Archivi del mese: gennaio 2014

“Angelino vuole sopravvivere, è un bravo dc”

Intervista di Paolo Bracalini a Paolo Cirino Pomicino pubblicata su “Il Giornale” il 30 gennaio 2014

“O’ministro” Paolo Cirino Pomicino, una vita nella DC e nei Palazzi, uno dei simboli della Prima Repubblica, di rimpasti e governi bis e tris ne ha visti a dozzine. Quanto basta per non stupirsi più di nulla.
Paolo Cirino Pomicino, Alfano propone un rimpasto ai suoi danni, coi renziani al posto dei suoi, purchè il governo vada avanti.
“E fa benissimo. Ma non parlerei di rimpasto. Alfano forse ricorda l’espressione garbata che si usava nella Dc, “governo amico”, quando il partito voleva prendere le distanze dall’esecutivo. In questo momento Renzi è segretario di un Pd che vede nel governo Pd un amico, ma non il proprio governo. Ma senza un Letta bis in cui la segreteria Pd sia direttamente impegnata è evidente che il governo salta. Alfano lo sa benissimo e quindi sacrifica qualche casella pur di non perdere il governo».
L’arte della sopravvivenza.
«Ma è normale che Alfano voglia tenere in piedi il governo di cui fa parte e che voglia salvaguardare il suo partito, anche a costo di rimetterci qualcosa, perché così sa che arriva al 2015».
Sente aria di vecchia Dc?
«Premesso che per me è un grande complimento dare dei democristiani a qualcuno, certamente Alfano si comporta da democratico cristiano, che significa guardare senza rabbia le cose della politica, avere una cultura di governo. Quel che Alfano ha sbagliato è la scelta del nome: nuovo centrodestra. Così perderanno. Tra l’originale e la copia la gente sceglie sempre l’originale».
Ma lì c’è già una folla. Casini, Monti, Mauro, Olivero…
«Tutti loro sbagliano a voler fare i leaderini di partitini. Il mio amico Casini ha voluto fare un partito personale che più personale non si può e ha perso. Lo stesso rischio che corre Alfano.Il cattolicesimo politico non ha mai tollerato un capo, c’erano gruppi dirigenti, più persone che potevano fare i premier o i ministri, ma non c’era il leaderismo nella Dc. Lo dico anche a Renzi, che è figlio anche lui del cattolicesimo politico, e che ha detto di avere nel suo Pantheon la Pira e Don Mazzolari».
Quindi Alfano cosa dovrebbe fare, una nuova Dc?
«É il mio sogno utopico che qualcuno riesca ad unire i democratico cristiani in un unico partito, che riprenda quella grande cultura politica. Alfano e gli altri nuovi leader di piccoli partiti possono farlo se ricercano il minimo comune denominatore piuttosto che il massimo comune divisore».
L’«Italicum», col premio di maggioranza e le soglie alte, dovrebbe aiutare.
«É l’unico aspetto positivo di questa legge elettorale, il fatto che spinge ad unirsi. Io sono contro la tutela dei partitini, se vogliono vivere si mettono insieme o è giusto che spariscano».
Ma gli aspetti positivi finiscono qui.
«Faccio notare che in tutte le democrazie europee si votano i partiti, qui le coalizioni. In tutte i paesi europei le maggioranze si formano dopo le urne, qui prima. Delle due l’una. O abbiamo trovato il Santo Graal della democrazia moderna, o siamo un’anomalia».
Lei pende per questa seconda ipotesi, da grande supporter della Prima Repubblica.
«La Prima Repubblica ha fatto diventare l’Italia una grande potenza mondiale, ha sconfitto l’inflazione e il terrorismo. E anche il trasformismo è un male di quest’ultimo ventennio, sa? Nei primi quarant’anni di vita repubblicana un solo deputato cambiò maglietta, passando tra l’altro dalla maggioranza all’opposizione. Invece col maggioritario dal ’94 in poi ci sono state centinaia di deputati che hanno cambiato casacca, una o più volte. È un sistema che non funziona».
E la riforma elettorale non migliora neanche un po’?
«Nemmeno per sogno. Ogni sistema elettorale in Europa ha dei meccanismi che combattono la frammentazione politica. Chi la soglia di sbarramento alta, chi il premio di maggioranza, chi il maggioritario. Noi siamo gli unici ad averli messi tutti! Risultato: un premio che assegnerà il governo ad un partito che è minoranza nel Paese, mentre la maggioranza del Parlamento dovrebbe anche corrispondere alla maggioranza del Paese, e così è stato per quarant’anni. Ma davvero pensate che un Paese possa essere governato in via permanente da una minoranza? Sarà la devastazione, tutto sarà possibile».

