Archivi del mese: ottobre 2011

Il Tranello del “No B Day” I nemici del Parlamento sono sempre in piazza



Quando il Parlamento evapora in una nuvola di inconsistenza politica è inevitabile che la piazza prenda il suo posto. Ma quando a governare sono le piazze «mala tempora currunt». Per la politica e per il Paese. L’annunciata manifestazione del prossimo 5 dicembre contro Berlusconi organizzata da varie sigle e siglette ma anche dal partito dell’Italia dei valori di Antonio di Pietro è la più forte testimonianza di antiparlamentarismo sciocco e trinariciuto. E chi nel PdL pensa di organizzare una contromanifestazione di piazza a sostegno del governo non fa altro che fare il controcanto a di Pietro e compagni nell’opera di delegittimazione del Parlamento. Nell’Iran di Ahmadinejad il popolo scende in piazza per sostenere il capo del governo e si scontra puntualmente con una piazza uguale e contraria. Ma in quel paese la democrazia è ancora un bene di là da venire. Ecco perché diciamo alla maggioranza che non può né deve cadere nella provocazione. Un paese moderno deve essere governato da una forza tranquilla guidata dalla ragione e dal buon senso e non dagli umori della pancia o della piazza. E bene farebbe anche il Partito democratico di Bersani a prendere le distanze da chi persegue il modello piazzaiolo piuttosto che lo scontro duro nelle aule del Parlamento, le urla e gli slogan di un corteo piuttosto che l’offensiva della ragione. Capiamo benissimo il disagio di chi, come gli eredi del Pci, ha vissuto la cultura del partito di lotta e di governo, e sappiamo altrettanto bene che voltare pagina è sempre difficile ma il futuro di un’alternativa non si crea con la piazza. Grazie a Dio il governo Berlusconi non cadrà mai per una manifestazione di piazza ma solo per un voto del Parlamento successivo alla disgregazione della maggioranza e niente è più risibile in politica di quelle azioni che non producono nulla. Anche alla maggioranza spetta, però, di non aggiungere benzina sul fuoco. Noi veniamo, come si suol dire, dalla casa del morto, avendo vissuto sulla nostra pelle l’ingiustizia della giustizia, la politicizzazione di diversi pubblici ministeri che hanno rovinato la nostra vita e la nostra salute e quindi non siamo tra quelli che fanno il predicozzo. Continuiamo però ad essere convinti che un deputato della Repubblica, anche se ingiustamente accusato, non può che fare un passo indietro. Dal governo, dalla guida del partito e da una candidatura lasciando al Parlamento tutto, e in particolare alla sua maggioranza, la difesa dei cittadini e di se stesso dai processi ingiusti attraverso le riforme. Rispondere, come sembra voglia fare l’amico On. Cosentino, ad un’accusa che ritiene ingiusta mettendo sotto i piedi il senso dello Stato e l’amore per il partito è la risposta peggiore all’ingiustizia che sta subendo. Se non corressimo il rischio di essere fraintesi, diremmo che la risposta annunciata da Cosentino è solo una spavalderia truculenta e per certi aspetti guappesca violando per la prima volta le regole non scritte di una Repubblica che è patrimonio di tutti. Sappiamo altresì che è difficile contenere l’ira e l’indignazione ma questo è un dovere elementare di un politico che deve difendere le istituzioni anche quando esse si rivoltano contro. La politica è passione e dedizione e, come tutti sanno, passione e dedizione spesso richiedono rinunce e sacrifici per testimoniare un’idea e un valore. Respinga il Parlamento la richiesta di arresto e avvii subito la riforma della giustizia e Cosentino solleciti la chiusura rapida delle indagini per andare subito davanti ad un giudice terzo. Dopo anni di indagini gli inquirenti hanno il dovere di far presto perchè se alla politica si chiede coerenza e trasparenza essa ha nel contempo il diritto di pretendere rapidità e terzietà. La forza politica vera, dunque, è quella di fare un passo indietro e non quella di resistere nel mantenere funzioni di cui il partito, il governo e lo stesso Cosentino possono tranquillamente fare a meno per evitare l’accelerazione di un ” cupio dissolvi” della Repubblica sulla cui strada marciamo goliardicamente già da molto tempo.

