Archivi del mese: luglio 2014

Come aggredire il debito pubblico senza i soliti provvedimenti demagogici

pubblicato il 29-07-2014 su Il Foglio Quotidiano

Mentre Roma discute Sagunto brucia scriveva Tito Livio diversi secoli or sono. E mai come ora Sagunto è l’Italia che polarizza energie, tensioni, scontri su temi decisamente importanti come la riforma del Senato e più ancora del titolo V (le competenze delle Regioni , tanto per intenderci) ma certamente meno urgenti della messa a punto di una politica economica che metta al centro la ripresa di una crescita economica assente da quasi 20 anni. Ed invece su quest’ultimo terreno emerge da un lato una sorta di non consapevolezza dello stato drammatico dell’economia del paese e dall’altro per l’ennesima volta si affaccia il tema di una manovra correttiva per avere un deficit di bilancio al di sotto del 3%. Sono venti anni che tutti si interessano del numeratore nel rapporto deficit-Pil e mai nessuno del denominatore la cui crescita è il vero strumento per risanare stabilmente la finanza pubblica. Allora è bene chiarire subito come stanno le cose per non aggiungere errori ad errori. Dopo 5 anni di recessione e uno di stagnazione economica la prima cosa da non fare è tagliare la spesa pubblica perchè qualunque taglio manda all’economia reale un nuovo imput recessivo. Altra cosa è, naturalmente, la diversa allocazione delle poste di bilancio per recuperare una diversa efficacia della spesa pubblica il cui taglio può, al contrario, avvenire solo quando la crescita si sia consolidata a livelli almeno del 2% l’anno. Se, a nostro giudizio, non va fatta, dunque, una manovra correttiva per tagliare spesa pubblica va rapidamente messa a punto una manovra di finanza straordinaria per aggredire il debito e liberare risorse dall’unico bacino disponibile, quello della spesa per interessi forte di oltre 85 miliardi di euro l’anno. Ciò che sfugge al governo ed alla maggioranza, ma in verità anche alle opposizioni, è che se anche riuscissimo a restare al di sotto del 3% cosa cambierebbe per l’economia italiana? Nulla. Alla stessa maniera sarebbe un disastro immaginare per un periodo di poter rilanciare l’economia del debito che può essere una soluzione transitoria ma in un paese che non abbia un debito alto come quello italiano (è il caso di molti paesi europei a cominciare dalla Francia). Basterebbe guardare gli ultimi 20 anni in cui l’Italia si è avvitata in un circuito perverso fatto di bassa crescita e di un debito che aumentava in maniera esponenziale senza che nella società vi fossero tensioni sociali come quella vissuta nella stagione del terrorismo e men che meno livelli inflazionistici allarmanti. È tempo, dunque, di cambiare linea e di immaginare una attenzione esclusiva verso l’aumento della crescita che ha bisogno di risorse nuove capaci di consentire di ridurre la pressione fiscale e contributiva su famiglie e imprese e di accentuare investimenti pubblici concentrati su obiettivi specifici capaci di trascinare con sè investimenti privati a fronte della ripresa di un domanda interna figlia a sua volta di un aumento dell’occupazione. Il dibattito demagogico di questa settimana parla di tagliare le pensioni al di sopra di 3mila o di 5mila euro mensili quasi che questo taglio consentisse l’aumento dei trattamenti pensionistici bassi. L’unica cosa che produrrebbe una misura demagogica di questo tipo è che gli italiani sarebbero tutti più eguali nella povertà. L’alternativa coraggiosa, invece, è l’aggressione al debito pubblico accompagnata da misure minori e da nuovi strumenti capaci di accelerare la spesa di investimenti pubblici e di quelli privati per far ripartire la crescita. Proposte in questa direzione sono state avanzate da più parti ma è il governo a dover prendere una iniziativa adeguata. Il superamento del bicameralismo paritario è una linea ormai condivisa ma lungo quella direzione vanno garantite il rapporto eletto-elettore e un equilibrio tra poteri ma quel tema, lo ripetiamo, importante nel medio periodo per un ammodernamento delle istituzioni democratiche, è certamente meno urgente e può tranquillamente coesistere con una nuova politica economica per evitare che l’Italia, come Sagunto, bruci nell’angoscia di una povertà crescente mentre discute di un periodo lontano nel quale il paese rischia di arrivarci con implosioni sociali devastanti.

