La verità storica e una sentenza che la Cassazione ritiene “logica” ma non “condivisibile”

articolo pubblicato su Il Foglio il 15 maggio 2018

Ben presto verrà il tempo che storici, giornalisti e politici non compromessi con un lontano passato scriveranno parole di verità sugli ultimi venti anni della prima repubblica (qualcuno ha già cominciato a farlo a dire il vero). Allora verranno indicati con nomi e cognomi anche quel gruppo di potere politico, culturale ed internazionale che fu protagonista nella distruzione della politica del tempo partorendo il disastro che oggi pesa sul destino del paese e che è sotto gli occhi di tutti. Di quel gruppo fa parte a pieno titolo Giancarlo Caselli che ancora oggi insiste nel dire che la corte di appello di Palermo ha sentenziato il rapporto con la mafia di Giulio Andreotti sino al 1980 così come confermato anche dalla Cassazione. Bisogna ricordare al vecchio procuratore di Palermo tutto ciò che precedette l’inizio del calvario di Andreotti ed il grumo di interessi che si mosse per appannare l’azione politica della DC e di Andreotti in particolare. Nel settembre del 1989 Andreotti fu avvertito da Falcone che i boss mafiosi del maxi processo in corso a Palermo sarebbero usciti dal carcere per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva. Andreotti d’intesa con Giuliano Vassalli e, guarda caso, anche su spinta di Calogero Mannino, fece varare un decreto legge che raddoppiava dalla sera alla mattina i tempi della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia. A questo decreto legge si oppose uno dei più cari amici di Caselli e suo mentore, Luciano Violante, che fece dichiarazioni di fuoco contro il raddoppio dei termini della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia sostenendo che era giusto che i boss mafiosi portati alla sbarra da Falcone e Borsellino potessero uscire ed essere controllati in altro modo piuttosto che tenerli in galera. Andreotti tenne duro e portò all’approvazione il decreto ed i boss mafiosi furono condannati e la mafia per punizione uccise nel gennaio del 1992 Salvo Lima. Probabilmente Caselli avrà cosa dire di questo atteggiamento fissato negli atti parlamentari del suo amico Violante la cui ombra insiste su tutta la vicenda del 1992-94 come anticipò Gerardo Chiaromonte a noi, a Renato Altissimo ed a Giuliano Amato. Ma andiamo avanti. La stessa sentenza della corte di appello di Palermo che Giancarlo Caselli ricorda sul Fatto Quotidiano non sentenziò mai che Andreotti fosse colluso sino al 1980 con la mafia ma ritenne che quei fatti citati dalla procura non erano ascrivibili alla fattispecie del concorso esterno all’associazione mafiosa perché all’epoca reato inesistente e che erano fatti comunque andati in prescrizione e quindi si astenne dal giudicarli. Al di là delle parole dei magistrati giudicanti però è la logica che fa giustizia vera. È mai possibile che un politico del livello di Andreotti sia mafioso fino al 1980 e poi si converte sulla strada di Damasco e diventa il capo del governo che più ha fatto per colpire la mafia al cuore con il raddoppio della carcerazione preventiva dei mafiosi, con la legge premiale dei pentiti, con lo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa e con la istituzione della procura nazionale antimafia che il gruppo politico-giudiziario guidato da Violante si oppose a che a guidarlo fosse Giovanni Falcone? Dopo circa trent’anni riscopriamo un po’ di serietà. Ultima annotazione sulla sentenza della Cassazione riportata nel nostro ultimo libro, “la Repubblica delle giovani marmotte”. La suprema corte sempre a proposito dei problemi connessi ai fatti prima degli anni ottanta afferma “i rapporti con Lima, i Salvo e con Ciancimino, gli effetti che ne sono derivati, il loro significato ai fini della decisione sono stati descritti e valutati dalla sentenza impugnata (quella della corte di appello di Palermo ndr) sulla base di apprezzamenti di merito espressi in termini logici e conseguenti quindi razionalmente non censurabili. La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito ma non in sede di legittimità”. Insomma la Cassazione dice “la sentenza ha una interpretazione dei fatti al quale può essere contrapposta un’altra interpretazione uguale e contraria di altrettanta forza logica. Poiché siamo in sede di legittimità non posso censurarla ma lo dico lo stesso! Per brevità di spazio ci fermiamo qui pronti ad arricchire con fatti e non con opinioni ma anche con domande inevase una verità da troppo tempo calpestata e vilipesa.

