Archivi del mese: settembre 2011

La cultura dc utile alla rinascita

Un nuovo partito dei cattolici ( definizione storicamente errata) a giudizio di molti non sarà mai più possibile. Ci sembra, in verità, più uno sfrenato desiderio che il frutto di un ragionamento. I partiti democratici cristiani, in Europa come in Italia, non sono mai stati il partito dei cattolici, ma , al contrario un partito di ispirazione cristiana ( la dottrina sociale della Chiesa), laico, riformatore  ed europeista che ricostruì il nostro paese  e il vecchio continente dalle macerie del dopoguerra. Alla dottrina sociale della Chiesa si aggiunsero, infatti, in Italia, il contributo determinante di “pensatori” squisitamente politici come Sturzo, Gonella, Fanfani, Moro, Vanoni, La Pira, Dossetti e De Gasperi per fare solo qualche esempio. E non fu un caso che in molte occasioni la DC italiana fu in contrasto con l’ispirazione terrena della Chiesa. Per dirla in breve confondere la cattolicità con il pensiero e la prassi politica dei democratici- cristiani è un errore che porta fuori strada. Il cattolicesimo è una grande religione che ha uno sguardo universale  e lungimirante e che ispira a ciascuno uno stile di vita materiale e spirituale nel mentre il pensiero politico democratico -cristiano, pur affondando  le radici in esso, è qualcosa d’altro. E’, cioè, la rielaborazione di quei valori con la ricomposizione  di bisogni, di interessi ,di  aspirazioni in un progetto politico al cui centro c’è la persona con i suoi diritti inviolabili confortata, in un continuo divenire, da politiche settoriali economiche, sociali  ed istituzionali innovatrici e liberatorie. Al di là degli errori dei singoli, infatti, non c’è stata una sola scelta  di fondo democristiana nel primo quarantennio repubblicano che non sia stata felice per l’Italia e per gli italiani. E chi, ignorando i fatti, ricorda la colpa del debito pubblico dimentica innanzitutto che quell’Italia degli anni ’70 e ’80 ritornò ad essere un  paese normale dopo che democristiani, i laici e i socialisti e in  parte lo stesso Pci sconfissero il terrorismo brigatista e l’inflazione a due cifre difendendo quella democrazia repubblicana messa duramente a rischio in quegli anni. L’inevitabile costo di quella vittoriosa battaglia fu un disequilibrio dei conti pubblici messi, però, sotto controllo già nel 1991 con il pareggio del bilancio primario.  E ‘vero che gli effetti del berlusconismo nella società italiana sono stati devastanti. Il sesso, il denaro, il successo e il potere irresponsabile ed autoreferenziale sono diventati i nuovi totem ma stanno producendo nella stessa società un rigetto culturale che deve essere la nuova anima di  un pensiero politico forte per evitare,  che si trasformi, inaridendosi, in violenza di piazza. E il pensiero democratico-cristiano, alimentato dal variegato mondo cattolico dell’associazionismo, del volontariato, del sindacato e di movimenti  religiosi, è una delle culture politiche necessarie per ricostruire un’Italia diversa . Abbiamo dinanzi  drammatiche  sfide e, prima fra tutte, il contenimento di quel capitalismo finanziario che sta uccidendo l’economia di mercato, impoverendo le società occidentali  mettendo a rischio la stessa democrazia politica del novecento. La ricomposizione del pensiero e della prassi democratico –cristiana, inoltre, spazzerebbe via,  personalismi, autoritarismi e dilettantismi fonte dello sfarinamento del paese e toglierebbe  dal letargo anche altre culture politiche ( liberali, socialiste, ambientaliste) altrettanto necessarie per far  uscire l’Italia dal tunnel.