Ministra Boschi, nipotina di Fanfani, ci lasci alle nostre allucinazioni DC

pubblicato giovedì 24 luglio 2014 su Il Foglio Quotidiano

Dobbiamo ringraziare di cuore il ministro Boschi per le sue due ultime dichiarazioni al Senato della Repubblica al termine della discussione generale sulla riforma del Senato e del titolo V° della costituzione. Il ministro Boschi ha detto due cose importanti che ci hanno intenerito più di quanto noi stessi potevamo immaginare. La prima è stata quando inneggiando alla verità ha ricordato un politico antico della sua regione, Amintore Fanfani, che diceva come in politica le bugie non servano. Sentire il nuovo che avanza ricordando padri della patria ci ha riempito di gioia perchè la Boschi, pur non avendolo per la sua giovane età visto da vicino, ha ricordato uno dei cavalli di razza della democrazia cristiana. Amintore Fanfani faceva parte di quel gruppo di democristiani che venivano chiamati “i professorini” con un tantino di sufficienza tutta democristiana. In quel gruppo primeggiavano Giuseppe Dossetti, poi fattosi monaco, Giuseppe Lazzati, rettore dell’università cattolica di Milano, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira, sindaco di Firenze più volte citato dallo stesso Matteo Renzi come uno dei suoi punti di riferimento culturale insieme a don Mazzolari. Se anche la Boschi cita uno dei quattro come fa Renzi, è segno che la squadra di testa del PD è guidata “culturalmente” dai nostri nipotini politici. Tutti giovani, pieni di fantasia e di determinazione e con una cultura di riferimento che è anche la nostra. Grazie dunque, al ministro Boschi (scusi se non la chiamiamo ministra perchè riteniamo cacofonico il termine) per questo riferimento che non è un amarcord ma , al contrario, è segno di un background di tutto rispetto. Anzi, potremmo spingerci anche un po’ più in la sul terreno delle interpretazioni perchè Fanfani fu uno dei due DC che nella storia del cattolicesimo politico, tentò di fare insieme il segretario del partito e il presidente del consiglio. La DC, però, puntava ad una vera democrazia e sapeva distinguere la funzione del partito da quella del presidente del consiglio e quindi si oppose. Fanfani tenne la posta e in tempi brevi non fu più nè segretario politico nè presidente del consiglio. Absit iniuria verbis, naturalmente, rispetto a Renzi (possiamo dirlo democristiano del terzo millennio?) che oggi, dalla sua, non ha più la DC con i suoi vizi ma anche con le sue tante virtù che allora si chiamavano democratiche. Quel novecento tutto sbagliato tra dittature feroci e democrazie flaccide!!! La seconda cosa per la quale dobbiamo ringraziare il ministro Boschi è di averci fatto capire qualcosa che ci sfuggiva. Da qualche mese, infatti, non ci sentivamo molto bene ma non sapevamo capire la natura del nostro disturbo pur essendo, peraltro, medici. Il ministro Boschi ci ha chiarito tutto. Il ministro, infatti, ha detto con tono fermo e con accento dolcemente strascinato come solo i fiorentini sanno fare, che chi dice che questa riforma è autoritaria ha delle allucinazioni e l’allucinazione è di per sè una bugia che nasce, però, da un disturbo del pensiero e dell’affettività. Grazie signor ministro, grazie davvero, non l’avevamo capito. Ecco perchè ci sentivamo poco bene. Avevamo, infatti continuamente queste allucinazioni che ci affliggevano da sera a mattina per non parlare della notte!. Ogni tanto vedevamo un parlamento di donne e uomini liberi, spesso vedevamo che i cittadini andavano nella cabina elettorale per scegliere i propri senatori e deputati come scelgono i consiglieri comunali e regionali, e addirittura alcune volte vedevamo un processo legislativo rapido nel suo percorso perchè le commissioni lavoravano in sede redigente, come si dice in gergo tecnico lasciando cioè all’aula il solo voto finale. In certi giorni più faticosi degli altri abbiamo addirittura visto qualche governo sostenuto da una maggioranza parlamentare che era anche maggioranza nel paese. Ed, invece, la ministra Boschi (ha visto, ce l’abbiamo fatta!!!) ci ha messo a nudo letteralmente togliendoci all’improvviso ogni vestito di dosso ed abbiamo finalmente preso coscienza che siamo degli allucinati. Via il Senato, via le preferenze, via la coincidenza tra maggioranza parlamentare e maggioranza del paese e via via tante altre cose di cui presto ci accorgeremo. Grazie dell’avvertimento signora ministra ma noi siamo dei suoi poveri nonni politici, siamo cioè di una generazione cresciuta con gli insegnamenti di Fanfani, Moro, De Gasperi, Andreotti, Nenni, Malagodi, La Malfa e tanti altri ed abbiamo paura di quel che diceva la “vecchia siracusana” al tiranno Dionisio, non c’è mai fine al peggio! Lunga e felice vita dunque ai nipotini della DC, in verità un po’ arruffoni, ma ci lascino nelle nostre allucinazioni e nelle nostre vecchie e decadenti tentazioni democratiche.

