Archivi del mese: settembre 2013

Forte indignazione per le privatizzazioni purchessia degli anni 90, che hanno prodotto i disastri stile Telecom

Pubblicato su “il Foglio” il 27/09/2013

L’indignazione è forte, fortissima. Né ci può confortare il fatto di averlo anticipato e denunciato da almeno 15 anni a questa parte. Ci riferiamo al passaggio di mano del controllo di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica, ultima tappa di una spoliazione del sistema produttivo italiano iniziato con la fine della prima Repubblica. Tanto per capirci da domani potremo essere l’unica grande democrazia europea priva di un’azienda nazionale di Telecomunicazioni. Francia e Germania mantengono un saldo controllo nazionale pubblico mentre la Spagna come nel caso di Telefonica, mantiene una presenza nazionale forte ( Banco de Bilbao e la Caixa) in una public company. E così accade anche per la Gran Bretagna nella quale British Telecom e Vodafone costituiscono campioni nazionali e internazionali in un paese che pure ha scelto di essere una piazza di riferimento della finanza internazionale. Nelle polemiche degli anni novanta fummo tacciati di antica vocazione statalista allorquando contrastavamo lo sciagurato disegno delle privatizzazioni purchessia con la scusa di dover ridurre il debito pubblico. In vent’anni abbiamo venduto aziende o quote di maggioranza di aziende strategiche per circa 160 miliardi di euro e il nostro debito pubblico è aumentato di ben 1200 mld di euro a fronte degli 839 mld lasciati in eredità da quella prima Repubblica che pure aveva trasformato il nostro paese da nazione prevalentemente agricola in uno dei paesi più industrializzati del mondo battendo nel contempo il più grande partito comunista dell’occidente, le brigate rosse e il terrorismo stragista di destra. Tutto questo poteva avvenire grazie anche all’apporto delle vituperate partecipazioni statali che consentirono all’Italia di entrare nei grandi settori a tecnologia avanzata, dalle telecomunicazioni all’energia, dall’avionica al settore spaziale, dai sistemi di armamenti alla chimica fine e via di questo passo facendo crescere una classe manageriale di grande qualità. Attenti, il nostro non è un panegirico del passato ma l’indignazione per una classe dirigente che sta riportando l’Italia ad essere, sul piano economico e produttivo, di nuovo una espressione geografica o, per usare un linguaggio più moderno, un mercato di soli consumatori e di produttori per conto terzi. Insomma un paese subalterno. Invano abbiamo tentato di convincere che il tema vero per il nostro paese era quello di internazionalizzare il suo sistema produttivo e finanziario senza immaginare, come è invece accaduto negli ultimi vent’anni, che l’internazionalizzazione fosse la vendita in blocco del migliore patrimonio tecnologico del paese tenuto sino al ’92 in mano pubblica. L’internazionalizzazione cui pensavamo era quello di rendere il nostro capitalismo uno dei protagonisti del riassetto del capitalismo europeo come peraltro hanno fatto Germania e Francia mantenendo in mani pubbliche alcuni asset produttivi di valore strategico tra cui, appunto, quello delle telecomunicazioni. Una linea essenziale per un paese come l’Italia che stava perdendo quel ruolo geopolitico grazie al crollo del blocco sovietico e alla conseguente fine della guerra fredda che dava ai paesi democratici di frontiera un valore