Archivi del mese: agosto 2014

Più che il lavoro, a costarci troppo cari sono il denaro e la finanza sregolata

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 30 agosto 2014

La riunione dei banchieri centrali tenutasi alcuni giorni fa nel Wyoming ha avuto come tema centrale del dibattito il mercato del lavoro, un tema che affligge da anni la democrazie occidentali che presentano un tasso di crescita modesto o, come nel caso italiano negativo, dopo oltre cinque anni di recessione. E sinora le ricette messe in campo dagli USA, dal Giappone e dalla stessa Gran Bretagna è sempre la stessa, una politica monetaria e di bilancio espansive con debiti pubblici crescenti. E’ davvero questa l’unica ricetta? Noi crediamo di no anche se per invertire un ciclo economico negativo c’è bisogno in prima battuta di politiche monetarie accomodanti e di politiche di bilancio espansive che mettano al centro dell’attenzione una diversa qualità della spesa pubblica orientata, prima ancora che alla sua riduzione, alla crescita per concorrere ad una politica anti ciclica. Bene ha fatto Mario Draghi nel ribadire che la politica monetaria non può sostituire una politica economica fatta di politiche di bilancio, di politiche sociali, di formazione, di ricerca e di innovazione. Avremmo gradito, in verità, anche un riferimento più preciso dall’insieme dei governatori delle banche centrali sulla crisi che ha investito in particolare l’occidente. Una crisi che, a nostro giudizio, è di domanda e non di offerta tant’è che il nuovo spettro è la deflazione mentre se fosse una crisi dell’offerta avremmo visto crescere i prezzi. Sottolineiamo questo aspetto perché un’analisi non precisa o non completa rischia di portare a soluzioni parziali o addirittura incoerenti. Non è un caso, infatti, che i suggerimenti emersi dalla riunione dei banchieri centrali sia in una unica direzione, ridurre il costo del lavoro e contrarre gli stessi salari per recuperare competitività all’impresa, unico soggetto, pubblico o privato che sia, capace di produrre ricchezza. E questo sarebbe un errore. Non perché non sia necessario ridurre il costo del lavoro ma perché la competitività di una impresa ha anche altre componenti altrettanto importanti come, ad esempio, la finanza intesa nel suo doppio versante, patrimoniale e del fabbisogno di credito. Una questione, questa, del tutto assente non solo nel dibattito ultimo tenuto a Jackson Hole nel Wyoming ma anche e principalmente nei comportamenti delle banche centrali e, per quanto riguarda l’Europa, nella messa a punto di Basilea 3 che aumenta in maniera notevole per le banche l’onere dei propri impieghi e quindi, a cascata, gli oneri finanziari per le imprese. Sembra quasi che l ‘unica preoccupazione debba essere la salvaguardia del denaro delle banche e non dell’altra componente dell’impresa che è il lavoro dell’imprenditore e delle sue maestranze. Tanto per fare un esempio di casa nostra, la Banca d’Italia dà per il trimestre luglio-settembre 2014 per affidamenti creditizi superiori a 5mila euro una forchetta di tassi applicabili tra il 10,20 e il 16,75. Un siffatto onere è o non è un elemento che pesa sulla competitività delle imprese almeno quanto il costo del lavoro? E per non indurre in errore chi ci legge, anche