La ragione dei gufi

pubblicato il 16 Luglio 2014 su Il Foglio Quotidiano

In questa settimana molti uomini e donne bruceranno la propria storia politica e culturale. Ci riferiamo a quanti hanno dietro le spalle anni di pensiero politico e di impegno culturale e che si apprestano a votare quella riforma del Senato che non può essere aggettivata senza scivolare nella volgarità. Sostituire il Senato della Repubblica con 80 consiglieri regionali e 15 sindaci o giù di li, significa abolire il Senato nella maniera più vergognosa possibile perchè si mette una istituzione quasi bicentenaria e che affonda le radici nella storia del mondo nelle mani di personale politico di cui, in questi venti anni, abbiamo visto la smarrita qualità, senza per questo voler generalizzare. Superare il bicameralismo perfetto è stato in questi mesi un alibi per mettere mano ad un impianto costituzionale ed istituzionale che produce autoritarismo al di là della stessa volontà dei modernisti d’accatto che ritengono di essere tali perchè distruggono il passato senza migliorarlo e senza costruire qualcosa di efficace e altamente rappresentativo. Quel bicameralismo paritario così criticato si poteva superare in mille altri modi ma innanzitutto con due provvedimenti: a) modificare le funzioni del Senato, riducendole, non abolendole; b)ridurre il numero dei senatori alla metà eleggendoli democraticamente. Per quanto poi riguarda la velocità del processo legislativo bastava che in entrambe le Camere l’attività delle commissioni avvenisse di regola in sede redigente, lasciando, cioè l’aula al solo voto finale con annesse dichiarazioni dei gruppi. È così che funziona, ad esempio, la più grande democrazia al mondo, quella americana, che ha un bicameralismo perfetto ed in più un forte presidenzialismo. Ed è ridicolo sostenere che il nostro futuro Senato sia forgiato sul modello tedesco perchè si dimentica che la Germania è uno Stato federale nel quale i länder hanno poteri legislativi seri e profondi. L’Italia non è uno Stato federale e in questi giorni giustamente alle Regioni verranno tolte una serie di competenze. Stiamo, cioè, per fare un cammino inverso al federalismo tedesco mentre tentiamo di copiarne la camera alta, il Bundesrat, nella quale siedono uomini e donne con un’esperienza di legislatori locali che non hanno i nostri consiglieri regionali. E ci fermiamo qui per carità di patria. Dispiace che il giovane presidente del Consiglio verso cui nutriamo simpatia e speranza per contrastare idee diverse dalle proprie ricorra a stupide offese verso i senatori dissidenti definendoli gufi o interessati al “vil danaro della indennità” che scompare. Fatto sta che questo pasticcio culturale, istituzionale e politico viene sostenuto con due sole motivazioni, il risparmio di una spesa di qualche centinaio di milioni e l’accelerazione del processo legislativo, due motivazioni, cioè, mediocri culturalmente e modeste contabilmente. Spiace dirlo, ma ciò che emerge dal patto tra un uomo come Berlusconi, sul viale di un triste tramonto, e un giovane leader politico come Renzi è un impianto autoritario nel quale spiccano 1) una sola Camera in uno Stato che non è federale e non ha un presidente della Repubblica eletto direttamente; 2) nella Camera rimasta il potere assoluto viene dato ad una minoranza del paese di poco superiore ad un terzo dei votanti; 3)la scelta dei deputati viene fatta dai segretari politici sottraendoli al voto popolare e quindi privi di quella autonomia politica e culturale che si chiama libertà. Noi siamo tra quanti sorridono e non si offendono se vengono chiamati gufi perchè sanno che sono “conservatori” di un bene prezioso, quello della libertà dei parlamentari e delle istituzioni nazionali e che non venderebbero mai quel bene o per paura o per piccole convenienze politiche. Quel che chiediamo a tutti, e a noi per primi, è di ricordare i volti di quei cinque o sei leader politici che si intesteranno questo sciagurato provvedimento e di tutto quel che accadrà negli anni successivi con il combinato disposto con quella legge elettorale già approvata alla Camera (Italicum) e che neanche il fascismo osò partorire negli anni bui della nostra storia nazionale. Il tutto nel mentre l’orizzonte economico del paese diventa sempre più cupo.

