I futuristi unfit

Pubblicato su ” Il Foglio Quotidiano” il 10 agosto 2018

Dal 4 marzo nel paese c’è una incertezza diffusa nascosta da sondaggi emotivi che si è accentuata stranamente dopo la formazione di questo governo. Una incertezza economica e sociale che travalica anche i confini nazionali ed irrompe sui mercati finanziari internazionali. Il primo effetto negativo, infatti, è stato l’aumento di cento punti base tra i nostri btp decennali e gli analoghi titoli tedeschi con una spesa in più nel 2019 per interessi sul nostro debito pubblico di circa 4 miliardi. Ma quali sono i motivi che alimentano questa profonda incertezza visto che l’attuale governo ha una maggioranza solida ed una opposizione debole? Bisogna avere lo sguardo lungo e profondo forse per cogliere alcuni profili delle due forze politiche che inquietano le opinioni pubbliche nazionali ed internazionali. Partiamo dal primo partito italiano, il movimento 5 stelle, che ha raggiunto il 32% dei voti. Non basta la prorompente inadeguatezza della sua classe dirigente per spiegare questa incertezza diffusa. Certo, quella inadeguatezza culturale e politica è un fenomeno che per la sua vastità rappresenta un precedente nella storia politica dell’Italia unita. Basta ricordare che su 19 ministri, presidente compreso, ben otto sono tecnici prestati alla politica e tra questi lo stesso presidente del consiglio, i ministri dell’economia, degli Esteri, della difesa, degli affari europei, della pubblica istruzione, dei beni culturali e dell’ambiente. Una tale composizione ci dovrebbe far dire che questo è un governo di tecnici con una spruzzatina di politici alla loro prima esperienza governativa. Un giudizio vero e grave ma ancora insufficiente per spiegare quella profonda incertezza di massa che permea la società italiana e la sua migliore classe dirigente. Per capire qualcosa in più forse bisogna fare un raffronto su ciò che accadde all’inizio del secolo scorso quando irruppe con violenza ed aggressività quel movimento futurista che in nome della modernità che avanzava a grandi passi nell’economia, nelle scienze e nella tecnologia tentò di fare strame di valori tradizionali e delle culture letterarie e politiche. Quel movimento artistico e culturale fondato da Filippo Tommaso Marinetti esaltava la fede nel futuro e nel progresso tecnologico sostenendo gli ideali della velocità, del dinamismo e della violenza verbale. Caratteristiche e principi che cento anni fa alimenterano l’adesione popolare alla prima guerra mondiale ed ispirarono poi il fascismo. I cinque stelle hanno in comune con quel movimento futurista una fede estrema nel progresso tecnologico nel senso che non si preoccupano di piegare le grandi conquiste tecnologiche al valore dell’umanesimo di ogni tipo ma al contrario credono che sia l’umanità nelle sue espressioni migliori e più alte a sottostare alle nuove tecnologie digitali. Di qui innanzitutto la visione onirica di una democrazia diretta dove con un clic puoi dire sì o no ad una legge o ad un articolo di un decreto mettendo in soffitta competenze, talento politico e conoscenze e quindi l’inutilità del parlamento repubblicano. E’ quasi matematico che un siffatto meccanismo alimenterebbe un sistema politico autoritario e sconcerta che intellettuali e giornalisti autorevoli non si accorgano per tempo su quale discesa la nostra democrazia stia scivolando. Non è un caso che quel movimento delle cinque stelle abbia la stessa violenza verbale, mutatis mutandi, del futurismo di Marinetti con la sua visione iconoclasta e immaginifica. Naturalmente il contesto in cui si muove il movimento di Grillo è profondamente diverso da quello in cui visse e si sviluppò il futurismo che inseguì  anche nuovi valori artistici e culturali ma le analogie politiche sono davvero inquietanti e più si approfondiscono i rispettivi percorsi più le analogie impressionano. L’autoritarismo che il futurismo aveva in se’ lo si ritrova appieno nel modello di partito del movimento in cui i parlamentari devono avere privazioni economiche e ubbidir tacendo perché la parola ed il pensiero sono privilegi che devono essere autorizzati di volta in volta dal Santone Grillo o da Casaleggio qualche volta da Di Maio. Ciò che sfugge al nostro dibattito politico sembra invece che sia avvertito da tanti ed in particolare dai circoli culturali ed economici internazionali che nella stagione della globalizzazione hanno una propria decisiva influenza. Ciò che vale per i 5 stelle in qualche maniera vale anche per la Lega anche se in questo caso ci troviamo dinanzi ad un partito che ha venticinque anni di vita parlamentare e una massa di amministratori locali che fanno la differenza con il suo alleato di governo. Ma anche nella Lega sembra che stiano prevalendo quelle pulsioni dei centri sociali nei quali Salvini mosse i primi lunghi passi politici che non una politica nazionale con le sue complessità ed i suoi inganni. Se la lega di Bossi pronunciava smargiassate ma ancorate ad una chiara tenuta democratica quella di Salvini sembra stregata da un autoritarismo crescente che gli fa correre rischi in particolare in economia ed in politica estera. Le radici dell’incertezza di cui parlavamo, dunque, stanno tutte in questi profili politici dei partiti di governo e nel silenzio assordante di quanti hanno i mezzi culturali per capirne le ragioni e tacciono o per prudenza o per convenienza mentre il paese arranca tra annunci roboanti e quotidiane difficoltà.

