume direttamente o indirettamente il ruolo di governo. Nei paesi autoritari non a caso le piazze osannano i governanti laddove nelle democrazie vere le piazze protestano. Ecco dunque l’altro rischio, quello cioè che la inadeguatezza politica ci porti al dominio della piazza e quindi dei demagoghi. Spiace dirlo ma è quello che è accaduto nelle ultime elezioni politiche nelle quali la piazza ha riassunto in sè il governo del paese tanto che a distanza di quasi due mesi la liturgia della piazza e della rete conserva intatta la propria forza. Detto questo, però, le tesi del professore Jason Brennan della Georgetown University in ordine al correttivo epistocratico della democrazia giustamente criticato dallo stesso Sabino Cassese non è una cosa nuova nella storia dell’umanità e presenta più svantaggi che vantaggi. Il suffragio universale è un elemento ormai non più discutibile nelle democrazie moderne anche perchè oggi giustamente è ancora una aspirazione di larga parte della popolazione mondiale e d’altro canto il governo delle competenze è un errore culturale gravissimo rievocando le camere dei fasci e delle corporazioni. Diceva Guido Carli che il governo dei tecnici o era una illusione o era una eversione rispetto al governo della politica. La competenza di cui oggi l’Italia è affamata è infatti proprio la competenza politica, la capacità, cioè, di avere una visione generale della società in grado di ricomporre interessi e bisogni, limandone le asperità di ciascuno, in un solo progetto nel quale la maggior parte di un paese si possa riconoscere. Questa “competenza” non la si apprende sui libri anche se la cultura ne è una delle precondizioni per la sua acquisizione ma nasce da una passione che può giungere sino al sacrificio della vita e da una esperienza di tipo pubblico ovunque la si faccia. Strumento essenziale nel passato sono stati i partiti, i loro organi e le loro articolazioni collegiali e continuano ad esserlo in larga parte delle democrazie. Ma i partiti per esser tali hanno bisogno di una cultura di riferimento, di una identità e di una vita democratica al proprio interno in cui la libertà di pensiero e la disciplina di partito siano due facce della stessa medaglia. Da 25 anni tutto questo è largamente smarrito con partiti personalizzati nei quali la collegialità è solo il ricordo dei nonni. Tutto ciò porta lentamente a far crescere la malapianta dell’autoritarismo che cambia vestito a secondo delle stagioni ma basterebbe leggere gli statuti delle forze politiche oggi in campo nel nostro paese per capire quanto sia drammaticamente vero ciò che denunciamo. Lasciamo da parte allora Le fantasie “epistocratiche” e i governi delle competenze e cerchiamo invece di rivitalizzare quel sistema di partiti che sono pessimi protagonisti della vita politica ma, parafrasando il vecchio proverbio inglese, nessuno ne ha inventato altri migliori. Per farlo diventa urgente far vivere l’articolo 39 della costituzione sulla disciplina democratica dei partiti ed una offensiva culturale capace di spazzar via la forza di quelle moltitudini senza volto delle piazze virtuali di cui vagheggia Casaleggio ritenendole le nuove frontiere della democrazia mentre altro non sono ahimè che le nuove forme dell’autoritarismo del terzo millennio. 

