Chi va dietro la lavagna. Chi permette alla Consulta di fare politica

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 15 maggio 2015

Da più parti si critica la sentenza della Consulta che ha dichiarato illegittimi i tagli alle indicizzazioni sulle pensioni superiori a tre volte il minimo. L’accusa è quella di non tener conto della situazione della finanza pubblica sulle cui spalle quella sentenza scarica un peso di oltre 16 miliari di euro. L’accusa è banale e per giunta falsa. La corte, infatti, non critica la richiesta di sacrifici tout-court quanto piuttosto che tale richiesta venga fatta sempre e solo ai pensionati che, tolta una piccolissima parte, rappresentano la parte più debole del paese. La verità che nessuno denuncia, infatti, è tutta un’altra. È la sciatteria legislativa che da alcuni anni a questa parte caratterizza l’attività dei governi e del parlamento, una sciatteria figlia del dilettantismo politico dei tecnici (vedi, nel caso, il governo Monti) e la fuga di esperienze consolidate dall’alta burocrazia statale e dagli uffici del parlamento le cui critiche, peraltro, ai provvedimenti governativi sono ritenute poco più che carta straccia. Ricorderete che già qualche anno fa il famoso contributo di solidarietà chiesto ad una parte dei pensionati, quella più ricca, fu ritenuto illegittimo sempre per lo stesso motivo, quello, cioè, di fare provvedimenti mirati solo ad una parte della società nazionale e non “erga omnes”. Se l’indicizzazione va ridotta per dare fiato agli equilibri di finanza pubblica non può che colpire tutti i redditi ai quali si applica l’indicizzazione, a cominciare naturalmente dal lavoro dipendente. Una norma costituzionale piuttosto elementare perchè figlia anche del buon senso e che invece viene puntualmente dimenticata. Ieri avvenne due volte chiedendo sacrifici solo ai pensionati e la Consulta non ha potuto che fare il suo dovere bocciando le norme specifiche. La stessa cosa è avvenuta con gli 80 euro che sono stati dati a chi aveva già un salario discreto dandolo addirittura due volte ad una famiglia che aveva entrambi i genitori ricadenti in quella fascia di reddito individuata per avere il beneficio, dimenticando i pensionati al di sotto dei mille euro mensili. In parole semplici sembra che la povertà, in un modo o nell’altro, venga sempre dimenticata. Ma torniamo alla sciatteria legislativa che si caratterizza nei modi più diversi,  dall’annuncio con norme di legge di alcuni incontri con le parti sociali al totale disinteresse dell’impatto delle norme legislative sul corpo vivo della società per finire a quelle leggi matrioske per attuare le quali servono diverse decine di decreti attuativi che impiegano anni per vedere la luce. Quest’ultimo aspetto, inusuale nella vita della prima repubblica, vanifica le stesse norme che vengono approvate con annunci enfatici. Detto questo, però, resta oggi il nodo del rimborso che in particolare per le pensioni più basse andrebbe dato subito perchè quei soldi sarebbero subito spesi mentre per le più alte i rimborsi potrebbero essere o spalmati nel tempo o, recuperando quel criterio di equità e di uguaglianza, potrebbero non essere rimborsati riducendo, nel contempo, i famosi 80 euro alla metà prendendo, come si suol dire due piccioni con una fava. Da un lato si garantirebbe l’equità nello sforzo di mantenere in equilibrio i conti pubblici coinvolgendo i redditi maggiori visto che gli 80 euro sono dati con norma annuale e quindi non rappresentano un diritto consolidato e dall’altro eviterebbero un ulteriore peso sulla finanza pubblica che andrebbe a discapito, come sempre accade, della spesa  in conto capitale e quindi degli investimenti pubblici. Un’operazione così congegnata rispetterebbe l’equità della manovra e manterrebbe la prospettiva di una crescita più forte di oggi lasciata solo agli effetti della politica monetaria di Draghi ed alla riduzione del prezzo del petrolio. Naturalmente il nostro è un consiglio e  tale rimane in attesa di opzioni diverse.

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