Pubblicato il 25 settembre 2011 sul ” Corriere della Sera”

Consigli ai volenterosi per applicare la dottrina Krugman senza altri debiti

Pubblicato su Il Foglio del 15 settembre 2011

Al direttore – La tua eco all’articolo di Paul Krugman sul New York Times nel quale il premio Nobel americano ha sostenuto che la risposta alla crisi finanziaria ed economica non era la politica dei tagli sino all’osso ma la ripresa della crescita e dell’occupazione è talmente giusta da apparire finanche ovvia. Naturalmente per le persone di buon senso. Ricordo che nel 1992, quando Giuliano Amato fece la sua maxi manovra di 80 mila miliardi di vecchie lire fatta di tagli e piccolissima patrimoniale sui conti correnti, l’anno successivo la domanda interna dei consumi diminuì di 6 punti percentuali. Entrammo così subito in recessione con un Pil che si ridusse di appena l’1,5 % nel 1993 grazie ad una svalutazione del 30 % della lira che fece da ammortizzatore aiutando, tra l’altro, le nostre esportazioni, ma perdemmo 1 milione di posti di lavoro. Solo per inciso quella maxi manovra usata per impedire che il sistema monetario europeo saltasse fu totalmente inutile perché la Germania aveva già deciso che quel sistema dovesse saltare dovendo sostenere il costo dell’unificazione tedesca. Se nel triennio ‘96-‘99 riuscimmo ad entrare nella moneta unica fu grazie al crollo internazionale dei tassi d’interesse che fece risparmiare 5, 1 punti di Pil di spesa per interessi. Anche ora andremo in recessione tra pochi mesi grazie a queste due ultime manovre che hanno seguito una direzione opposta a quella indicata da Krugman. Sia chiaro, il rientro dal disavanzo e una diversa politica di bilancio sono necessari ma tutti dimenticano che per risanare bisogna anche crescere. Se una famiglia è indebitata per pagare i propri debiti deve ridurre le spese ma anche aumentare il proprio reddito lavorando di più. Diversamente si affamerà e i debiti la sommergeranno. E allora? Innanzitutto le maggiori entrate necessarie per il riequilibrio dei conti pubblici e per finanziare la ripresa non devono togliere nassa spendibile alle famiglie e alle imprese. Ciò è possibile con due semplici mosse. La prima è un contributo volontario con un premio fiscale da richiedere a quel 10 % di italiani che controlla il 45 % della ricchezza nazionale (e cioè oltre 5.000 miliardi di euro). Il contributo dovrà essere tale da raccogliere tra i 150-300 miliardi di euro e sul premio fiscale potremo discutere. In questa maniera ridurremmo anche il deficit di 6-8 miliardi ogni anno. La volontarietà del contributo non darà input recessivo e va da sé che se dovesse fallire si aprirebbero le porte a una vera patrimoniale. La seconda mossa. Vendere subito un numero di immobili utilizzati dalla pubblica amministrazione con un rendimento appetibile e tale da raccogliere 30-35 miliardi di euro. Il contributo volontario “incentivato” abbatterà il debito riducendo così anche il deficit mentre lo spin-off immobiliare finanzierà lo start-up della nuova crescita economica. Tutto questo consentirò di ragionare con calma sulla riforma dello Stato e degli enti locali perché tagliare la spesa pubblica senza ridurre i compiti della pubblica amministrazione spinge a tagliare sempre la sola spesa per investimenti (-18% nel 2010). Insomma i tagli, lineari o no, si trasferiscono sempre sulla spesa in conto capitale così come maggiori tasse tolgono massa spendibile a famiglie e imprese creando un avvitamento tra bassa crescita, alta inflazione, crollo della domanda interna. Noi abbiamo fatto le scuole serali ma abbiamo vissuto per anni nei posti di pronto soccorso dove dovevamo fare rapidamente una diagnosi e nella terapia seguivamo l’antico insegnamento: “primum non nocere”. Finora si è fatto il contrario da almeno 15 anni. Sui guasti dei mercati finanziari, la radice di tutti i mali, ne discuteremo un’altra volta.

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