paolocirinopomicino@gmail.com

Lo Stato telefonista non è la fine del mondo, ma un nuovo inizio

Pubblicato su Il Foglio martedì 8 maggio 2018

Dopo quasi 25 anni di silenzio colpevole finalmente lo Stato italiano ha dato un segnale forte nella giusta direzione, quello di poter giocare sul mercato azionario a tutela degli interessi nazionali. Ci riferiamo all’intervento della Cassa depositi e prestiti che con il suo quasi 5% di Tim-Telecom ha consentito la vittoria in assemblea della lista capeggiata dal fondo Elliot contro quella di Vivendi rappresentata dal noto Bolloré da tempo uno degli strateghi della discesa del capitalismo francese in Italia senza alcuna reciprocità. Un segnale è solo una rondine che, come si sa, non annuncia la primavera. In 25 anni l’Italia è stata saccheggiata di tutte le sue eccellenze in quasi tutti i settori produttivi spesso con l’ausilio dei rappresentanti di quell’antico salotto un tempo definito il salotto buono del capitalismo italiano. Dal credito alla siderurgia dalla farmaceutica all’alimentare, dalla grande distribuzione all’elettricità, dalla chimica alle telecomunicazioni, dalla Pirelli all’industrie a tecnologia avanzata(Avio), è stato una crescente spoliazione del Paese di tutte le eccellenze produttive eccezion fatte per quelle garantire da alcune famiglie come Ferrero, Benetton Del Vecchio ed altre di medie dimensioni. Questo processo è stato sostenuto da un pensiero unico per il quale lo Stato doveva ritirarsi dall’economia reale lasciando per sé l’unico ruolo di regolatore dei mercati. Questa tesi fondata sul liberismo classico in realtà non veniva sposata dalle altra grandi democrazie europee a cominciare dalla Germania e dalla Francia. Questi paesi da nessuno al mondo sono definiti paesi dirigisti eppure mantengono nelle proprie mani presenze rilevanti nelle economie nazionali come abbiamo sperimentato spesso proprio a nostre spese. Se a tutto ciò si aggiunge che nella stagione della globalizzazione cresce il protagonismo dei fondi sovrani pubblici dell’oriente del pianeta e quello dell’industria finanziaria i cui guasti molti non vogliono ancora vedere, diventa essenziale per gli Stati nazionali di mantenere nelle proprie mani alcuni strumenti pubblici di mercato per non essere, alla fine della giostra, staterelli sbattuti a destra e a manca, dai mercati finanziari e da altri capitalismi pubblici nazionali. Non sappiamo se la nuova presenza della cassa depositi e prestiti nell’azionariato della Tim-Telecom sia solo un dato occasionale o, come speriamo, un cambio di strategia ma quel che sappiamo è che per le cose appena accennate va previsto una presenza dello Stato nella economia reale ricordando che il mercato è neutrale rispetto alla natura della proprietà aziendali. Speriamo che questo segnale possa dare corso ad un nuovo inizio cominciando ad essere attenti al destino delle Generali cogliendo l’occasione della discesa della partecipazione azionaria di Mediobanca, oggi il suo primo azionista. La lenta crescita di alcuni soci italiani nelle Generali come Caltagirone e del Vecchio va aiutata anche con una presenza significativa della Cassa depositi e prestiti o delle poste italiane, altro player pubblico che potrebbe svolgere funzioni importanti in settori dove già è presente come le assicurazioni ed il risparmio gestito. L’Italia deve riprendere un ruolo pubblico nell’economia reale auspicando che i nostri amici liberisti sappiano essere anche liberali apprezzando un ruolo pubblico di minoranza nel rispetto delle regole del mercato. I fondamentalisti, come ormai tutti sanno, di qualunque credo religioso, economico o filosofico producono solo mostri distruttivi del bene comune e di guasti in questi 25 anni ne abbiamo già visti molti, forse troppi.

Intervista di Andrea Tempestini a Paolo Cirino Pomicino “Imporrà la sua decisione, è cambiata la democrazia”