aggiunto negli equilibri mondiali. Dopo anni di polemiche contro quel pensiero unico che riteneva la modernità sinonimo di privatizzazioni purchessia, una valutazione politica finale di un ventennio sciagurato sotto tutti gli aspetti va pure fatta. Non sappiamo ancora se per inadeguatezza politica e culturale o per complicità remunerata, certo è che l’Italia di oggi, impoverita economicamente e socialmente, non ha più nelle proprie mani quegli strumenti finanziari, produttivi e tecnologicamente innovativi che avrebbero potuto garantire quel ruolo strategico negli equilibri internazionali che pure aveva nel passato e non solo per ragioni geopolitiche. Quel che è più grave è il fatto che nel percorso delle privatizzazioni vi siano stati scandali e plusvalenze private da capogiro che solo la nostra flebile voce ha denunciato negli anni, dalla Seat pagine gialle alla Avio, per finire alla stessa Telecom. E pensare che dopo sollecitazioni infinite il paese si era convinto ad utilizzare in maniera più moderna la nostra Cassa Depositi e Prestiti come strumento di politica industriale ed economica. Addirittura era stato creato un apposito fondo strategico affidato a tal Tamagnini che si è limitato ad entrare nei supermercati, nelle assicurazioni generali, in una azienda farmaceutica e nella Metroweb, l’azienda milanese che gestisce la banda larga del capoluogo lombardo. Questo fondo ha visto passare ultimamente sotto i propri occhi ultimamente la società Avio e la vicenda Telecom senza che muovesse un dito probabilmente per indicazione di una politica sciatta e forse compromessa. Non vogliamo tirare in ballo il Britannia o ipotesi complottarde di “spectre” internazionali, ma colpisce che a destra come a sinistra negli ultimi vent’anni parte rilevante della nostra classe dirigente è stata sul libro paga di banche d’affari come la Goldman-Sachs molto spesso al centro di indagini e di sanzioni internazionali. Senza andare oltre per amor di patria vogliamo dire al governo che su questa vicenda ha ancora a disposizione gli strumenti per intervenire interrompendo questo folle passaggio di mano nel controllo di Telecom. Ci riferiamo alla Cassa Depositi e Prestiti e al suo fondo strategico che, peraltro, ha fatto una joint-venture con il fondo sovrano del Qatar per investimenti di rilievo. A chi poco capisce o fa finta di capire poco vogliamo dire che non è senza conseguenze per l’Italia privarsi del controllo di grandi aziende a tecnologia avanzata perché mai come oggi l’equilibrio internazionale tra paesi si regge sulla finanza, sulla ricerca e innovazione e sulla formazione del capitale umano. Un paese come il nostro che ha il 95% del suo sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese ha bisogno di grandi società internazionalizzate capaci di attivare cospicui investimenti a redditività differita nei settori della ricerca e della innovazione distribuendone, poi, i risultati nell’universo mondo delle piccole imprese. E per finire all’intera politica italiana una domanda piena di angoscia. A che serve una grande ricchezza privata di pochi con un deterioramento del patrimonio tecnologico nazionale fonte primaria di un benessere diffuso? Ci pensino Letta e i responsabili dei partiti di maggioranza perché la storia li giudicherà prima di quando si pensi proprio sul terreno dell’interesse nazionale e della prosperità dell’intera società italiana.