Pomicino evoca la legge Acerbo: riforma autoritaria

Intervista di Daria Gorodisky a Paolo Cirino Pomicino pubblicata sul ” Corriere della Sera” il 28 gennaio 2014
ROMA – “E’ sconcertante: la legge elettorale che si sta proponendo significa affidare il governo, in via definitiva e permanente, a una minoranza di poco più di un terzo dei votanti. Qualcosa che non esiste in nessun Paese democratico”. Paolo Cirino Pomicino, una vita nella Dc (fede andreottiana) e nelle sue eredi Udeur e Udc, vede nel sistema pattuito fra Berlusconi e Renzi “il rischio di un autoritarismo vestito a festa democratica”: “Riunisce insieme tre elementi maggioritari anomali: alta soglia di ingresso, circoscrizioni piccole, 18% di premio di maggioranza. Non accade in nessun posto. C’è un problema sul terreno democratico non opinabile”.
Si dice che bisogna farlo in nome della governabilità …
“È un alibi. Si dimentica quello che le grandi democrazie parlamentari non hanno mai dimenticato: cioè che la maggioranza si forma in Parlamento e non prima del voto”.
Sono 20 anni che in Italia il sistema di voto prevede coalizioni.
“Infatti abbiamo avuto sempre governi di minoranza. Però, almeno, erano minoranze del 46-48%. Qui si parla del 35. Ricorda la legge Acerbo, nata 90 anni fa proprio richiamando il bisogno di governabilità e votata da tutti, compreso De Gasperi. E fu un errore”.
Secondo quella legge, fortemente sostenuta da Mussolini, bastava il 25% per prendere la guida del Paese.
“Con il modello prospettato può succedere la stessa cosa. Per esempio, una coalizione può avere due partiti che raccolgono ciascuno il 4% dei consensi; però i loro voti concorrerebbero comunque a far scattare il premio di maggioranza. Quindi l’esecutivo rappresenterebbe appena il 26-27% degli italiani. Avremmo un governo elitario, aggravato da liste bloccate che producono schiere di cortigiani. Sarebbe qualcosa di simile ai mandarinati …”
C’è chi sostiene che questo pericolo verrebbe eliminato dalle primarie.
“E’ ridicolo. Le preferenze che vanno bene per indicare i candidati, ma non per votarli. Sembra di essere su Scherzi a parte”.
Quale potrebbe essere il rimedio?
“Bisognerebbe almeno alzare molto la soglia per un premio di maggioranza o addirittura abolirlo. Un sistema proporzionale con uno sbarramento al 4-5% spazzerebbe via i partitini; e il partito di maggioranza può cercare in Parlamento la maggioranza”.
E l’allarme sulla frantumazione politica?
“La frantumazione va contrastata con la soglia di ingresso al 4-5%. E la governabilità sarà sulle spalle della politica, non delle leggi elettorali.

