Quella furtiva lacrima eucaristica che il peccatore non merita di versare

pubblicato su Il Foglio sabato 15 Marzo 2014

L’amore tra un uomo e una donna con tutto il suo carico di sessualità e di un comune sentire è secondo, per intensità, solo all’amore verso i figli la cui dimensione è senza fine unendo finanche l’umanità al mondo animale. Ma pur secondo, l’amore tra un uomo e una donna ha una forza tale da spingere l’uno e l’altra a lasciare la propria casa e i propri genitori per iniziare un nuovo comune cammino che si spera possa essere per una vita intera. Se per i cattolici, e per i credenti in genere, questo è un insegnamento divino, anche per i non credenti l’amore che spinge un uomo e una donna ad unirsi in matrimonio ha la forza di un progetto appassionato che fa sopportare sacrifici e rinunce. Sacrifici e rinunce spesso non solo di carattere economico ma anche legati ad una convivenza che impone di per sè rinunce piccole e grandi. Nel passato il matrimonio, cattolico o laico che fosse, era percepito come una riduzione delle libertà personali, in particole per le donne. Come spesso accade per la legge del contrappasso, da oltre 40 anni anche in Italia è cresciuta nella società un’idea di un permissivismo assoluto che spesso travolge amore e passione e con essi famiglia e figli. L’unione d’amore tra un uomo e una donna è cosa delicata che va alimentata in mille modi a cominciare da quelle parole che Francesco ricorda “ grazie, prego, scusa”. L’equilibrio della famiglia di oggi si basa giustamente, invece, su di un trionfo delle libertà di ciascuno. Una libertà, però, che viene spesso confusa o con il libertinaggio o con una vita sostanzialmente solitaria per cui si coabita ma non si convive mentre al contrario le libertà di ciascuno dovrebbero consistere nel coltivare i propri interessi culturali, i propri hobbies, e le proprie piccole quotidiane abitudini cercando sempre di renderle compatibili con le libertà dell’altro. Facile a dirsi, difficile a testimoniarle in una società veloce ed affannata dalle difficoltà economiche e da quei due impostori della vita che sono il successo e la sconfitta e, spesso, dai problemi dei figli che sopraggiungono. Ma la famiglia si sfascia quando l’amore si consuma fino a spegnersi, quando, cioè, nel tempo non si trasforma in amicizia profonda, in comprensione assoluta dei difetti di ciascuno o quando non canalizza più le energie dell’uno e dell’altra verso obiettivi comuni. Quell’amore si può spegnere anche senza travolgere la famiglia sempre quando non si trasformi prima in una noia che diventa poi indifferenza per sfociare, infine, in una crescente intolleranza che rende la vita di entrambi impossibile nella sua quotidianità. Per molti i figli sono un carico affettivo e di responsabilità che spesso trattiene dal mettere la parola fine ad una famiglia che non c’è più ma col tempo ci si accorge che una convivenza forzata e litigiosa si trasforma in un pessimo esempio per gli stessi figli. Ed allora la separazione prima e il divorzio poi sono la naturale conclusione, anch’essi approdi complessi che spesso scatenano reazioni inconsulte nell’uno o nell’altra. A farne le spese di queste reazioni inconsulte spesso sono le donne generalmente soggetti più deboli in quella unione che si è consumata. Ciò che finisce porta con sè sempre un carico di tristezza ma si accompagna anche ad un senso di liberazione dopo decenni di convivenza da “guerra dei roses”. Una volta separati, l’una e l’altra spesso incontrano un altro viandante della vita anch’esso piegato da un fallimento e da una voglia di tornare a sorridere, di tornare ad amare, di smetter di essere un giramondo del sentimento e scoprono che quel viandante ha le loro stesse esigenze. Si comincia, allora, un rapporto prudente e diffidente che con lo scorrere del tempo fa scoprire che, forse, una nuova unione può far ritrovare un nuovo cammino comune. A quel punto un cattolico entra in difficoltà nel suo intimo perchè rispetto alla dottrina una convivenza “ more uxorio” è un peccato permanente che impedisce la comunione ma prima ancora la stessa confessione che presuppone un pentimento che non c’è . Questa è, forse, anche la mia storia, la storia di un cattolico convinto e praticante che, come diceva San Paolo alla fine della sua vita, ha conservato la fede pur tra mille battaglie e avendo conosciuto da vicino quei due grandi impostori della vita, l’ebbrezza del successo e l’amaro della umiliazione oltre che il dolore e la paura. Ma io ho avuto una fortuna. Sono cresciuto in una famiglia numerosa con una madre cattolicissima che quando pregava lo faceva così intensamente da commuoversi e che quando gli comunicai la morte di un mio giovane fratello si inginocchiò dinanzi al quadro della Madonna dicendole “non ti capisco ma te lo affido“. Quella madre dolorosa ci ha sempre fatto conoscere il Dio del perdono e della misericordia e non il Dio della punizione e della condanna. Questo insegnamento mi ha accompagnato in questa storia, ad un tempo triste e dolce, sino a farmi vedere che “ quel peccato permanente” figlio di un nuovo amore evitava “tanti, tantissimi peccati” figli del vizio e della solitudine. Ecco perchè le parole di Francesco sono per tanti, a cominciare da me, una speranza nuova fatta di amore e di misericordia nella certezza che i figli dell’uno e dell’altra sappiano comprendere e tornino a sorridere della felicità dei propri genitori che a loro volta, se cattolici, potranno tornare a quell’eucarestia che spesso hanno desiderato con una lacrima furtiva e malinconica.

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