paolocirinopomicino@gmail.com

Quale sarà la vera prova del fuoco per il dolce tandem Di Maio-Salvini

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 30 marzo 2018

Tutto ciò che è clamoroso, in politica come in economia, non esiste, diceva un vecchio saggio che ne aveva visto di cotte e di crude. Ed in verità la storia non solo del nostro paese gli dà largamente ragione. Ultimo esempio drammatico è stata la primavera araba che pensando di costruire un nuovo ordine o è sfociato in un autoritarismo militare (vedi Egitto) o in una anarchia tribale (Libia). Tornando a casa nostra, da Achille Lauro al separatismo siciliano, da Guglielmo Giannini al primo exploit della lega di Bossi con la sua secessione sempre annunciata e mai nemmeno tentata, dall’ultimo alla Margherita, fenomeni clamorosi cresciuti in brevissimo tempo son finiti sempre per esaurirsi in un tempo breve che in politica può anche durare una o due legislature. Qualche volta quel fenomeno clamoroso resiste per un tempo significativo se si incarna in maniera inscindibile in una persona finito la quale, però, tutto evapora. Il perché di questa vita breve dei fenomeni clamorosi in politica è presto detto. Un partito politico ha bisogno di avere un pensiero politico alle sue spalle, una elaborazione critica delle vulgate correnti ed una militanza attiva attraverso la quale si forma una vera classe dirigente. Tutto ciò non potrà mai avvenire nello spazio di qualche anno ma ha bisogno di un tempo lungo nel quale il cambiamento spesso invocato possa trasformarsi in una proposta compiuta ed includente, cioè l’esatto contrario di ciò che alimenta il fenomeno clamoroso e cioè il rifiuto di ciò che esiste senza sapere ancora ciò che si vuole. Questo ragionamento ci veniva suggerito dall’esito del voto del 4 marzo e dalla vittoria clamorosa del movimento cinque stelle che in poco meno di cinque anni è passato da zero ad essere il primo partito con tassi di consenso tipico dei grandi partiti popolari del novecento, la democrazia cristiana e il partito comunista. Siamo dunque dinanzi ad un classico fenomeno clamoroso cui si aggiunge una buona crescita della lega di Salvini che dopo 25 anni dalla sua nascita tocca il 17% dei voti e diventa il partito guida di una coalizione di diversi che hanno però alle spalle anni ed anni di collaborazione governativa a livello locale e nazionale. Il successo leghista dunque non ha le caratteristiche del “fenomeno clamoroso” ma testimonia solo un tentativo intelligente di trasformare un fenomeno pluriregionale in un partito nazionale. Detto questo va subito registrato il successo parlamentare di entrambi i leader dei due partiti, Di Maio e Salvini, che hanno insieme capito a tambur battente che il “nuovo” poteva naufragare subito se il parlamento si fosse impantanato nei veti incrociati durante la elezione dei due presidenti delle Camere. Alla prima prova, dunque, Di Maio e Salvini si sono mossi all’insegna della saggezza e della moderazione costruttiva. In verità più il secondo che il primo per la più lunga esperienza parlamentare e di partito che aveva. Le prove più difficili però sono ancora tutte da venire, prima fra tutte la formazione di un governo credibile con una operazione di verità. Un governo Lega-5stelle appare insostenibile ai più essendo i due partiti collocati dall’opinione pubblica su due sponde diverse alternative tra loro. Noi siamo convinti del contrario. Mentre la Lega ha un chiaro profilo di un partito di destra, i 5 stelle non sono un partito di sinistra. Il linguaggio spesso truculento e rissoso, un comportamento nelle aule parlamentari del tutto diverso dalla tradizione di sinistra e più simile a quello monarchico meridionale o a quello dei missini degli anni cinquanta, la organizzazione del proprio modello intorno ad una società che gestisce l’anima del movimento, son tutte peculiarità lontane non solo dalla prassi e dalla cultura della sinistra democratica ma anche da quella comunista. Grillo ha ragione quando dice scherzando che il movimento è un po’ DC, un po’ di destra e un po’ di sinistra, perché al momento esso è l’insieme di un sentimento popolare unito solo dal rifiuto dell’esistente mentre pochissimi di loro sposano la visione utopistica di una democrazia diretta che superi tutti i corpi intermedi presenti in una società moderna. Piaccia o no, quando chi governa, o spera di governare, in un rapporto diretto con il popolo in cui ognuno vale uno, inevitabilmente sfocia in un autoritarismo antico quanto il cucco e dove l’unica novità è il mezzo di persuasione di massa (internet, Facebook, blockchain e via di questo passo). Questa è la sfida più grande che il movimento 5 stelle ha dinanzi a sè perché quel gran rifiuto dell’esistente che gli ha dato il consenso deve diventare un’adesione non solo ad una proposta di governo ma anche ad un pensiero politico guidato da una visione diversa del paese. Di Maio e Salvini, dunque, possono anche fare un governo insieme a termine per iniziare a riordinare ciò che è stato disorganizzato in questi 25 anni, dalla legge elettorale alle regole tra pubblico e privato in economia, dagli enti locali alla pubblica amministrazione, perché ad oggi sono molto più vicini di quanto essi stessi possano pensare ma hanno bisogno entrambi di lavorare sul piano culturale per darsi un profilo ancora inesistente. Lo stesso ammonimento vale per le altre due forze politiche, il PD e Forza Italia. Il forte personalismo che ha caratterizzato entrambe ha lentamente annacquato il pensiero politico del primo e non ha fatto crescere un pensiero politico del secondo sulle radici liberali che pure venivano invocate e quando scompare un pensiero politico difficilmente può crescere una classe dirigente capace di dare poi continuità e brillantezza ad un partito. Spesso la politica può anche vincere la forza dei numeri avversi ed è ciò che abbiamo tentato invano di spiegare in questi giorni nei vari talkshow a parlamentari di un PD che confondeva la politica con l’immobilismo non dando, così, segno di sè in quella delicata operazione di avvio della vita delle Camere che è stato, invece, il battesimo positivo dei nuovi per giudicare definitivamente i quali c’è solo bisogno di tempo anche se il buongiorno si vede dal mattino come dice il proverbio. Ad essi, però, un suggerimento va dato ricordando che nella vita politica c’è una opposizione dura che va oltre i partiti ed è la realtà con la quale prima o poi si fanno i conti. Quei conti torneranno se chi governa avrà sempre la consapevolezza di governare un paese intero pur avendo il consenso soltanto di una minoranza. 

paolocirinopomicino@gmail.com

Niente trabocchetti, i due presidenti bisogna sceglierli senza fare scherzi

intervista pubblicata su Il Fatto Quotidiano il 22 marzo 2018


 

Seguimi su Twitter!

Categorie

Archivi