paolocirinopomicino@gmail.com

I pifferai dei clic

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 1 Agosto 2018

La tradizionale cortesia di Sabino Cassese verso tutti ha consentito che la sua cultura venisse posta al servizio del noto Giuseppe Grillo in arte Beppe. Si da il caso, infatti, che il signor Beppe sia l’autorità “religiosa” più alta del primo partito italiano che amministra, con beffarda ignoranza, la politica, la giustizia e la Verità del movimento 5 stelle che si sarebbe potuto chiamare anche delle sette lune o dei sette soli. Ebbene qualche giorno fa il figlio prediletto del profeta scomparso Davide Casaleggio, nel cui nome forse c’è La Sapienza della Bibbia, in un’intervista sul futuro ha demolito la democrazia rappresentativa definendola inutile e inneggiando alla democrazia diretta definibile come la democrazia del clic! Dinanzi alle pur flebili prese di distanza di parte rilevante del sistema politico e della buona stampa, il Sommo Beppe ha ritenuto di dover intervenire mettendo il bollo “papale” su questa sciocchezza culturale ma politicamente pericolosa. Tutti coloro che hanno fatto le scuole medie sanno che la democrazia diretta significa, nei fatti, il governo della piazza, da quella fisica a quella virtuale. E nella storia dell’umanità il governo della piazza è stato sempre invocato in nome del popolo oppresso ed in nome della democrazia vera. Sta di fatto, però, che quando la piazza ha preso nelle sue mani il governo del paese lo ha puntualmente consegnato ad un tribuno della plebe come raccontavano i romani e quel tribuno lentamente eliminava, una dopo l’altra, ogni libertà dei cittadini salvo quella di poter applaudire le decisioni del tribuno di turno. E quando, invece, un condottiero o un delegato imperiale concedeva alla piazza di poter decidere qualcosa la piazza ha sempre deciso o per la guerra o per la crocifissione come avvenne quando scelse Barabba al posto di Gesù. Ma la plebe non è solo quella che abbiamo letto nei libri di storia o che vediamo nei reportage televisivi di paesi lontani e cioè un’orda di miserabili afflitti da miseria, malattie ed ignoranza e quindi legittimamente arrabbiata. Nel terzo millennio l’analfabetismo di ritorno e l’innovazione tecnologica ha dato a masse crescenti l’illusione di poter decidere da soli questa o quella legge e con esse disegnare il proprio destino. Insomma una sorta di tenaglia capace di imbrigliare masse popolari in questa visione onirica in cui ciascuno può diventare proprietario del proprio futuro. Una tipica elaborazione fantastica di un ignorante che riceve in regalo una tecnologia che lo fa sentire un superuomo o un parente lontano del buon Dio. Sta di fatto che questa rielaborazione fantastica viene afferrata da figure antiche quanto il mondo e cioè dai pifferai magici che poi portano tutti nel baratro o in un fiume vorticoso dove si annegano le fantasticherie e con esse le libertà dei singoli. Parlare, dunque, con questi pifferai è tempo perso perché nello loro furbizia sanno di raccontare storie inesistenti ma il potere è la loro seduzione dalla quale non riusciranno mai a distaccarsi sino a quando non affronteranno il proprio piazzale Loreto. Bisogna, al contrario, parlare con quelli che non seguono i pifferai magici, con quelli che sanno leggere negli eventi che si susseguono i rischi e le opportunità del paese mettendo il silenziatore alle guerre fratricide, ai piccoli interessi personali e alle altrettanto piccole ambizioni. Quelli sono ancora la maggioranza del paese e devono prendere consapevolezza che sulle loro spalle risiedono le speranze di un paese che da troppo tempo è privo di guida, di ideali condivisi e di culture che si parlano. Ogni giorno tocchiamo con mano la fragilità per non dire la pochezza di quanti, in maniera tronfia, parlano del cambiamento o delle crescenti ammirazioni per i governi dell’est del pianeta o di quella miscela parolaia che comincia a irritare, come un fiume carsico, parti crescenti della nostra società che, ancorché sopiti, conserva antichi ideali e forte umanità. Dobbiamo porre con forza una domanda politica a tutti: dove sono gli eredi di De Gasperi, Moro, Berlinguer, La Malfa, Einaudi, Nenni, Craxi e di tantissimi altri che costruirono la Repubblica e la difesero contro ogni tentazione autoritaria? Se ci sono questo è il tempo di farsi avanti, se invece c’è il deserto tutti dovranno fare propria la domanda del giovane Kennedy quando disse nel suo primo discorso da presidente “chiedetevi che cosa posso fare io per il mio paese!  