in paesi diversi dal nostro che hanno, cioè, tassi più bassi, il costo del denaro è un elemento non secondario sulla competitività delle aziende. Questo aspetto non può che rientrare nella competenza delle banche centrali ma anche in quella delle imprese bancarie che devono poter ridurre il costo della propria struttura per alleggerire il peso di quel pilastro degli oneri finanziari che opprime la competitività delle imprese alla stessa maniera di come il carico tributario pesa sulle banche e sui loro equilibri di bilancio essendo anche esse imprese. Come si vede è una filiera il cui anello terminale resta l’impresa e la sua competitività. Ma c’è di più. Da vent’anni a questa parte la finanza ha via via dismesso il suo ruolo di infrastruttura al servizio dell’economia reale per diventare una industria a se stante in cui la materia prima son quattrini e il prodotto son più quattrini. La dimostrazione di questa mutazione genetica sta nella vita delle stesse imprese, in particolare in quelle medio-grandi, il cui fatturato è per almeno un quinto legato ad attività finanziarie e non ad attività di produzione o di servizi. Un solo dato: nel triennio 2009-2011 gli impieghi di natura finanziaria (acquisizioni, dividendi e liquidità ) delle multinazionali americane, europee e giapponesi sono stati 1,5 volte quelli industriali. Questa è una grave distorsione del capitalismo occidentale perché investe in pieno la crescita del benessere fondato sulla diffusione di prodotti e di servizi che elevano il tono di vita complessivo delle società moderne. Una modernità che non prevede una utopica uguaglianza nel tono di vita ma che non può a lungo sostenere una crescita esponenziale di disuguaglianze come quelle che abbiamo visto in questi venti anni durante i quali larghe masse di quello che una volta si chiamava ceto medio produttivo e professionale si sono impoverite mentre una sempre più stretta elite finanziaria ha accresciuto in maniera notevole le proprie ricchezze. Questa mutazione genetica del capitalismo occidentale arriva da lontano, dalla deregolamentazione dei mercati finanziari che con i suoi prodotti innovativi hanno attratto sempre più risorse sottraendole alla economia reale e, per essa, alla competitività delle imprese per quanto abbiamo sinora detto, creando, inoltre, una economia di carta sovrastrutturale che se non fermata a tempo farà scoppiare una bolla monetaria dagli effetti devastanti. Quando invochiamo una diversa regolamentazione dei mercati finanziari non pensiamo a vecchie tentazioni dirigiste ma ad una diversa convenienza tra investimenti finanziari e quelli nell’economia reale privilegiando questi ultimi. Il capitalismo finanziario, infatti, rischia di ammazzare quella economia di mercato che per crescere e consolidarsi ha bisogno di una armonia di tutte le proprie componenti (della incidenza della componente energetica sulla competitività parleremo in altra occasione) senza la quale diventa difficile difendere anche quel sistema democratico che l’occidente si è dato nel secolo scorso. Come si vede in politica come in economia tutto si tiene ed è forse giunto il tempo che la politica torni essa a discutere di economia rompendo quella esclusività di un dibattito solo tra economisti e banchieri centrali.

