Archivi del mese: novembre 2012

Indispensabile una nuova Bretton Woods

Pubblicato su ” Il Sole 24 Ore” il 30-11-2012

La stagione che viviamo, in Europa e in Italia, è caratterizzata da un’incertezza crescente nel futuro e da un conseguente smarrimento di famiglie e imprese. Incertezza e smarrimento che trovano in un’intollerabile disuguaglianza sociale l’elemento principale. Mai come questa volta, infatti, la disuguaglianza non tocca solo le fasce storicamente deboli ma anche quel ceto medio che nei decenni precedenti si era espanso in maniera significativa in Italia e in Europa.
Tutto ciò alimenta quella rabbia popolare che da Atene a Madrid rischia di reclutare larga parte delle popolazioni europee. Di qui il contrasto alla diseguaglianza sociale e il rilancio dell’Europa politica, oltre che economica e monetaria, diventano i due grandi obiettivi che devono entrare nell’agenda politica di tutti i partiti in tutti i paesi. Gli effetti di questa distorsione tra finanza ed economia reale produce da un lato un lento e progressivo impoverimento di buona parte del ceto medio e dei ceti più deboli e dall’altro un profitto “irragionevole” che favorisce l’irragionevole ricchezza di un’elite che rischia di trasformarsi in un improprio potere politico.
Questo circuito perverso di impoverimento-ricchezza-mutazione genetica della finanza e potere politico improprio deve essere spezzato e corretto. Due ci appaiono gli strumenti principali per riuscirci. Il primo è la definizione di un nuovo ordine monetario a 40 anni di distanza dalla fine degli accordi di Bretton Woods necessario per contenere quella speculazione valutaria che incide non poco sull’economia reale mondiale e che spesso diventa un’arma impropria nel confronto tra paesi e/o aree geografiche. Questo tema, urgente e indifferibile, va portato dall’Italia in Europa e dall’Europa sul tavolo del G20 per avere quegli effetti positivi sull’economia mondiale. L’esperienza del sistema monetario europeo può rappresentare  un approccio giusto per definire il nuovo ordine monetario.  Il secondo strumento, anch’esso di caratura internazionale, è una nuova disciplina dei mercati finanziari dopo un ventennio di ubriacatura da deregolamentazione sostenuta da quel pensiero unico che vedeva nel mercato la capacità di autoregolamentarsi e il migliore strumento di redistribuzione della ricchezza prodotta. È avvenuto l’esatto contrario. Con la crescita da un lato di quelle elite finanziarie sempre più ricche e  più ciniche e dall’altro di una nuova povertà di massa. I modi per regolamentare i mercati finanziari possono essere molteplici, dal ripristino della separazione tra banche commerciali e banche d’affari alla riduzione della leva finanziaria,  al blocco definitivo delle vendite allo scoperto.
Una nuova disciplina deve contenere, però, anche divieti precisi su scommesse improprie come quelle sul fallimento di uno Stato o sulle materie prime e riportare lentamente al suo significato originale di tipo assicurativo il complesso dei derivati senza che da essi possano nascere prodotti finanziari tossici e poco trasparenti. Il fine di una diversa regolamentazione dei mercati finanziari deve essere quella di orientare la grande ricchezza finanziaria del mondo verso l’economia reale riducendo quel profitto “irragionevole” figlio della mutazione genetica della finanza diventata un’industria a sè stante e che alla lunga porterebbe alla rovina l’intera economia di mercato.  Quella che proponiamo è un’operazione politica gigantesca che deve convincere innanzitutto l’Europa che non può né deve contentarsi di un obolo da chiedere alla speculazione con la complicata tobin tax che inevitabilmente finirebbe per essere scaricata sui consumatori e sugli operatori. Di tutto ciò sinora non vi è traccia nel dibattito europeo nè all’interno del sistema politico italiano ed è tempo, invece, che queste considerazioni diventino quel minimo comun denominatore che il Paese da venti anni ha smarrito. Solo così l’Italia e l’Europa potranno portare sul tavolo del G20 le drammatiche questioni prima richiamate e che rischiano di minare l’economia reale e lo stesso modello democratico dell’occidente.