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La sentenza sulla Trattativa è un romanzone che non sta in piedi

Pubblicato su ” Il Foglio” il 24 luglio 2018

Al direttore-

I nuovi romanzieri siciliani con le loro cinquemila pagine e più sulla trattativa Stato-mafia hanno dato dei punti a Lev Tolstoj con il suo romanzetto “guerra e pace” e finanche all’ermetico e cupo Franz Kafka che scrisse addirittura un romanzo dal titolo “il processo”. Bazzecole dinanzi allo sforzo culturale dei magistrati del collegio della corte di assise di Palermo che ha sentenziato sulla presunta trattativa Stato-mafia. Non abbiamo ancora cominciato a leggere questo nuovo romanzo impegnati come siamo stati a stampare le 5250 pagine della sentenza, ma abbiamo divorato con aggressiva curiosità gli articoli scritti dai maggiori mafiologi nostrani e ci sono cadute subito le braccia. Senza offesa per nessuno se c’è una trattativa ci deve essere chi la fa, il mandante e il perché di questa trattativa. Insomma qual è o quali sono le utilità che i contraenti della trattativa portano a casa. Se queste semplici domande non dovessero trovare risposta come non le hanno trovate nei tanti articoli dei nostri maestri mafiologi tutto è fuffa. E veniamo al dunque. Secondo i nuovi scrittori coloro che hanno fatto la trattativa sarebbero alcuni alti ufficiali dei carabinieri, i generali Subranni e Mori e il capitano de Donno. Ma su ordine di chi questo gruppo di carabinieri si sarebbe mosso per fare una trattativa con i mafiosi, e per ottenere cosa? Quei carabinieri non fecero altro che ripetere quello che intelligentemente fece Gianni de Gennaro nel 1988 quando senza mandato alcuno fece entrare clandestinamente Totuccio  Contorno, braccio destro di Stefano Bontate, per disarticolare la cosca corleonese guidata da Riina. Ma come è possibile non capire che investigatori del calibro dei carabinieri citati avvicinarono Vito Ciancimino per convincerlo a pentirsi dinanzi alla commissione antimafia che puntualmente- dopo aver deciso di sentirlo- lasciò cadere quell’audizione che avrebbe forse fatto fare una svolta sulla lotta contro la mafia? Solo per cronaca chi impedì quella audizione fu Luciano Violante, allora presidente della commissione antimafia, con Enzo Scotti capogruppo DC nella stessa commissione. Sui mandanti, dunque, silenzio assoluto. Tranne una ipotetica sollecitazione dell’ex ministro Mannino preoccupato di essere ucciso, il cui nome viene usato quando non si ha più cosa dire invece di vergognarsi per la ignobile e lunga carcerazione preventiva che gli è stata inflitta salvo poi vederlo assolto dalla corte di appello e dalla cassazione. Il generale Mori fu l’autore di una indagine sugli appalti siciliani che gettò un’ombra su tutti i democristiani siciliani Mannino e Mattarella compresi. Se tanto mi da tanto, nessun democristiano, dunque, poteva dare quell’incarico a chi indagava su di loro. Ma chi erano i politici al governo nel ’92-’93? Amato per otto mesi e poi sino alla primavera del ‘94 Carlo Azeglio Ciampi mentre il ministro di grazia e giustizia in entrambi i governi era Giovanni Conso. Il partito egemone in quegli anni era il PCI di Achille Occhetto e Luciano Violante.. Quel potere egemone nasceva dal fatto che era l’unico partito non coinvolto dalle indagini della procura di Milano. Dunque, se un mandato