Fiat-Chrysler, la vera risposta all’Italietta in vendita degli ultimi vent’anni

Pubblicato su ” Il Foglio” il 15-01-2014
al direttore-In quel pomeriggio del 13 marzo 2000 tutti pensavano che ormai era iniziato il percorso che avrebbe portato la famiglia Agnelli a cedere il Gruppo Fiat alla General Motors. In quel giorno, infatti il gruppo americano siglò un accordo con il quale acquistava il 20% della casa torinese dando in cambio il 5,1% delle proprie azioni. Chi scrive parlò di una vendita differita dello storico gruppo automobilistico visto che accanto allo scambio azionario furono fatte alcune joint-venture industriali sugli acquisti, sui motori e sui cambi. Insomma una azione sinergica a tutto campo per rendere graduale e indolore la cessione. Infatti nell’accordo fu introdotta una clausola put per cui, dopo due anni dall’accordo ed entro gli otto anni, la Fiat avrebbe potuto cedere il restante 80% del gruppo e la General Motors era obbligata a comprarla. Questa che appariva ed era una vendita differita ci fu più volte preannunciata in incontri privati da Enrico Cuccia che alla fine degli anni ’90 vedemmo molte volte avendo con lui un rapporto basato su di una reciproca simpatia sin da quando il fondatore di Mediobanca accolse il nostro invito e venne in audizione alla commissione bilancio della Camera nel 1985. Il fondatore di Mediobanca accennò più volte che le condizioni della Fiat erano tali che l’avvocato Agnelli l’avrebbe ceduta,anche se con dolore, a chiunque ne avesse fatto formale richiesta. L’accordo con la General Motors dopo 5 anni fu rotto dalla stessa General Motors che pagò complessivamente oltre 4 miliardi di euro pur di non essere obbligata a comprare la Fiat che da oltre un anno era guidata da Sergio Marchionne. Se abbiamo raccontato in pillole quanto avvenne a cavallo degli anni 2000 è solo per far ricordare a tutti in quali condizioni era la Fiat all’inizio del terzo millennio e quali erano state le decisioni della famiglia Agnelli. Dopo la crisi della Chrysler l’opportunità americana fortemente incentivata da Obama fu colta al volo da Marchionne, uno strano personaggio italo-canadese cupo e un pò sciatto nel vestire in contrasto con quella tradizione di “arbiter elegantiae” che fu di Gianni Agnelli, che aveva un’idea fissa e cioè che il Davide-Fiat sarebbe dovuta crescere sul piano internazionale per trattare da pari a pari con i Golia del settore automobilistico mondiale. Una opportunità quella offerta da Obama che Marchionne non poteva che cogliere visto, peraltro, che il mercato italiano e quello europeo erano in forte contrazione. La felice conclusione dell’acquisto totale della Chrysler pagato per oltre due terzi con i soldi della stessa azienda americana è stato un capolavoro finanziario. Un capolavoro possibile, però, grazie al rilancio industriale della Chrysler. E di questo va dato atto a Marchionne e anche ai sindacati americani. Molti si domandano quale sarà l’impatto di questa operazione sull’Italia. Va detto innanzitutto che senza questa operazione il gruppo torinese sarebbe stato venduto a chiunque avesse fatto un’offerta come ci spiegava Cuccia alla fine degli anni novanta, l’occupazione sarebbe crollata perché chi l’avesse acquistata avrebbe comprato innanzitutto la quota di mercato della Fiat che lentamente sarebbe stato appannaggio dei modelli dei nuovi padroni. Oggi è la Fiat ad essere padrona e per essa un azionista italiano che ha il 30% del gruppo, la famiglia Agnelli, una dinastia industriale cresciuta nell’intero novecento insieme all’Italia stabilendo con il paese una sorta di cordone ombelicale che resiste ancora oggi nonostante la moltitudine della quarta generazione. L’Italia probabilmente potrà nel tempo anche vedere una mancata crescita dell’occupazione negli stabilimenti Fiat rispetto ai livelli attuali ma quel che è certo è che l’occupazione sarà finalmente un dato certo e stabile perché la crescita della Chrysler fornirà lavoro alla nostra tradizione operaia, ingegneristica e nel design. La prospettiva di un aumento occupazionale sarà legata da un lato alle politiche industriali e del lavoro del governo e alla pace sindacale una volta deideologizzato il confronto come già fanno da tempo i sindacati tedeschi, ma ancor più al prosieguo di quel processo di internazionalizzazione attiva della Fiat la cui idea ha guidato in questi anni Sergio Marchionne. Tutto questo avverrà ovunque sia la sede legale e Marchionne, ma più ancora gli Agnelli, sanno che non potranno fare a meno della creatività italiana sul terreno della ricerca ingegneristica, del design e della capacità operaia. Vi sono 2 miliardi di cittadini del mondo che in tempi brevi si trasformeranno da lavoratori a basso costo in consumatori e mai come questa volta una azienda italiana che ballava sul baratro del fallimento sino a qualche anno fa potrà competere con i colossi mondiali del settore. In una Italietta in cui le politiche degli ultimi venti anni, all’unisono con il pensiero unico liberista, ha ritenuto un segno di modernità il lasciarsi comprare dal capitalismo internazionale, la vicenda Fiat-Chrysler è la vera risposta moderna di un paese che non vuole piegarsi ad essere semplicemente un mercato di consumo ed un produttore per conto terzi.

Pd chi? Il caso Fassina è solo la spia di ciò che dovrà accadere a un partito diviso fin dalle radici