Primarie sfiatatoio

pubblicato su ” Il Foglio” il 29-11-2012

Non vogliamo gettare acqua sul fuoco della passione e dell’entusiasmo ma qualche considerazione politica in più sulle primarie del partito democratico va fatta per evitare che si trasformi, alla lunga, in un happening senza costrutto. Portare ai seggi alcuni milioni di persone per un voto che non si sa se avrà un seguito dopo le elezioni politiche, è, dal punto di vista organizzativo, una cosa straordinaria. Lo scontro Bersani-Renzi da questo aspetto è stato un evento mediatico e democratico, ed è, oggettivamente, un antidoto a quella rassegnazione, anticamera della disperazione per un paese da troppo tempo lasciato a se stesso nel mare tempestoso di una crisi finanziaria ed economica internazionale senza precedenti. Detto questo, però, va anche sottolineato che un voto popolare di quelle dimensioni non risolve nessuno dei nodi che soffocano la sinistra e l’intero sistema politico italiano. Cominciamo dal dato più semplice. Come mai il partito democratico si entusiasma per il voto popolare alle primarie tra i suoi diversi candidati e si oppone, invece, tenacemente alle preferenze nelle elezioni politiche per scegliere i parlamentari? Insomma ciò che si consente al proprio interno non lo si vuole consentire all’universo degli elettori nelle elezioni politiche nazionali. Seconda questione. Le primarie in una democrazia parlamentare non esistono in nessuna parte del mondo. Esse, infatti, sono una prerogativa dei sistemi presidenziali ed avvengono all’interno di un solo partito, ad esempio tra i repubblicani e tra i democratici negli USA e tra i socialisti e tra i gollisti in Francia. Neanche nelle democrazie presidenziali, dunque, ci sono primarie “di coalizione” come quelle che abbiamo visto domenica scorsa. E’ segno, allora, che l’Italia ha una democrazia avanzata rispetto a tutte le altre democrazie occidentali o il nostro sistema politico continua ad essere un’anomalia nel mondo che ci circonda? A nostro giudizio è un’anomalia grave che tenta di nascondere un male  terribile che da vent’anni ha contagiato tutti i partiti e cioè quell’ involuzione personale e padronale o, nel migliore dei casi, oligarchica che ha prodotto astensionismo e voto di protesta. Questo cancro personalistico che corrode il nostro sistema politico ha una virulenza talmente alta che finanche i suoi contestatori, Grillo e , nei fatti, Mario Monti, altro non fanno che proporsi come sostituti nello stesso modello personalistico, il primo con il “vaffa” facile e apparentemente rivoluzionario, il secondo con la sobrietà dei bene educati nei circoli finanziari internazionali. In tutti i casi continueremmo ad essere un sistema sostanzialmente autoritario con l’aggiunta di pratiche democraticistiche come quelle delle primarie che sono solo una panacea e non affrontano i nodi di una democrazia rappresentativa stabile e rassicurante. L’ultima questione che emerge con chiarezza dalle primarie del PD è che il mondo di Renzi, aldilà della sua stessa volontà, in larga parte non è il mondo di Bersani e dopo una bella battaglia rifluirà o verso altri lidi o, più probabilmente, verso quell’astensionismo che nel caso specifico non sarà rassegnazione disperata ma solo la conferma dell’assenza di un’offerta politica adeguata perché, ormai da tempo, priva di una cultura di riferimento di stampo europeo. Per parlar chiaro Bersani è un post-comunista saggio e perbene ma pur sempre un post-comunista che ancora oggi oscilla tra un socialismo europeo e un’acquiescenza a quel capitalismo finanziario che tanti guasti sta producendo. Renzi invece, è un quarantenne post-democristiano che mal sopporta l’oppressione di una nomenclatura di stampo antico e che ha dalla sua una voglia sfrenata di cambiamento purchessia con i limiti di una mancata riflessione seria su ciò che sta accadendo nel mondo tra la politica democratica e la finanza. Entrambi non si riconoscono, almeno in Italia, in nessuna delle grandi culture politiche che governano gli Stati membri della comunità europea. Di qui dunque quel nostro giudizio su delle primarie che hanno rappresentato una sorta di “sfiatatoio” della voglia di partecipare dei cittadini ma che politicamente non hanno risolto nulla. Anzi, alla fine della giostra rischiano di innescare anche nel PD una spinta centrifuga tra mondi che possono essere alleati ma difficilmente possono vivere nello stesso partito.