politico doveva esserci, questi non poteva che essere il presidente del consiglio o il ministro della giustizia o ad Achille Occhetto e Luciano Violante, notoriamente legato ad ambienti giudiziari. Nessuno di questi è stato indagato e quindi non c’era un mandato politico. Andiamo avanti sulla base di ciò che abbiamo letto dai nostri maestri mafiologi. In assenza di un mandato politico, l’iniziativa poteva nascere dall’interno stesso dell’arma dei carabinieri ma oltre ai tre ufficiali citati nessuno del comando generale è stato chiamato in causa ed i tre pur essendo ufficiali brillanti non potevano rappresentare l’intera arma. Può darsi allora che l’iniziativa fosse nata da un interesse personale? Possibile, ma quale sarebbe stato questo interesse talmente forte da far tradire la divisa ed il paese? Silenzio assoluto, perché la fantasia non può entrare nel dettaglio. Ma allora con un salto triplo, logico e temporale, si tira in ballo un altro nome passpartout, quello di Marcello dell’Utri con all’orizzonte la sagoma di Silvio Berlusconi. Un déjà- vu ridicolo e incomprensibile perché nel 1992-1993 dell’Utri e Berlusconi non avevano incarichi politici, anzi non erano nemmeno in procinto di entrare in politica. Sarebbero stati così potenti da indurre tre carabinieri a portare avanti la trattativa con la mafia via Ciancimino surrogando così i poteri del governo della sinistra perché nel novembre dello stesso anno Conso potesse revocare a trecento mafiosi il carcere duro del 416 bis? Inoltre, l’utilità dei carabinieri quale sarebbe stata? Silenzio assordante. A chi non ricorda gli avvenimenti di cui parliamo dobbiamo precisare che la strategia stragista dei mafiosi di Totò Riina iniziata nel febbraio del 1992 con l’uccisione di Salvo Lima e proseguita con quella di Falcone e Borsellino si allargò nel 1993 con le bombe di Roma, Firenze e Milano tra il maggio-luglio del ‘93. In quel periodo solo il Pci aveva un potere in grado di sollecitare una trattativa di quel tipo ma dal momento che nessuno è stato indagato dobbiamo immaginare che quel mandato non sia mai stato dato da alcun politico del PCI ne’ tantomeno dal comando generale dell’arma. Quindi la presunta trattativa non ha alcun mandato tra quelli possibili, non è emersa alcuna utilità per i tre carabinieri condannati e quindi nessun movente, mentre l’ingresso nel processo di dell’Utri rispecchia solo il tentativo disperato di non concludere nel nulla un processo di cinque anni mettendo dentro qualcuno già condannato con sentenza passata in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa. Noi per il momento ci fermiamo qui, volendo leggere ciò che forse è sfuggito ai nostri maestri mafiologi ai quali, però, sono sfuggite anche queste semplici domande necessarie per ogni reato: i mandanti, gli esecutori, gli interessi degli uni e degli altri. Nel passato abbiamo raccontato un’altra storia e dopo aver letto le cinquemila pagine ne scriveremo, sine ira et studio, con l’unico desiderio di offrire al paese una verità vera e non romanzata pronti naturalmente a fare ammenda, se necessario, di tutto ciò che abbiamo scritto nel passato e che è ben noto alla procura di Palermo dal momento che al dottor Ingroia inoltrammo negli anni passati diversi nostri articoli che ricostruivano ben altra storia in poche pagine brevi, concise e compendiose.