Portiamo Lampedusa in Libia

articolo pubblicato su La Stampa il 24 febbraio 2009

La rivolta dei clandestini ammassati nel centro di Lampedusa è un’ennesima occasione per accuse reciproche tra centro-destra e centro-sinistra. Un’infinita e drammatica telenovela iniziata con la Bossi-Fini criticata dagli uni ed esaltata dagli altri. E intanto il numero dei clandestini che sbarcano aumenta. Ognuno quando è all’opposizione promette ciò che una volta al governo non sembra essere in condizione di mantenere. Ciò che si stenta a comprendere in questa lunga stagione politica è che ci sono problemi difficili da affrontare e da risolvere per chiunque sia al governo. Il rinfacciarsi responsabilità non serve se non a nascondere ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Va insomma riscoperta una più forte cultura di governo. Ma torniamo ai clandestini e ai continui sbarchi a Lampedusa. Questi barconi partono dalle coste di Tunisia e Libia. Con quei paesi bisogna stringere intese forti di tipo nuovo. Dopo anni di accordi, risultati poi quasi sempre inutili, bisogna chiedere a Libia e Tunisia la costruzione e il mantenimento di alcuni centri di accoglienza nel proprio territorio. Questo consentirebbe di trasferire ad horas chi sbarca sulle coste italiane nei centri tunisini e libici, il cui finanziamento per il personale, il vitto, la manutenzione e tutto ciò che occorre sarebbe a totale carico nostro. Saranno le autorità di quei paesi a rimpatriare i clandestini una volta accertatene la provenienza. Un’operazione che costa come costa il mantenimento dei nostri centri di Lampedusa e quelli sparsi nel resto del territorio italiano. Un accordo di questo genere, però, non potrà bastare alla Tunisia e alla Libia che chiederanno qualcosa in più. Che dev’essere uno o più centri di addestramento professionale per garantire, in maniera privilegiata, a centinaia di libici e tunisini un ingresso legale con una possibilità di rapida occupazione. Se riuscissimo in questa intesa a far partecipare in parte anche l’Unione Europea, potremmo garantire un flusso immigratorio legale per migliaia di libici e tunisini. Non sfugge a nessuno che da un lato l’immediato rimpatrio di clandestini sbarcati in Italia nei centri libici e tunisini e dall’altro un flusso ordinato e legale attraverso uno o più centri di formazione professionale non renderebbe più conveniente il crimine della clandestinità. Conosciamo bene gli arabi e la loro capacità negoziale per cui se a questa reciproca convenienza dovrà essere aggiunto qualcosa, nessuno si tirerà indietro. L’idea di un pattugliamento congiunto delle coste lascia il tempo che trova perchè è più nella logica repressiva che sinora non ha portato a nulla piuttosto che nella direzione di fare emergere congiunte convenienze per risolvere il problema. I ministri dell’Interno e degli Esteri hanno tutti gli strumenti per portare a casa un accordo di questo genere, sanando una ferita nella quale si mescolano problemi di sicurezza, di solidarietà, di lavoro e di accoglienza che insieme costituiscono una miscela esplosiva che spinge le forze politiche a urlare, accusandosi reciprocamente. L’immigrazione clandestina nasce da un crimine e sull’onda di quel crimine diffonde insicurezze d’ogni tipo. Va estirpata per difendere innanzitutto quei disperati che cercano solo di sopravvivere sognando un lavoro in una società più giusta. La direzione indicata da noi coniuga diritti e doveri degli individui e degli Stati, offrendo a ciascuno una convenienza e un obbligo.

