Archivi del mese: luglio 2010

Lo Stato, la Diccì e la liberazione dei pentiti di mafia

E torniamo ancora una volta sulla trattativa mafia-Stato rilanciata dalla relazione del presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu. Innanzitutto una chiarificazione a chi ritiene l’attività dell’Antimafia una sorta di intralcio alle attività giudiziarie. In tutti i paesi democratici il Parlamento  fa commissioni di inchiesta su fatti ed episodi gravissimi senza che per questo l’autorità giudiziaria si risenta o venga intralciata. Anzi, noi riteniamo che la commissione antimafia debba essere ancora più incisiva e cercare altri documenti come, ad esempio, quelli nelle mani del ministero dell’interno, e cioè l’elenco nominativo e numerico dei mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti liberati dal 1994 in poi attraverso i programmi di protezione con una nuova identità e con quattrini a disposizione per il reinserimento “sociale”. Una domanda che stiamo facendo da anni e l’unico ministro dell’interno che ci rispose fu Giuliano Amato. La sua risposta durante un’audizione alla commissione antimafia però ci gelò perché ci disse testualmente “ alle sue domande la mia amministrazione è reticente”.  E’ tempo che questa inquietante reticenza termini e la commissione antimafia e il ministro Maroni hanno il potere di farla cessare. Questa ripetuta domanda non è una nostra curiosità pettegola e men che meno una ossessione senile. Essa è tesa, invece, a capire se, come risulta a noi, la liberazione di migliaia di mafiosi e camorristi attraverso i programmi di protezione possa essere il “prezzo della presunta trattativa” tra la mafia e un pezzo dello Stato. Come più volte abbiamo ripetuto, la trattativa tra due soggetti è possibile se c’è il “do ut des” o, per dirla in maniera volgare, tu dai una cosa  a me e io do una cosa a te . Ebbene nel 1992 / 93, il biennio delle stragi e delle bombe, la mafia poteva cessare le sue azioni criminali ma chi, in nome dello Stato, poteva dare qualcosa? Ed eventualmente che cosa? Non potevano dar niente certamente le forze politiche molte delle quali erano già state “impalate” da vicende giudiziarie, nè lo potevano fare i carabinieri o i servizi segreti che non avevano nulla da offrire, nè vediamo altre istituzioni in grado, a quell’epoca, di dare alla mafia qualcosa con due sole eccezioni : alcuni procuratori della repubblica e la struttura del ministero dell’interno ( di qui forse la sua reticenza di cui parlò Amato). E ci spieghiamo. La legislazione premiale sui pentiti varata dal governo Andreotti introdusse lo strumento dei programmi di protezione. Questi potevano essere attivati solo dai procuratori della repubblica che facevano la proposta di inserire, ad esempio, Calogero Ganci (corresponsabile della strage di Capaci e di via D’Amelio) nel programma di protezione e dopo breve tempo rimetterlo in libertà con soldi e nuova identità. Il tutto naturalmente dopo l’approvazione di una apposita commissione del ministero dell’interno. E’ chiaro adesso perché  facciamo con insistenza questa domanda? La nostra non è un’accusa per nessuno ma è solo un ragionamento logico basato su fatti certi e profondamente diversi dalle fantasie campate in aria di quanti lasciano immaginare che la mafia mise le bombe nel luglio / agosto 1993 per convincere Berlusconi a scendere in politica. Questa tesi non solo è comica ma è offensiva per il comune buon senso. A quell’epoca, infatti, c’era un governo ed una maggioranza e nessuno, tranne la sinistra, pensava che il Parlamento fosse sciolto come invece avvenne alla fine del 93 con una procedura incostituzionale  gestita da Scalfaro che non sentì neanche i due presidenti delle Camere ( uno di questi era Giorgio Napolitano) come la Costituzione prevede nè verificò la esistenza o meno di una maggioranza di governo, elemento anch’esso necessario per sciogliere il Parlamento. Provenzano e compagni sono dei criminali ma certamente non tanto sciocchi da mettere le bombe per convincere un signore, Silvio Berlusconi  a impegnarsi in politica in un tempo nel quale c’era un Parlamento e un governo sostenuto da una solida maggioranza di centro-sinistra. Se i mafiosi avessero deciso di fare una trattativa o l’avrebbero fatto con i soggetti prima richiamati che potevano garantirgli una gestione dei programmi di protezione molto permissiva come è puntualmente avvenuto o con quelle forze che all’epoca sembravano egemoni e cioè l’intera sinistra che non a caso preparava la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria. E a proposito di comicità non fanno più neanche ridere le dimenticanze del mio amico Vincenzo Scotti detto Tarzan per aver cambiato in venti anni tutte le correnti DC. Scotti non scelse, come dice in un’intervista al corriere della sera, di fare il deputato e non il ministro per via della incompatibilità, tant’è che divenne ministro degli esteri. Scotti presentò finte dimissioni avendo sotto banco l’accordo con Amato, presidente del consiglio, che gliele avrebbe dovuto respingere salvandogli così l’anima. La sua tradizionale furbizia, fu, però, sconfitta  dalla pressione di Scalfaro e della DC che volevano l’incompatibilità e costrinsero Amato ad accettare quelle dimissioni fatte per finta. D’altro canto noi non dimentichiamo che Scotti ebbe la felice intuizione, nel febbraio ’92, di allertare le prefetture parlando di un piano di destabilizzazione dell’intero sistema politico italiano  ma non ebbe poi il coraggio politico di spiegarne le ragioni due giorni dopo dinanzi alle commissioni affari costituzionali riunite in seduta comune e ritrattò ogni cosa confessando di essere stato depistato. Questi  i fatti. La relazione di Pisanu, letta a dovere, va nella direzione che più volte abbiamo indicato ed oggi ripetuta tant’è che fa riferimento, nella sua premessa, di essere stato “aiutato” da alcuni personaggi tra cui noi. Dal momento che non vediamo Pisanu da diversi anni, l’unico aiuto che possiamo avergli dato è quello contenuto nei nostri articoli da queste colonne. La riprova è data dall’immediata critica del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ha visto nella relazione di Pisanu mettere per la prima volta in discussione non già la trattativa quanto i soggetti che l’avrebbero avviata e definita. E forse siamo alla prima puntata di una realtà romanzesca.

Pubblicato su ” LIbero” il 02-07-2010

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