Pubblicato su “Libero” il 7 maggio 2018

La lettera al Corriere di Di Maio e le basi mancanti di una cultura politica

articolo pubblicato su Il Foglio il 2 maggio 2018

L’arroganza, come ci insegna la storia della umanità, cammina sempre con l’ignoranza, la sua sorella gemella, e la lunga lettera di Di Maio al corriere lo dimostra in maniera quasi scolastica. In quella lettera il “Capo politico” dei cinque stelle fa un appello al PD che comincia con una crassa bugia, e cioè la coerenza tra ciò che il suo movimento ha detto in campagna elettorale e ciò che ha detto subito dopo il 4 marzo. Una bugia talmente scoperta da far sorridere dinanzi ad un’arroganza di chi ritiene che quanti leggono abbiano l’anello al naso. Tanto per fare subito un esempio della “coerenza” del movimento, il Capo politico fa finta di dimenticare che lo scorso anno il gruppo parlamentare 5 stelle fece propria una proposta di iniziativa popolare in cui si diceva che l’Italia doveva uscire dalla NATO costringendo la commissione Esteri della Camera a votarla respingendola naturalmente e a trasferirla poi in aula dove si fermò. Come è noto, in campagna elettorale, Luigi Di Maio, dopo gli opportuni contatti, abbandonò questa idea malsana a testimonianza di una affidabilità simile a quella di una foglia al vento. Ma l’arroganza, come dicevamo, si accompagna sempre all’ignoranza. Dice il nostro “Capo politico” che il contratto alla tedesca è qualcosa di diverso di una alleanza che prevede solo uno scambio di poltrone. Non so dove abbia letto o sentito il nostro questa sciocchezza, forse nella cara ed industriosa cittadina di Pomigliano d’Arco sua fonte battesimale che nel passato non troppo lontano aveva, però, una cultura operaia di grande respiro politico in netto contrasto con le sciocchezzuole del giovane Luigi. Ma come può pensare “il capo politico” che quanti leggono non sappiano che il contratto alla tedesca, come lo chiama lui, altro non è che il secondo tempo di un processo iniziatosi con la decisione di una alleanza e proseguito dopo con la messa a punto di un programma condiviso? Forse va ricordato al buon Luigi come la Merkel discusse prima con i liberali ed i Verdi un’alleanza politica e una volta dimostrata la non praticabilità, certo non perché uno dei due partiti minori volevano troppe poltrone ma per diversità programmatiche, si rivolse ai socialdemocratici con l’aiuto del presidente della repubblica, il socialdemocratico Frank Walter Steinmeier. Può darsi che queste cose il gruppo dirigente non le sappia e qualcuno teneramente li giustifica dicendo “so’ ragazzi” ma i ragazzi non dovrebbero immaginare di guidare una grande democrazia come quella italiana. E che dire della identità del movimento 5stelle rivendicata dal suo Capo politico! L’identità politica, secondo il nostro, è data dal ruolo centrale del parlamento che i cinque stelle rivendicano. Ma in questi settant’anni c’è stato qualche partito che non abbia ritenuto centrale il ruolo del parlamento? E come si concilia la centralità del parlamento con la riduzione delle libertà dei propri parlamentari praticata dai 5stelle sotto tutti i profili, dalla libertà di pensiero a quella economica minacciando addirittura di sanzioni fino alla espulsione chi la dovesse pensare diversamente dal verbo del Capo politico e del suo Santone? Un parlamento è libero se i parlamentari sono liberi, diversamente saremo nella brutta copia della già brutta Duma russa. Ma l’arroganza di quell’appello sta nel fatto di chiedere di fare un “contratto di governo” a quanti fino a tre mesi prima erano definiti con gli epiteti più vergognosi e più irritanti (ladri, mafiosi, con le mani sporche di sangue e via di questo passo) senza neanche chiedere scusa per quegli eccessi intollerabili in qualunque forza politica che voglia ritenersi forza di governo. Quelli che scrivono le lettere a Di Maio dovrebbero essere molto più attenti al rispetto della storia e dell’intelligenza altrui e se invece questa lettera è farina del suo sacco bisognerà che “Il Capo politico” torni a scuola, almeno a quella serale non tanto per imparare l’uso dei congiuntivi e la geografia politica ma innanzitutto per apprendere la grammatica politica senza della quale un corpaccione elettorale urla e strepita come un piccolo partito extra parlamentare verso il quale la democrazia politica deve esercitare solo la pazienza sapendo che quelle urla prima o poi si andranno a spegnere. Il dramma democratico che il paese sta vivendo è sotto gli occhi di tutti con il maggiore partito figlio di residui di culture scomparse come dice lo stesso Grillo e totalmente sprovveduto ai compiti che si addicono al partito di maggioranza relativa. La cosa che lascia sconcertati è l’adesione acritica di molti intellettuali di sinistra che pensano di scambiare il movimento di Grillo-Casaleggio in un partito di sinistra piuttosto che vedere il suo profilo autoritario e di destra. Ma questa è una cosa che purtroppo si ripete nella storia politica del nostro paese. 

paolocirinopomicino@gmail.com

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