Togliatti e De Gasperi interscambiabili? Un “maddechè” storico-politico

articolo pubblicato su “Il Foglio Quotidiano” il 23 agosto 2014

Tra le tante ricorrenti fumisterie estive quest’anno abbiamo avuto anche una grossolana confusione della memoria storica del paese. La coincidenza agostana degli anniversari della morte di De Gasperi e di Togliatti ha offerto l’occasione per confondere due autorevoli personaggi della politica italiana del secondo dopoguerra. La ragione di questa confusione sta innanzitutto nella debolezza del pensiero politico italiano degli ultimi vent’anni. Una debolezza figlia della rimozione delle grandi culture politiche avvenuta con il consenso di molti e con la paura e la convenienza di tanti nei primi anni novanta. De Gasperi e Togliatti sono stati due grandi leader storici dei due unici partiti di massa del paese, la Democrazia Cristiana e il partito comunista, ma detto questo le differenze culturali e politiche tra i due non potevano essere più grandi fermo restando la comune battaglia contro il fascismo e la comune esperienza nella resistenza durante l’occupazione tedesca. Alcide De Gasperi era figlio di quel cattolicesimo politico che aveva cominciato a prender piede sul piano culturale da Rosmini e dall’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII e sul piano politico prima dal superamento con il patto Gentiloni del 1913 del “non expedit” della Chiesa romana alla partecipazione dei cattolici alla vita politica e poi con l’appello ai liberi ed ai forti di Luigi Sturzo nel 1919 che fondò il Partito popolare. Il pensiero politico del cattolicesimo via via assunse sempre di più una sua laicità che senza rinnegare l’ispirazione della dottrina sociale della Chiesa garantiva una autonomia totale al partito popolare prima e poi alla Democrazia cristiana. Tocco’proprio a De Gasperi testimoniare questa autonomia quando respinse la sollecitazione di un Papa autorevole come Pio XII a fare l’alleanza con la destra missina nelle elezioni amministrative di Roma del 1952, alleanza in parte condivisa da alcuni ambienti cattolici come i comitati civici di Luigi Gedda e dallo stesso Sturzo. Un rifiuto doloroso per un fedele convinto come Alcide De Gasperi ma essenziale per la crescita dell’agire politico della Democrazia Cristiana che peraltro vinse quelle elezioni di Roma senza alcuna alleanza con il movimento sociale. Contrariamente a De Gasperi Palmiro Togliatti fu sempre dentro la ortodossia leninista-marxista decisa da Mosca ed ebbe un ruolo non secondario nel comintern, il massimo organo politico della terza internazionale che ribadiva, tra l’altro, la ferrea disciplina di tutti i partiti comunisti alle indicazioni strategiche dello stesso comintern che avevano come sfondo visibile e tangibile gli interessi della Unione Sovietica. Fu solo dopo la morte di Stalin nel dicembre del 1956 che Togliatti parlò delle vie nazionali al socialismo nel VIII congresso del partito, appena un mese dopo aver approvato la repressione della rivoluzione ungherese che sancì la rottura con i socialisti di Pietro Nenni. La rottura della sinistra italiana concretizzatasi a Livorno nel 1921 è stata poi una ferita aperta che ha sempre erosa la stabilità politica del paese e della quale Togliatti, in verità insieme a tutti i segretari politici comunisti e postcomunisti, non si prese mai cura se non con il tentativo di riassorbirli o nel partito o nelle politiche comuniste. Sarebbe però un errore staccare le figure di De Gasperi e di Togliatti dai rispettivi partiti giudicandoli fuori dalle rispettive culture. Nessuno ormai mette in dubbio il ruolo fondamentale di Togliatti e del PCI nella costituente così come nessuno nega l’intuizione dell’amnistia del 1947 per chiudere la tragica pagina della guerra civile. Togliatti era un dirigente autorevole della internazionale comunista e sapeva che l’azione politica del PCI non poteva andare oltre i patti di Yalta e subito dopo l’attentato subito il 14 luglio del 1948 blocco’ogni iniziativa popolare ed ogni suggestione insurrezionale. Togliatti peraltro era il principe della real politik e ricordava benissimo che pochi mesi prima, il 18 aprile del 1948, la DC aveva ottenuto la maggioranza assoluta nelle due Camere ed era in condizione quindi di battere qualunque iniziativa che turbasse l’ordine pubblico. Detto questo è altrettanto giusto ricordare come il PCI fu contro tutte le grandi scelte della DC e dei suoi alleati, dalla riforma agraria al patto atlantico, dalla comunità del carbone e dell’acciaio ai patti di Roma del 1957 sino ad astenersi sulla creazione del sistema monetario europeo addirittura nel gennaio del 1979. Insomma una serie di errori politici e culturali che non possono, comunque, far dimenticare il contributo del PCI al consolidarsi della vita democratica anche con la lotta al terrorismo brigatista. Come si vede due politiche, due culture, quella democristiana e quella comunista, profondamente diverse in cui una le ha indovinate tutte e un’altra le ha tutte sbagliate perché chiusa nella capsula di piombo di una ortodossia fideistica che faceva del comunismo internazionale la vera Chiesa alla quale non si poteva disubbidire. Al di la dei profili e dei valori personali, peraltro altrettanto diversi, Togliatti e De Gasperi vanno storicamente giudicati insieme alle storie dei rispettivi partiti perché questo è il modo vero per ricordarli e, per chi lo volesse, onorarli. Rischiano di scivolare, invece, nella più banale comicità le iniziative come quella avanzata di dedicare la festa dell’Unita’ a De Gasperi. Sbagliamo se, volendo dare un tono di maggiore serietà al dibattito, diciamo che quella voce dal sen fuggita tenta di far dimenticare come tanti democristiani sono entrati nel partito socialista europeo? Come ci insegnava un grande amico di De Gasperi, a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina!