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Sul lavoro Di Maio naviga a vista: è la crescita a battere il precariato

Al direttore- Pubblicato su ” Il Foglio” il 14 luglio 2018

Paolo Savona è un uomo colto e carico di esperienza anche politica avendo già fatto una volta il ministro della Repubblica oltre ad essere un economista con l’insaziabile gusto della ricerca permanente. Per queste ragioni  ci ha lasciati sorpresi  la sua uscita dinanzi alla commissione parlamentare per gli Affari europei nella quale ha evocato l’esigenza di avere a portata di mano un piano di emergenza in caso di fallimento della moneta unica o peggio in caso di espulsione. A prescindere dal fatto che quest’ultimo caso non rientra neanche nelle ipotesi teoriche, Savona non può non sapere che in politica le ipotesi subordinate, una volta enunciate, diventano le scelte principali. Se poi ad enunciarle è l’uomo che da anni argomenta sulla non sostenibilità della permanenza del nostro paese nell’area della moneta unica la “frittata” è fatta. Né bastano a tranquillizzare le parole della persistente “leggerezza dell’essere” rappresentata da Luigi Di Maio. Energie come quelle di Savona, invece, dovrebbero essere orientate a: 1)modificare quella sciagurata direttiva europea del bail-in ( la famosa BRRD) sulla scia  del documento varato dalla Consob europea e dall’autorità bancaria europea (EBA) che esclude per il futuro dal meccanismo della risoluzione bancaria la platea dei piccoli risparmiatori  estranei alla gestione della banca; 2)Sollecitare l’Ue  perché si intesti una offensiva di persuasione verso il G20 per la creazione – dopo la fine degli accordi di Bretton Woods – di un nuovo ordine monetario  che eviti  svalutazioni competitive.  Queste sarebbero politiche all’altezza della migliore tradizione del nostro paese insieme ad una politica estera che per 40 anni ha saputo garantire la pace nel mediterraneo, qualche volta anche contro la comprensione di nostri autorevoli alleati. Ci rendiamo conto che questo profilo politico è sconosciuto agli ispiratori del M5s e del nostro  presidente del Consiglio, ma uomini come Savona hanno la cultura e la forza di insegnare ciò che va insegnato e non cedere ad annunci impropri. In ogni campo i piani di emergenza vanno predisposti nella riservatezza,  mai enunciati. Se con Savona la speranza è d’obbligo, con il vice premier Luigi Di Maio d’obbligo rischia di essere la disperazione. Non solo quel famoso “decreto dignità” ha già perso quella caratteristica – per il semplice fatto che mentre scriviamo non è stato ancora reso pubblico ed inviato alla presidenza della Repubblica –  ma anche perché rischia di provocare pesanti “effetti paradossi”. La storia della precarietà in Italia dimostra che  è diventata un problema quando si è fermata la crescita nel 1995. Per rilanciare l’occupazione furono avviate forme di flessibilità che restano un elemento essenziale in una economia di mercato ma se la crescita si ferma o è modesta quella flessibilità occupazionale diventa un mostro capace di precarizzare anche il lavoro stabile. Ed è ciò che è successo nel nostro paese negli ultimi 25 anni. Se il famoso “governo del cambiamento” pensa di ridurre la precarietà con norme più rigide sulle forme contrattuali – che in termini teorici avrebbero anche una loro ragion d’essere senza aver ancora avviato una crescita coerente- l’effetto che si produrrà, per esempio, sarà che molti non avranno il secondo contratto a tempo determinato  per gli aggravi burocratici ed economici che il rinnovo comporta. Se al contrario la crescita dovesse mettere il turbo sarà la precarietà da sola a sgonfiarsi con l’aiuto di politiche capaci di ridurre il costo del lavoro. Luigi Di Maio non ha avuto il tempo di imparare alcuni fondamentali della politica e, più specificamente, di quella industriale e del lavoro, e così naviga a vista, rincorrendo slogan spesso assertivi e inconcludenti. Non crediamo che la Lega potrà stare per troppo tempo a guardare inerte anche se ormai siamo abituati a tutto, anche a sentire alcuni esponenti del PD che dicono che il M5s è un partito di sinistra. E’ vero che la sinistra in Europa e nel mondo non sta molto bene ma non crediamo che sia giunto a questo punto.

paolocirinopomicino@gmail.com

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