Una deposizione superflua sulla Trattativa e una lezione sul caso Consip

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 20 giugno 2017

Quest’oggi parliamo di due episodi tra il tragico ed il comico avvenuti nel difficile pianeta giustizia. Il primo ci riguarda personalmente in quanto alcuni giorni or sono siamo stati chiamati come persona informata dei fatti dalla difesa del senatore Mancino nel processo per la trattativa Stato-mafia. La nostra testimonianza verteva solo su di un punto e cioè il trasferimento dell’allora ministro Scotti dagli Interni agli Esteri. Abbiamo raccontato ai giudici ciò che peraltro avevamo scritto nel dettaglio nel nostro primo libro nel lontano duemila e cioè che Scotti spiegò alla segreteria della DC che il ministro dell’interno non poteva svolgere il proprio compito senza lo scudo dell’immunità e pertanto non si poteva dimettere da deputato. La risposta fu quella più naturale e cioè “non fare il ministro dell’interno e vai agli Esteri”. Cosa che Scotti fece, salvo a dimettersi poco dopo per finta contando sul fatto che il presidente del consiglio Amato avrebbe respinto le dimissioni. Questo tentativo di sfuggire a quella nuova sciocchezza per cui il ministro non doveva più essere deputato non riuscì e Scotti, per la levata di scudi di Scalfaro e Forlani, dimessosi per finta si trovò fuori dal governo ma restò deputato come peraltro voleva. Raccontammo questo episodio vissuto direttamente in alcuni fasi e andammo via. Siamo stati avvertiti poi che i pubblici ministeri vorrebbero fare un confronto tra noi, Scotti ed Amato e ci è venuto un po’ da sorridere, sempre con rispetto naturalmente, perché forse non abbiamo ricordato ai pubblici ministeri che in realtà la procura già conosceva questa storia. Infatti il 27/6/2012, e cioè un anno prima che cominciasse il processo, inviammo una email al dr Ingroia che istruiva l’accusa con l’articolo pubblicato proprio su queste colonne dal titolo “romanzo di una trattativa”. In quel testo c’era, parola per parola, la testimonianza che poi abbiamo dato nel processo. Se mai ci fosse stata una discordanza con le dichiarazioni di Scotti i Pm avrebbero dovuto chiedere a quest’ultimo alcune delucidazioni. Forse quella mai non fu mai consegnata all’ufficio e meno che meno al collegio? Morale della favola: dinanzi a cose così chiare scritte in epoche non sospette il dubbio serve la verità o solo l’allungamento del tempo di un processo che non sembra abbia colto la sostanza di quella stagione? Ai lettori il giudizio. Secondo episodio. Da quasi tre mesi è in carcere Alfredo Romeo imprenditore apprezzato professionalmente da tutti. Romeo è in carcere perché tal Gasparri, dirigente generale della Consip, ha dichiarato di aver avuto in diversi anni centomila euro non per manipolare le gare quanto per cercare di capire se per caso in quella struttura ci fosse un cartello che penalizzasse la concorrenza. Romeo nega di aver dato queste somme e la guardia di finanza non ha trovato alcuna traccia del denaro. Ma c’è di più! Circa un anno fa Romeo fece una denunzia circostanziata su alcune presunte irregolarità esistenti a suo giudizio su diverse gare vinte da un gruppo di imprese sponsorizzate da autorevoli senatori inviando l’esposto oltre che alla Consip anche all’autorità anticorruzione (Cantone) ed all’antitrust. In un anno nessuna autorità si è mossa in un senso o nell’altro e solo dopo un lungo articolo uscito sull’espresso gli uomini di Cantone hanno detto che davvero c’erano le irregolarità denunciate da Romeo ed hanno iniziato una inchiesta. Non ci fa velo l’amicizia per Romeo per dire che se uno denuncia irregolarità nella Consip difficilmente ha corrotto la stessa Consip la quale a sua volta ha ritenuto di dover perseguire il Romeo al TAR ed al Consiglio di Stato per non aggiudicargli una gara vinta del valore di 250 milioni. Noi non siamo né Pm né avvocati ma solo persone di buon senso e ci appare davvero incredibile che si corrompa qualcuno che poi si denuncia a tutte le autorità preposte. Può darsi che a noi sfugga qualcosa pur avendo letto molti atti e molte ricostruzioni dettagliate fatte da organi di stampa ma perché tenere in carcere una persona senza un riscontro certo ed in particolare dopo che la stessa ottima procura di Roma ha scoperto gravi manipolazioni nelle prime fasi di indagini a Napoli sotto la guida del noto anglofilo John Woodkook? La Cassazione ha colto qualche contraddizione ed ha annullata l’ordinanza cautelare rinviando il tutto ad altra sezione del riesame. Ma la chicca finale è degna di Pirandello. Chi ha denunciato irregolarità confermate, peraltro, dall’Anac di Cantone è stato arrestato e la sua azienda esclusa dalle gare mentre quel gruppo di aziende a carico delle quali Cantone ha trovato irregolarità hanno la strada spianata per assumere ormai da sole, incarichi miliardari. Una storia degna davvero del grande Pirandello. Non vorremmo ora che il messaggio che passasse fosse un messaggio perverso e cioè “non denunciate mai nessuno perché sarete denunciati”. Oltretutto nostro Signore disse il contrario “non giudicate perché come giudicherete così sarete giudicati”. E il caro Gesù lo diceva a tutti, magistrati compresi. Finalmente i vertici Consip si sono dimessi e la speranza è che nel prossimo futuro, insieme alla verità, si salvaguardino le migliaia di lavoratori in ansia.