 

Le grandi democrazie presuppongono l’esistenza di uno stato di diritto

Pubblicato su ” Il Tempo” il 28-11-2012

Le grandi democrazie presuppongono l’esistenza di uno Stato di diritto. Senza disturbare Alexis de Tocqueville, la separazione dei poteri impone che tutti i poteri siano soggetti alla legge il cui primato non è messo in discussione da nessuno. Da questo primato della Legge deriva l’altro primato, quello della politica che si esercita nel Parlamento della Repubblica. Richiamate le cose già note a tutti, veniamo alla grande questione nazionale che si è aperta con la chiusura dell’Ilva di Taranto che trascina con sé anche lo stabilimento di Genova e quello di Marghera con un danno all’industria nel suo complesso e in particolare della siderurgia con ricadute occupazionali devastanti. Se la magistratura inquirente di Taranto ha ritenuto di emanare quei provvedimenti di chiusura è da presumere che la sua azione sia imposta dalla legge. La magistratura non ha l’obbligo di farsi carico degli aspetti industriali e occupazionali della vicenda che, al contrario, ricadono tutti sulle spalle del governo e del Parlamento il cui primato nella guida del paese è altrettanto indiscutibile. Detto questo dobbiamo dire che l’azione del governo sinora è stata di una debolezza estrema pensando di ottenere la revoca dei precedenti provvedimenti sull’area a caldo dell’Ilva di Taranto per via amministrativa e cioè con una nuova “autorizzazione integrata” più aderente, a giudizio del ministero dell’ambiente, alle direttive europee. Era fin troppo chiaro sin dall’inizio che nessuna via amministrativa avrebbe spinto l’Autorità giudiziaria a tornare sui propri passi e così dopo il sequestro dell’area a caldo è arrivato quello dell’area a freddo e cioè la chiusura definitiva. Giunti a questo punto e visti i disastri industriali, occupazionali e ambientali che si stanno realizzando il governo deve darsi, come si suol dire, una mossa e assumere le decisioni necessarie per lasciare aperto lo stabilimento dell’Ilva. Adottare le decisioni necessarie significa emanare un decreto legge che non subordina il valore costituzionale del diritto alla salute al diritto del lavoro ma, al contrario, definisca un percorso dove entrambi i valori costituzionali siano garantiti scadenzando temporalmente tutti i provvedimenti di risanamento ambientale e industriale necessari ma lasciando in funzione la produzione industriale. Se la chiusura dello stabilimento eliminasse da subito il rischio- salute, la riapertura potrebbe cozzare contro quel diritto costituzionale del diritto al lavoro. Ma così non è. Anzi, il rischio ambientale, e quindi il rischio- salute, potrebbe impennarsi nella fase successiva alla chiusura. Più saggio sarebbe definire con un decreto legge quando le vicende industriali diventano questioni di interesse nazionale che, una volta riconosciute con una decisione del consiglio dei ministri, attiverebbero un’immediata sospensione delle norme che impongono chiusure immediate. Nello stesso decreto, però, si deve decidere ciò che in questi casi si deve fare con  poteri speciali, di quelli, cioè, che si usano nelle catastrofi naturali, in che tempi farli e chi deve farli. In tal modo i due diritti costituzionali, quelli della salute e del lavoro, verrebbero tutelati in parallelo evitando, nel contempo, un danno irreversibile al patrimonio industriale del paese. Un decreto legge che si muovesse in questa direzione e che, a nostro giudizio, già si sarebbe dovuto fare, riassume in sé le ragioni della magistratura inquirente con la sua indipendenza e le coniuga con le ragioni dei lavoratori e dell’industria. Fuori da questa direzione di marcia si rischierebbe l’occupazione da parte di migliaia di lavoratori del Tribunale di Taranto che nello spazio di qualche giorno si trasformerebbe nell’immaginario collettivo nel nuovo “palazzo d’inverno” pieno di piccoli moderni “zar” da sbaragliare con la violenza. Un disastro democratico ed una implosione dell’intero ordinamento dello Stato. Il tempo è scaduto e se il governo c’è, oggi e non domani, deve battere un colpo. Ma quello giusto, assumendosi, insieme al Parlamento, quelle responsabilità che non sono trasferibili a nessun altro.