Un piano quadriennale di sviluppo

Articolo pubblicato su ” Il sole 24 ore” il 17 agosto 2014
Ridurre la spesa pubblica di 16 miliardi,come si legge,produrrebbe una recessione ancora più grave non compensata neanche da una ripresa internazionale e quindi delle nostre esportazioni.I governi degli ultimi 20 anni hanno posto sempre l’attenzione sul numeratore tralasciando il denominatore nel rapporto deficit/pil.E’tempo,ora, di invertire la cura.Altra cosa,invece,sarebbe un riposizionamento di alcune spese trasferendole da parte corrente quella in conto capitale fermo restando la quantità complessiva della spesa pubblica.Questa trasposizione di spesa corrente in spesa “produttiva” non si fa nello spazio di un mattino e ciò impone misure di emergenza per evitare guasti maggiori.Il  futuro per l’Italia e per la stessa Europa,infatti,e’una nuova politica dell’offerta che richiede,però, 3-5 anni di tempo che va riempito con una forte politica di domanda interna e da una shockante riduzione del  debito pubblico.La sua immediata riduzione,infatti, farebbe calare ancora di più lo spread e libererebbe risorse utili a rilanciare la domanda interna di cui l’Italia ha bisogno nel breve periodo. Come si fa ad aggredire il debito pubblico riducendolo di colpo di almeno 8-10 punti di pil?Può sembrare una catalanata ciò che diciamo ma i soldi necessari possono essere ritrovati solo la’ dove ci sono e cioè in quell’area del 10% di italiani che detiene il 45/50% della ricchezza nazionale che va da 4500 mld€ a 5milamld di euro. Queste risorse,però,non vanno prese con la forza del fisco o con una patrimoniale perché avremmo un input recessivo molto più forte dello stesso taglio della spesa pubblica.La soluzione possibile e’una offensiva di persuasione verso la ricchezza nazionale spiegando che salvando il paese la ricchezza salva anche se stessa ma aggiungendo come premio incentivante,una sorta di pace fiscale per almeno quattro anni. Ciò significa fare un concordato preventivo(strumento presente in molti ordinamenti tributari) per cui i cittadini che dovessero dare un contributo a fondo perduto allo Stato e per esso alla banca d’Italia in una forchetta che va da 30 mila € a 5mln di € a secondo del reddito o del fatturato non avranno accertamenti fiscali per 4 anni a condizione che il loro reddito o fatturato aumenti di 1,5%ogni anno.Da stime costruite sulla base dei comportamenti dei contribuenti italiani avremmo l’adesione di un 40%delle partite IVA con un gettito medio di 60mila euro per un totale minimo di 120 mld di euro che potrebbe essere versato in due annualità.Senza considerare l’aumento della base imponibile per il montante della crescita del reddito o del fatturato necessario per avere il premio della pace fiscale.Queata operazione con il suo doppio effetto libererebbe oltre 10 mld su base annua e per la prima volta si invertirebbe la direzione di marcia del debito pubblico.Dieci miliardi annui sono una cifra importante ma insufficiente ad attivare una crescita di oltre il 2% di cui abbiamo bisogno.Risorse aggiuntive per un piano quadriennale di sviluppo al termine del quale il maggiore gettito di una crescita superiore al 2% compenserebbe il venir meno di operazioni a carattere straordinarie potrebbero derivare :a) un vincolo di portafoglio ai fondi pensioni pubblici e privati e alle casse previdenziali pubbliche e private per almeno 10 miliardi in ragione d’anno per 4anni al fine di acquistare immobili pubblici utilizzati dalla PA con un rendimento del 4,5% messo a carico del ricavato per non appesantire i conti pubblici,per cui i 40 mld di ricavi si ridurrebbero a 33mld di finanza fresca utilizzabili dallo Stato per il suo progetto quadriennale di sviluppo;b)utilizzo dei fondi