Ecco come Alitalia può restare italiana

Articolo pubblicato su ” Il Giornale ” il 05-04-2008 con lo pseudonimo di Geronimo
La telenovela sulla vicenda Alitalia continua con colpi di teatro quotidiani. Qualche giorno fa l’abbandono, poi definito elettoralistico, di Angeletti della Uil, l’altro ieri quello di Spinetta, amministratore delegato di Air France-Klm. Una mossa tattica, hanno fatto filtrare i francesi, cui è seguita una cauta riapertura dei sindacati. In questa trattativa piena zeppa di montagne russe mozzafiato ciò che manca è la guida ferma e intelligente del ministro del Tesoro Padoa-Schioppa. Non sappiamo come non si riesca a capire che se uno si siede al tavolo delle trattative dicendo al compratore o mi acquisti o fallisco, si pone scientemente in una posizione di debolezza tale dalla quale inevitabilmente si esce con le ossa rotte. Eppure Padoa-Schioppa non lo capisce. Ma c’è di più. L’ineffabile ministro del Tesoro continua a parlare di vendita di Alitalia mentre in realtà si tratta di un’offerta pubblica di scambio (OPS) per cui, una volta accettata, lo Stato italiano con il suo 49% e passa di azioni Alitalia diventerebbe un azionista dal 2% al 3% della nuova compagnia Air France-Klm-Alitalia di cui lo Stato francese rimarrebbe l’azionista di riferimento con il 15%. Questa non è solo una precisazione pettegola ma è la testimonianza della mancanza di qualunque strategia di medio lungo periodo. E ci spieghiamo. Dal momento che nella proposta di Air France c’è una ricapitalizzazione di Alitalia per un miliardo di euro la controproposta più intelligente da parte del nostro Governo sarebbe quella di sottoscrivere esso l’aumento di capitale di guisa che il Tesoro italiano non sarebbe domani un piccolo azionista con il 2-3% della nuova compagnia ma sarebbe il secondo azionista della più grande compagnia aerea del mondo per trasporto merci e tra le prime per il trasporto passeggeri con il 6-8% del capitale. Questa presenza significativa in Air France-Klm offrirebbe, più ancora dei vincoli contrattuali, quelle garanzie che da più parti si chiedono in ordine al mantenimento del logo «Alitalia» e delle altre accessorietà. Insomma ci troveremmo a essere protagonisti di un processo di internazionalizzazione attiva del nostro trasporto aereo mantenendo in mani italiane una parte significativa del capitale della nuova compagnia aerea Air France-Klm-Alitalia.
Per quanto riguarda l’esborso del miliardo di euro per ricapitalizzare Alitalia niente impedisce al Tesoro di trasferire il suo 49% in una neweco aprendo la stessa ad alcuni autorevoli imprenditori italiani secondo la linea illustrata da Berlusconi per cui l’impegno «statale» sarebbe minimo o pressoché nullo ma l’Italia manterrebbe, così, nelle sue mani private o pubbliche questa parte del capitale azionario della nuova grande compagnia aerea. In parole povere garantiremmo ad un tempo una internazionalizzazione attiva del nostro trasporto aereo e una privatizzazione parziale o totale della presenza pubblica dentro Alitalia. È difficile comprendere una strategia flessibile come questa capace di difendere un pezzo di «italianità» e il valore della nostra compagnia di bandiera? Eppure questa tesi illustrata da noi in commissione bilancio della Camera Padoa-Schioppa non l’ha capita o, se volete, non ha voluto comprenderla. Resta naturalmente il piano industriale e l’assenso dei sindacati. Ma con una strategia finanziaria e societaria di questo tipo gli stessi sindacati sarebbero più tranquilli e più facilmente accetterebbero quei tagli senza i quali non c’è alcun futuro per Alitalia.