paolocirinopomicino@gmail.com

Così l’occidente può evitare di trasformare la finanza in un veleno

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 13 giugno 2017

Il titolo con il quale il Foglio ha ricordato la lezione di Aleksandr Solgenitsin nel giugno del 1978 nella Harvard University si attaglia benissimo a ciò che stiamo vivendo in Italia e nell’intero pianeta. Il mondo in frantumi è il titolo di cui parliamo e mai come ora quel titolo sembra la fotografia del momento. I fatti lo testimoniano. La crisi del medioriente con guerre infinite e terrorismi religiosi ed irredentisti nell’area che va dal Tigri all’Eufrate  e che comprende Iraq, Siria, Turchia, Iran e Afganistan; le tensioni etniche tra sunniti, sciiti e curdi, il duro confronto iniziato da qualche settimana tra l’Arabia e gli emirati del golfo contro il Qatar, la crisi della Libia sprofondata nello scontro tribale e divenuta la porta attraverso la quale masse ingenti di popolazioni fuggono dalla guerra e dalle violenze in Nigeria, nel Ciad e nelle regioni limitrofe dove regna il terrore di Boko Haram con la speranza di arrivare in Europa, le difficoltà crescenti dell’Egitto, stretto tra una dittatura militare e il fiume carsico di un terrorismo fondamentalista sono le questioni incendiarie che più di ogni altra cosa evidenziano le sofferenze del mondo e l’impotenza delle grandi potenze a trovare quel bandolo per dipanare una matassa ingrovigliata di interessi energetici, economici, territoriali e religiosi. Inoltre l’intero mondo occidentale che nel novecento seppe arginare e distruggere terribili dittature alimentate da folli culture illiberali ed omicide oggi soffre di un mal sottile la cui natura sembra non essere avvertita nella sua natura né dalla classe dirigente né dai cosiddetti movimenti populistici ed i cui effetti sono disuguaglianze intollerabili ed inesistenti sino a venticinque anni fa. Non siamo così ingenui da non comprendere che parte della classe dirigente è complice di quel mal sottile che produce da tempo ricchezze elitarie inimmaginabili e grandi povertà di massa. Il famoso ceto medio si è progressivamente impoverito su entrambe le sponde dell’Atlantico ed assiste impotente e rabbioso alla inconsistenza politica delle elites che governano i paesi. I frutti di quella rabbia si vedono negli Stati Uniti (Trump) ma anche in Europa con i podemos spagnoli, la sinistra radicale di Syriza in Grecia e con i tanti movimenti nazionalisti nell’Europa centrale e dell’est. Ma cosa è mai questo mal sottile che erode la coesione sociale delle nazioni spingendole verso una rovinosa implosione? Molti accusano una disordinata globalizzazione, altri la moneta unica europea sognando un eldorado nazionalista, altri ancora una inadeguatezza dei governi o almeno di alcuni di essi e così via. Invece il cuore di quel mal sottile che sta erodendo il contratto sociale sul quale si sono sviluppate le grandi democrazie occidentali negli ultimi due secoli è il capitalismo finanziario. Una sorta di figlio degenere dell’economia di mercato per difendere la quale negli anni settanta ed ottanta in Italia ed in Germania molti dirigenti politici hanno perso la vita. Il capitalismo finanziario è quello che ha trasformato la finanza da necessaria infrastruttura della produzione in una industria a sè stante nella quale la materia prima son quattrini e il prodotto son più quattrini il tutto al di sopra del ciclo produttivo di beni e servizi. Indicatori sensibili di questa distorsione finanziaria sta nella quantità di prodotti derivati il cui valore oggi è stimato in 650 mila miliardi di dollari, circa dieci volte il pil mondiale. Non può sfuggire a nessuno che il prorompente uso finanziario del capitale affanna l’economia reale e di conseguenza mina la crescita dell’economia ma più ancora