Gioventù buttata

pubblicato venerdì 11 luglio 2014 su Il Foglio Quotidiano

Noi siamo, per vocazione antica, governativi e questa natura ci obbliga ad essere sempre molto attenti a tutti i provvedimenti che ogni governo in carica produce. Lo diciamo con chiarezza perchè non vorremmo passare per “bastian contrari” dal momento che non lo siamo come dimostra l’intera drammatica vicenda del governo Monti. Quel presidente del consiglio fu sin dall’inizio criticato da noi sui singoli provvedimenti e sulle politiche messe in atto. Creammo scandalo perchè il Paese lo idolatrava pensando di aver trovato un moderno Mosè capace di guidare la gente italica nella terra promessa del risanamento dei conti pubblici. Oggi a parlar bene di Monti non c’è più nessuno. Tutta questa premessa solo per dire che quanto ci apprestiamo a scrivere su Renzi e il suo governo non è figlio di un pregiudizio contrario, anzi, ma i governi vanno aiutati criticando e suggerendo. E veniamo al punto che, in questa occasione è la ennesima riforma della pubblica amministrazione presentata dal governo Renzi (per essere precisi la quarta nel ventennio ultimo). Diciamo subito che l’approccio a quello che è un tema di fondo per recuperare competitività e attrarre investimenti esteri è ancora una volta sbagliato. E ci spieghiamo. Il grosso delle norme di questa ennesima riforma riguarda infatti il personale della pubblica amministrazione (mobilità, dirigenza pubblica, trattenimento in servizio di quanti devono andare in pensione, permessi sindacali, e via di questo passo) mentre la semplificazione amministrativa, vero obiettivo da raggiungere, viene affidato ad una intesa ancora da definire tra Stato e Regioni entro e non oltre il 31 ottobre prossimo (ma perchè per definire una intesa tra Stato e Regioni c’è bisogno di una legge che l’annuncia?!?). Leggendo attentamente la cosiddetta norma semplificatrice si vede che gli accordi tra Stato e Regioni dovevano produrre una modulistica unica “per le istanze, dichiarazioni e segnalazioni da presentare alle amministrazioni pubbliche con riferimento all’edilizia e all’avvio di attività produttive”. È inutile dire che per questo obiettivo viene istituito l’ennesimo comitato “interistituzionale” ma quel che ci appare ancora più grave è il fatto che non viene sancito il principio che la pubblica amministrazione debba presentare essa una “carta aziendale” con la quale indica gli obblighi che chiunque voglia intraprendere una attività produttiva deve rispettare dando ad uno solo sportello regionale la notizia dell’inizio della propria attività. La pubblica amministrazione farà, poi, i controlli postumi entro un determinato lasso di tempo. Così si raggiunge l’obiettivo tanto declamato “l’impresa in un giorno”, invertendo, cioè, gli obblighi tra operatore e pubblica amministrazione. Basta, dunque, chiedere permessi, autorizzazioni, certificati e quant’altro al cittadino che vuole lavorare il quale, al contrario, deve solo sapere gli obblighi cui deve sottostare pena sanzioni nei controlli successivi. Di questa soluzione così banale nessuna traccia. Una modulistica unica è, certo, una cosa utile ma se con un modulo unico e standardizzato dobbiamo chiedere decine di permessi siamo lontanissimi dall’obiettivo della semplificazione. In 20 anni si sarebbe dovuto comprendere qual era e qual è ancora oggi il nocciolo burocratico da superare che non sono i burocrati come dice Renzi ma l’impaccio normativo e autorizzativo, vero tormento del cittadino e dello stesso funzionario pubblico. Detto questo, anche sulla mobilità ci sono errori grossolani. Il primo, e anche il più importante, è quello di avere escluso dal bacino della mobilità con le altre amministrazioni pubbliche gli enti locali che rappresentano una parte cospicua dei pubblici dipendenti tenendo presente, inoltre che in molte amministrazioni centrali (interni, difesa) la mobilità dei dipendenti è già attuata. Quando nel 1988 noi attivammo la mobilità volontaria, dopo un breve braccio di ferro con Comuni e Province, tenemmo dentro il processo di mobilità anche gli enti locali e in prima applicazione su circa 9000 trasferiti il 32% era da o verso i Comuni. E infine è utile ricordare che il primo processo di mobilità dei pubblici dipendenti nel 1988 fu attivato con un semplice decreto del presidente del consiglio (DPCM) a testimonianza che in questi 20 anni si è dimenticato l’uso dell’alta amministrazione aprendo, così, la porta ad una bulimia legislativa per giunta sciatta e generica tanto da richiedere, come una matrioska, una successiva miriade di decreti attuativi che non arrivano mai (sono oltre 500 quelli che aspettiamo ancora). Morale della favola: nei governi come nella vita, la giovinezza è una opportunità che priva di esperienza viene solo scioccamente sciupata.

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