C’è una strada per privatizzare senza svendere

Articolo pubblicato su ” LIBERO ” il 07-04-2010 con lo pseudonimo di Geronimo
L’estromissione di un italiano dal Board della super borsa London Stock Exchange ha aperto gli occhi a tutti, anche a chi li ha tenuti chiusi per 20 anni. Dopo la crisi politica del ’92-’93, la classe dirigente, quella nuova e quella sopravvissuta, fu prima intimidita e poi sedotta da un vento che si definiva liberista ma che con il liberismo c’entrava molto poco. Era, piuttosto un vento di rapina, che postulava privatizzazioni ad ogni costo. Crollata l’ideologia comunista, ne era infatti nata un’altra, quella del mercato che teorizzò la supremazia del privato in ogni settore. Accanto ad indubbie situazioni di grande inefficienza ( vedi Efim) l’industria pubblica italiana così come quella privata aveva livelli di qualità che spesso la ponevano ai primi posti del mondo. Dalle telecomunicazioni, ed in particolare nella telefonia mobile, alla chimica, dall’Eni all’Enel per finire all’aerospazio l’industria pubblica aveva management e massa critica di risorse investite nella ricerca tali da trasferire a tutto il mercato domestico innovazione tecnologica di alta qualità.
Le banche migliori
La stessa cosa avveniva per il sistema bancario tanto che oggi è stato quello che più ha resistito alla crisi. Le privatizzazioni andavano naturalmente fatte ma internazionalizzando il nostro sistema finanziario ed industriale e non vendendolo senza alcuna visione strategica. La politica, però, era scomparsa e così quel vento presentato come una modernizzazione divenne un vento di rapina e di colonizzazione. Francesi, Tedeschi, Spagnoli, Inglesi e Americani sciamarono su di un’Italia il cui salotto buono del capitalismo era totalmente inadeguato mentre era scomparsa quella visione politica necessaria per inserire il nostro capitalismo nel riassetto più generale di quell’europeo attraverso una saggia e negoziata reciprocità. Fare l’elenco dei settori svenduti o semi-svenduti sarebbe lungo ( alimentare, farmaceutico, grande distribuzione, energia, telefonia, il 70% di Eni ed Enel e via di questo passo) e l’assenza di reciprocità è stato sempre il filo conduttore della nostra politica economica. Quel lungo periodo di subalternità culturale ed economica sembra stia per finire tanto che proprio in queste settimane sul caso della London Stock Exchange c’è stato un risveglio da un ventennale letargo. Autorevoli opinionisti, infatti, si sono accorti che altri pezzi dell’economia italiana sono stati venduti o stanno per esserlo e si sono indignati.
Alitalia e Telecom
Dall’Alitalia destinata ad essere francese, alla Telecom anch’essa destinata ad essere spagnola, posto che l’unico socio industriale è Telefonica mentre gli italiani sono solo soci finanziari. Queste due aziende seguirebbero la vendita fatta nel 2007 della borsa italiana agli inglesi della London Stock Exchange senza neanche un patto di sindacato e senza che i nostri azionisti ( le grandi banche) parlassero una lingua sola. E sempre in questi anni fu impedito ad Unipol di scalare Bnl che fu poi data a quattro lire ai francesi. Noi difendemmo Unipol molto più della sinistra italiana intimidita ed impaurita dai grandi mass-media ma nessuno ci ha mai spiegato perché abbiamo dovuto regalare ai francesi la Bnl. Misteri della seconda Repubblica. Siamo insomma diventati un Paese di cui ognuno si vende un pezzo per proprio conto. L’esempio dell’Enel di Tatò che dopo la privatizzazione di Telecom e della Tim costituisce un’altra azienda pubblica di telefonia mobile, la Wind, per venderla poi agli egiziani di Orascom ha qualcosa di incredibile degna di un Paese di “mandarini” nel silenzio complice della politica. Ed è infatti la politica che non ha fatto mai sentire la propria voce. O per incapacità o per interessi inconfessabili. L’indignazione oggi è sacrosanta se serve però a cambiare strada perché quella sin qui seguita non modernizza il paese ma lo rende, come dicemmo diversi anni fa, solo una colonia di rango trasformata in un mercato di consumatori e di produttori per conto terzi.

Festa a chi? Monti e lo strano caso di un convinto europeista che guida un partito senza identità europea