 

Umili consigli un po’ perfidi per i nuovisti di Montezemolo

Pubblicato su”Il Foglio” il 24-11-2012

C’è una cosa intollerabile che spesso emerge nei movimenti che si affacciano per la prima volta sulla scena politica ed è quello di sentirsi unti dal Signore e di avere il monopolio della moralità e del saper fare. Non a caso questi movimenti si dichiarano in maniera autoreferenziale “rappresentanti della società civile” . Gli altri, naturalmente, sarebbero rappresentanti della parte tribale della società. A questa tentazione un po’ infantile e un po’ supponente non sono sfuggiti alcuni protagonisti dell’assemblea di sabato scorso aperta con un discorso di Luca di Montezemolo e chiuso con quello del ministro Riccardi. Valga per tutti l’invito in un’intervista del simpatico Nicola Rossi, senatore in carica eletto nelle file del PD e trasferitosi poi nel gruppo misto, a Pierferdinando Casini “ di liberarsi di parte della sua classe dirigente e di guardare all’esterno (sic!!)”. Ci sembra una esplicita richiesta di posti sicuri nella lista di Casini messa lì con quella tenera arroganza infantile che nel caso specifico non ha neanche un minimo di fondamento visto che nelle ultime amministrative in quel di Canosa, piccolo centro pugliese, la lista “Canosa futura” di Nicola Rossi ha preso un solo consigliere comunale nonostante il nostro senatore fosse nato e cresciuto in quella cittadina. Nonostante questi aspetti infantili, noi riteniamo un fatto positivo che uomini e donne che sono già protagonisti della vita politica italiana da moltissimi anni come Luca di Montezemolo, già presidente della Confindustria, Raffaele Bonanni, segretario della CISL da cinque anni, Nicola Rossi senatore della Repubblica e tanti altri ancora decidano di mettersi insieme per formare una propria lista alle prossime elezioni con l’indicazione di un premier come Mario Monti. Quell’assemblea, una volta assunta la forma partito o almeno la forma di una lista per le prossime elezioni potrà dare un contributo importante al governo del paese anche sulla base delle decisioni prese negli ultimi anni dai suoi maggiori protagonisti, dallo scudo fiscale all’aumento della pressione fiscale sulle famiglie per finire alle politiche industriali di alcune grandi aziende del paese come la Fiat. Riteniamo così importante la discesa in campo di quella numerosa assemblea riunitasi sotto lo slogan “Verso la terza Repubblica” che ci permettiamo di sussurrare qualche consiglio. Con umiltà e con la saggezza del dubbio naturalmente. Abbiamo letto e riletto quella lettera manifesto del 25 ottobre scorso e la loro agenda sul cosa fare nel 2013. E siamo rimasti un po’ smarriti perdendoci non tanto nel nulla ma in quei tanti obiettivi che nella loro genericità possono essere sottoscritti da tutti, da Vendola a Storace tanto per intenderci. Ma ciò che più ci preoccupa è che non vi è traccia di alcune questioni fondamentali, alcune di carattere internazionali, altre di natura domestica. L’ordinamento dello Stato, la finanziarizzazione dell’economia, l’Europa con i suoi limiti e le sue difficoltà economiche e politiche, un nuovo ordine monetario, tanto per citarne le principali. Eppure in quell’assemblea non ci sono solo neofiti dell’impegno politico. Ed infine una domanda anche essa sussurrata con umiltà. In quale cultura europea quell’assemblea pensa di collocarsi, in quella liberale, in quella cristiano-democratico, in quella socialista o in quella ambientalista, cioè le quattro culture che innervano i partiti che guidano tutte le grandi democrazie europee? Se ci permettiamo questi suggerimenti e queste domande è solo per non essere delusi nelle nostre speranze che quell’assemblea ha dato all’Italia tutta, dentro e fuori i confini del paese, dalle Ande agli Urali. Un ultimo consiglio. Chi avesse tra quei partecipanti per sbadataggine lasciato proprie risorse o partecipazioni societarie in paradisi fiscali ovunque essi siano, li riportino rapidamente in patria perché l’insegnamento primo della società civile è che ciascuno testimoni con i propri comportamenti ciò che predica nelle piazze e nei salotti, perché tutto ciò che si presenta come nuovo lo sia per davvero.

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