europei senza l’obbligo del cofinanziamento per i primi 4anni tanto da avere la possibilità di spendere 40 mld di euro senza pesare sui conti pubblici e indicando un solo ente attuatore  che dovrebbe spendere presto e bene secondo le indicazioni della conferenza Stato-regioni. Questo ente potrebbe essere Invitalia e potrebbe giovarsi anche delle risorse BEI; c)chiamare tutti i grandi concessionari pubblici e le società a controllo pubblico perché investano per 4anni almeno 500 milioni di euro in più rispetto alla media degli ultimi cinque consentendo di realizzarli in house per la rapidità necessaria. Tirando la riga lo Stato avrebbe  almeno trenta miliardi all’anno per 4 anni di risorse fresche che non graverebbero sui conti pubblici per attivare quella politica della domanda funzionale ad una nuova politica dell’offerta dirottando queste risorse su:1)riduzione della pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie;2)ammortamento rapido in tre anni di tutti gli investimenti in ricerca e innovazione;3) investimenti su opere infrastrutturali rapidamente cantierabili e con effetti positivi sulla politica dei fattori(energia,telecomunicazioni,trasporto su ferro e su gomma,infrastrutturazione;3)deducibilita’ parziale degli utili non distribuiti e portati ad aumento di capitale per patrimonializzare le imprese privilegiando le piccole e le medie imprese;5)sperimentazione di una politica del lavoro attraverso la quale si liberalizza ogni assunzione qualsiasi sia il datore di lavoro con esenzione fiscale e contributiva per i primi 1000euro per due anni con la garanzia dello Stato a coprire contributivamente questo biennio al momento dell’andata in pensione del lavoratore. A questi provvedimenti potranno esserne aggiunti altri  ma solo con questi interventi avremmo sin da ora una massa spendibile da parte dello Stato di oltre 110 mld di euro in 4anni.In tal modo  l’Italia abbatterebbe significativamente il proprio debito pubblico e dopo il secondo anno del piano quadriennale avrebbe una crescita del 2% orientando una nuova politica industriale all’interno di una altrettanto nuova politica dell’offerta con l’aggiunta di una sperimentazione biennale per una rapida occupazione di massa dopo la quale tutti potranno avere gli elementi  per una diversa disciplina del mercato del lavoro avendo visto sul campo gli effetti di una liberalizzazione accettabile solo in un tempo di guerra come quello che l’Italia sta vivendo.Cambiare il destino economico dell’Italia nel tempo breve non deve far dimenticare che compito della presidenza italiana del semestre europeo dovrebbe significare mettere sul tavolo del consiglio e del parlamento europeo due questioni fondamentali per l’Europa e per il mondo,entrambi attraversati da crescenti disuguaglianze sociali che se non fermate per tempo alimenteranno movimenti estremistici rigettando così il pianeta non in uno scontro tra classe operaia e padronale come quella avvenuta negli ultimi due secoli, ma tra produttori e consumatori uniti contro quel capitalismo finanziario che ormai è diventato un vero potere sovranazionale e che per continuare a crescere deve continuare a distruggere l’economia reale correndo,senza saperlo,verso un baratro globale da effetti inimmaginabili.Le due questioni da sollevare  sono una diversa disciplina dei mercati finanziari con un modello da condividere con i paesi del G20 e un nuovo ordine monetario a 40 anni di distanza dalla fine degli accordi di Bretton-woods(l’Europa non è stata sinora capace di ripristinare neanche quel sistema monetario europeo tra l’euro e le altre 10 monete comunitarie che pure aveva quando allo SME aderivano 18-20 monete nazionali).

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