impedisce una redistribuzione più equa e tollerabile della ricchezza prodotta. Nel Word Economic Forum è stato autorevolmente confermato che l’1% della popolazione mondiale ha il 50% della ricchezza del pianeta e la forbice continua inesorabilmente a crescere. Chi sono quei folli che pensano che continuando in questa direzione il mondo possa pacificarsi e prosperare? Attenti, però! Sul banco degli accusati questa volta non c’è l’avidità della borghesia mercantile e professionale o dell’aristocrazia indifferente alle sofferenze delle plebi. Questa volta la mancata redistribuzione della ricchezza è insita nella natura stessa della enorme ricchezza finanziaria che toglie valore al commercio, alla produzione e naturalmente al lavoro. La produzione di beni e servizi può essere redistribuita e crea occupazione anche con la innovazione tecnologica che cambia i profili professionali dislocando le masse occupate in funzioni diverse ma come si fa a redistribuire la ricchezza finanziaria la cui produzione è fuori dal ciclo produttivo? Alcuni grandi finanzieri così come alcuni premi Nobel hanno intravisto questa strada rovinosa e l’hanno denunciata ma la politica stenta a vederla e quindi non si pone l’antica domanda del che fare. Giuliano Ferrara sente e avverte questa difficoltà nei suoi articoli contro la superficialità spesso cretinesca dei movimenti populistici e protestatari ma quella rabbia non si sconfigge con la scomunica o, peggio ancora, con gli uomini solo al comando che, guarda caso, è spesso l’obiettivo inconsapevole di quegli stessi movimenti protestatari come ci ha insegnato da sempre la storia dell’umanità. Quel mal sottile lo si sconfigge con un pensiero forte ed una elaborazione alta che metta al centro dell’azione politica una grande riforma dei mercati finanziari che non dovrà limitare la libertà dell’economia di mercato, anzi, ma vietare o rendere non conveniente l’uso finanziario del capitale rispetto al suo uso produttivo con politiche normative e fiscali che possano offrire, oggi e non domani, migliori opportunità all’investimento nella economia reale. Bisogna vietare ad esempio la diffusione di prodotti finanziari che abbiano come sottostanti le materie prime che sono la vita del mondo ed impedire la distribuzione di altri prodotti ingegnerizzati al mondo dei piccoli risparmiatori attraverso il mercato retail bancario limitando così la distribuzione solo agli investitori istituzionali. Non faremo certo l’elenco di come regolamentare in maniera diversa i mercati finanziari ma l’imperativo fondamentale resta quello di rafforzare l’economia reale che produce quei beni e servizi la cui diffusione garantisce il benessere delle popolazioni riducendo le disuguaglianze sociali e di ricondurre la finanza al ruolo di infrastruttura della produzione. Noi apparteniamo a quella cultura che ha difeso la legittimità del profitto come garanzia delle libertà personali e collettive, ma il profitto irragionevole è altra cosa, è figlio di quella speculazione che ammazza l’economia reale e inietta veleno nelle società nazionali alimentando disuguaglianze davvero non più sopportabili. È questa la sfida madre del terzo millennio per l’Occidente che non si avvede, tra l’altro, che tutto ciò che abbiamo descritto sta invertendo l’asse del potere mondiale perché l’Oriente ha affidato ai fondi sovrani l’uso finanziario del capitale per cui mentre l’Occidente produce alcune migliaia di milionari gli Stati dell’oriente si arricchiscono e lentamente stanno diventando i padroni del mondo nel silenzio assordante della politica.

paolocirinopomicino@gmail.com

Conversazione di Valter Vecellio con Paolo Cirino Pomicino

 

 

Caro, vecchio proporzionale

intervista di Francesco Bei pubblicata su La Stampa il 31 maggio 2017

Seguimi su Twitter!

Categorie

Archivi