Pubblicato su ” Libero” il 20 novembre 2009

Come uscire dalla crisi senza ripetere gli errori degli anni ’90

pubblicato su Il Foglio del 1 ottobre 2011

La crisi che stiamo vivendo ha due distinti profili, uno finanziario ed uno economico. La crisi dell’economia reale fatta di bassa crescita e debiti sovrani alti è in buona parte l’effetto della prima come peraltro si evince dal ricordo che l’innesco del tutto è avvenuto nell’agosto 2007 con i famosi mutui sub-prime americani. Due crisi distinte, dunque, che meritano terapie diverse ma contestuali. L’urgenza di oggi, in particolare per noi, è rappresentata dalla bassa crescita, bassa occupazione, scarsa competitività delle imprese e da un debito cresciuto di oltre 16 punti negli ultimi 10 anni (120% del Pil). La scarsa crescita è legata ad una bassa produttività del lavoro il cui incremento annuo, dal 1995 in poi, è circa la metà degli altri paesi con cui ci confrontiamo ed in particolare con Francia e Germania. Queste debolezze si affrontano:
1) da un lato con forti investimenti nella ricerca e nella innovazione di processo e di prodotto per recuperare competitività e dall’altro riducendo il costo del lavoro abbattendo fortemente quel cuneo fiscale che dà pochi soldi in tasca al lavoratore dipendente e costa molto all’impresa. I primi sono investimenti privati che devono avere però una forte incentivazione (deducibilità degli interessi, ammortamenti accelerati e via di questo passo) i secondi (il cuneo fiscale) sono investimenti pubblici e consentono di irrobustire la domanda interna perché i lavoratori dipendenti, dopo anni di salari bassissimi, avrebbero più soldi in tasca. Per entrambi i casi, agevolazioni fiscali e investimenti diretti, servono oltre 10 miliardi in ragione d’anno.
2) Liberalizzare sempre di più i mercati professionali, energetici e quelli dei servizi locali dove pubblico e privato devono concorrere ad offrire un servizio adeguato con il minor costo possibile.
3) Una riforma del fisco che alleggerisca il prelievo tributario su famiglie ed imprese per un costo di almeno 10 miliardi di euro in ragione d’anno.
4) Un programma di infrastrutture ritenute di interesse nazionale con procedure semplificate e rapidamente cantierabili nei settori del trasporto su ferro e su gomma, delle telecomunicazioni, dell’energia, dell’acqua e della logistica chiamando a questo compito le grandi società pubbliche e private operanti nei vari settori, le società concessionarie dello Stato, le amministrazioni centrali dello Stato nonché Regioni, Comuni e Provincie. All’intera finanza pubblica costerà 3-4 miliardi in più ogni anno di quelli iscritti a bilancio nel prossimo triennio.
5) Vendita immediata di quote di un fondo immobiliare chiuso cui si conferiscono 10 milioni di mq di proprietà dello Stato e utilizzati dalla pubblica amministrazione (100 palazzi da 100.000 mq) con un rendimento del 5 % l’anno. Gettito previsto 30 – 35 miliardi nel triennio.
6) Abolizione da subito di tutte le pensioni di anzianità portando a 65 anni l’uscita per tutti. Risparmio previsto nel biennio tra 2 e 4 miliardi di euro con un trend crescente negli anni successivi.
7) Patrimoniale o, meglio ancora, un contributo volontario con annesso premio fiscale. Noi preferiamo quest’ultimo strumento perché la patrimoniale ha un effetto recessivo assente, invece, in un contributo volontario (una crescita più alta per l’Italia è vitale per risanare il debito). Un possibile esempio di questo premio. Chi versa, persona giuridica o fisica, all’erario da 30.000 a 3 milioni di euro a seconda del reddito o del fatturato, in due annualità non avrà accertamenti fiscali per tre anni sempre quando il suo reddito o il suo fatturato cresca, nel triennio, del 2 % l’anno. Non è un condono e se si volesse dargli per forza un nome potrebbe essere una sorta di concordato preventivo per almeno 4,5 milioni di contribuenti (società di capitali o persone, titolari di imprese individuali, liberi professionisti). Gettito previsto da 150 a 300 miliardi di euro scontando un tasso minimo di adesione del 50 % con un versamento medio di 60.000 euro. Essendo diviso in due annualità dopo il primo versamento si capirà se l’operazione è riuscita. Se non lo fosse diventerebbe obbligatoria una tassa sul patrimonio sulla ricchezza oltre una certa misura. Risparmio annuale sulla spesa per interessi da 8 a 16 miliardi di euro. Il debito sarebbe abbattuto di 10 – 20 punti di Pil e il pareggio di bilancio sarebbe a portata di mano senza penalizzare la crescita.
Queste prime misure raddrizzerebbero da subito la barca Italia consentendoci, sul versante della crescita e del debito, di ridisegnare con calma il perimetro dei compiti dello Stato e delle sue articolazioni per ridurre la spesa corrente giunta a limiti elevatissimi. Non va ripetuta la furia privatizzatrice degli anni ’90 che non è servita a nulla ed ha impoverito tecnologicamente l’Italia. L’altra crisi è quella finanziaria, più internazionale, più difficile e più lunga perché la posta in gioco è la nuova governance del mondo nella lotta tra finanza e politica. Ma di questo parleremo la prossima volta.

Seguimi su Twitter!

Categorie

Archivi