Pubblicato su ” Il Foglio” il 09 -01-2014
Al direttore-Quel “Fassina chi?” di renziana fattura ha tolto d’improvviso, e forse senza neanche volerlo, il coperchio alla pentola del PD mostrando a tutta l’opinione pubblica cosa bolle nell’animo profondo di un partito che a distanza di anni non sa ancora esattamente cosa è. Le dimissioni di Fassina dal governo non sono una reazione incontrollata ad un insulto giovanilistico. Tutt’altro. Fassina ha posto un problema che a noi è apparso chiaro sin da quando è comparso all’orizzonte del PD quel giovane spavaldo cresciuto nel giusto caldo del cattolicesimo politico che in quelle terre è figlio della prassi e dell’insegnamento di Don Mazzolari e di La Pira. Abbandonata, grazie a Dio, la vecchia cultura comunista, i suoi eredi hanno avuto per anni il fianco scoperto privi com’erano di una nuova identità che tardava ad arrivare. La ricerca spasmodica di una terza via che non c’era, si è conclusa con l’adozione da parte dei vecchi DS di un termine, quello “democratico”, che se è ricco di storia e di cultura negli Stati Uniti è inusuale e privo di senso nella cultura politica europea dove l’unico precedente storico lo troviamo nella fu “repubblica democratica tedesca”, quella recintata dal muro di Berlino, tanto per intenderci. Per dare un segno di ulteriore modernità i DS si fusero con una parte della sinistra democristiana che priva di Moro, Marcora e De Mita, si è lentamente addormentata nel corso degli anni. L’unica area di vivacità culturale della sinistra democristiana rimaneva quella toscana con i Lapo Pistelli e i Letta, che respiravano ancora la spiritualità di Don Mazzolari e di La Pira e assorbivano le visioni di una economia moderna nata e cresciuta nell’esperienza del Mulino dove il ricordo di Andreatta è rimasto sempre vivo perché alimentato dai suoi migliori allievi a cominciare da Romano Prodi. È in quell’area territoriale che si è sviluppato il percorso di Matteo Renzi il quale, sin dall’inizio, ha visto un solo avversario da battere, la vecchia struttura politica del partito comunista. E come sempre capita, la migliore arma per battere un “corpo d’armata” è separare i capi dal grosso del loro esercito che, come l’intendenza napoleonica, avrebbe seguito quel cattolico spavaldo che lasciava presagire finalmente una vittoria del partito a tutto campo. E il potere ha un grande appeal. E così la marcia trionfante di Renzi sta letteralmente schiacciando e stritolando nel partito quel filone culturale socialista che i capi del vecchio PCI non vollero cavalcare in odio a Craxi. Possiamo sbagliare, ma c’è qualcuno che nella segreteria di Renzi viene da una cultura socialista di stampo europeo? Crediamo che non vi sia traccia di questa cultura in quel gruppo di giovani dirigenti e tutto ciò, come scriviamo da quando è nato il partito democratico, porterà inevitabilmente a crepe sempre più profonde nel partito. Il “Fassina chi”? e la reazione che ne è seguita sono solo la spia di ciò che dovrà accadere. Ma c’è di più. La reazione di Fassina, contrariamente a quanto si crede, non è una reazione a caldo di chi prende, incavolato, cappello e va via. Fassina ha messo in evidenza non solo lo scontro nel partito per le ragioni profonde prima descritte ma anche il rapporto tra Renzi e la sua squadra con il governo Letta. Un governo ritenuto solo “amico”, rispolverando le antiche ma puntuali definizioni democristiane, e non un governo nel quale la nuova segreteria si riconosce appieno. Per farlo, è questo l’intendimento di Fassina, c’è bisogno che Renzi indichi alcuni ministri ed in particolare quelli che sono il cuore dell’attuale esecutivo a fronte di una crisi economica e sociale senza precedenti, e cioè l’economia, il lavoro e lo sviluppo economico. Noi crediamo che questo sia il messaggio che Fassina con le sue dimissioni abbia voluto mandare al nuovo segretario politico del partito. Renzi, allora,dovrà comprendere sino in fondo come mantenere un partito unito creando un comune sentire di fondo e nel contempo dare fiato e respiro ad un governo che, piaccia o no, è un governo guidato da un altro autorevole dirigente del suo partito e, per giunta, espressione dello stesso cattolicesimo politico. Dinanzi a queste difficoltà Renzi potrebbe scegliere la scorciatoia di elezioni anticipate. Scorciatoia impervia perché Napolitano, giusto il suo impegno, potrebbe dimettersi lasciando al suo successore l’onere dell’ennesimo scioglimento delle Camere e i gruppi parlamentari, gran parte dei quali verrebbero sacrificati al nuovo che avanza, rischierebbero di spaccarsi dinanzi a questa scelta facendo precipitare il partito nel caos. Saggezza vorrebbe che nel governo entrassero con ruoli significativi uomini del segretario perché è rovinoso, come la storia ci insegna, fare la guerra contemporaneamente su due fronti. Naturalmente si sprecherebbero le battute sul riemergere di pratiche da prima repubblica ma chi le dovesse fare, giovane o anziano che sia, dimostrerebbe solo una grande incultura politica che, come si sa, non ha preferenza di età.

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