Pubblicato su “IL FOGLIO” il 19/09/2013

Settembre una volta era il mese della vendemmia, oggi lo si ricorda perché è il mese in cui impazzano le feste dei partiti. I protagonisti piccoli e grandi della nostra sgangherata politica, infatti, temprati dalle vacanze estive, si scatenano in feste di ogni tipo. Nessun partito, anche quelli cancellati dall’elettorato, è capace di resistere a questo trionfo logorroico nel quale si dicono le stesse identiche cose che vediamo e sentiamo in televisione 4-5 volte ogni settimana tutto l’anno. Finanche il compassato senatore a vita, Mario Monti, si è tuffato nella festa del suo neo-partito in quel di Caorle. Dopo sei mesi dalle elezioni, il professor Monti, che pure ha studiato, letto ed operato ai massimi livelli accademici e istituzionali, non solo non è sfuggito a questa tentazione boscaiola ma non ha ancora avvertito la stranezza, per non dire altro, del nome del suo movimento. Scelta civica non ha eguali in tutta Europa e per un europeista come Monti guidare un partito senza alcuna identità e cultura di stampo europeo è quanto di peggio poteva capitargli. Se per Monti questa è la prima volta, Casini partecipa alla ventesima kermesse settembrina del suo piccolo partito giunto allo stremo delle forze. Se Monti, dopo dibattiti formalmente intensi, giunge alla rivoluzionaria proposta che per il governo serve (!?!) un patto di coalizione, Casini ripete per l’ennesima volta la proposta di fare un partito con Scelta Civica ma legato al PPE. Legato al PPE? Ma Casini non è dentro quel partito europeo da 30 anni? E non è stato per anni il presidente dell’internazionale democristiana? Come si vede piccole e grandi feste per proporre banalità e vuoti d’aria spesso anche incoerenti tra loro. Ma le feste non le fanno solo i partitini. La loro storia nasce con la sinistra comunista e con le feste dell’Unità che mobilitava all’epoca migliaia di iscritti che mettevano al servizio del partito e di una cultura le proprie braccia e le proprie menti. Oggi in quelle feste trionfa un simpatico giovanotto, quel Matteo Renzi cresciuto nell’alveo del cattolicesimo politico e che non è stato democristiano solo per la sua giovane età all’epoca del ’92. Ebbene quel popolo della sinistra comunista che ha dato tempo e danaro alle feste dell’Unità del vecchio PCI incorona oggi Renzi che, con furbizia tutta democristiana, polemizza contro l’altro autorevole democristiano del PD che guida oggi il governo, Enrico Letta. E quei comunisti che non vollero vent’anni fa evolversi, almeno in Italia, verso l’approdo socialista, fra 3 mesi saranno guidati non da socialisti cattolici come era Jacques Delors in Francia ma da democristiani di sinistra o, se volete, da cattolici non socialisti. Nel frattempo chi guida il PD in questo strano viaggio politico di transizione è un antico autorevole socialista di razza, Guglielmo Epifani, che ha passato una vita intera nel sindacato a difendere l’idea socialista di Nenni, Lombardi e Craxi. I vecchi comunisti di una volta sono dunque diventati una specie protetta perché ormai in via di estinzione sol perché rifiutarono in Italia ciò che accettarono in Europa, cioè essere socialisti, e perché troppo tentati di mettersi al servizio di quella finanza internazionale la cui egemonia, avida e sregolata, è alla base delle povertà crescenti nelle società occidentali. Spiace dirlo, ma è la vendetta della Storia e della politica su chi scambia la propria identità con il potere e perde così l’una e l’altro. Anche altri piccoli partiti fanno le proprie feste con il tradizionale format un po’ vanesio e un po’ frou-frou, da Sel a Fratelli d’Italia (a proposito a quando il nuovo partito delle sorelle Bandiera?). Il PDL, invece, preferisce fare piccole feste locali o raduni giovanili che quest’anno sono un po’ in tono minore perché, in verità, non avevano nulla da festeggiare e poi, come è noto, Berlusconi predilige più i raduni di piazza che non la tradizione operaia o piccolo borghese delle feste di partito. Ciò che ci affanna e ci sconforta è il fatto che in televisione si litiga facendo finta di discutere, nelle feste trionfano dibattiti melensi, nel parlamento sembra smarrita quella politica alta di cui il paese avrebbe bisogno nel mentre i nuovi protagonisti delle 5 stelle, si arrampicano sui tetti, sventolano in aula cartelli e striscioni, lanciano anatemi ed espellono chiunque abbia un’idea propria. Il nuovo che avanza insomma pensa, alla maniera borbonica, che la politica vera sia solo fare “ammuina” per la gioia e la letizia del loro comandante in ombra e del suo simpatico guru capellone ( quanta invidia abbiamo per i suoi capelli !!!). E il paese? Sempre di più sembra un cane bastonato le cui sofferenze crescono nell’indifferenza di quanti dovrebbero provvedervi e invece giocano alla politica politicante mentre nella vicina grande Germania si contendono il governo socialisti e democristiani. È la nostra grande seconda repubblica, bellezza.

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