Le parole di Visco dimostrano che l’Italia ha bisogno di una botta da 120 miliardi

articolo pubblicati il 29 maggio 2015 su Il Foglio Quotidiano

Il tono è stato felpato come nell’antica tradizione della Banca d’Italia, ma le cose dette dal governatore Visco nella sua relazione sono chiare ed incontrovertibili. Innanzitutto la crescita è debole nell’eurozona ma ancora più debole in Italia e quel tanto che c’è è frutto esclusivo delle politiche monetarie della BCE e della caduta dei prezzi del petrolio. L’avvertimento è chiaro: nessuna politica monetaria può reggere una crescita stabile e duratura e il richiamo non solo alle riforme, termine generico diventato ormai un pass-partout, ma anche agli investimenti è altrettanto netto e preoccupato visto che poco o niente si muove sotto quel cielo. Altrettanto chiara, ancorchè garbata, la preoccupazione per un debito sempre più alto che diminuirà di poco nel suo rapporto con il Pil (prodotto interno lordo) grazie a quella striminzita crescita che, se tutto va bene, alla fine del 2016 arriverebbe all’1,5-1,6%. Una crescita, peraltro, oltre che debole anche fragile e transitoria e i cui effetti occupazionali sarebbero altrettanto scarsi. Il governatore, inoltre, non offre giustamente ricette per l’inversione di tendenza dello stok del debito accumulato se non l’auspicio di una crescita più forte e più stabile di cui, però, non si vedono neanche da lontano i primi segnali di fumo. Il debito mostruoso che negli ultimi venti anni è aumentato in valore assoluto del 150% rispetto al 1992, resta un macigno sulla nostra economia visto l’assorbimento di risorse ingenti per la spesa per gli interessi sottratte agli investimenti pubblici. Non c’è infatti chi non veda come negli ultimi quattro lustri il paese non sia stato manutenuto con i risultati disastrosi sull’assetto idrogeologico, sui trasporti su ferro e su gomma e sul degrado urbano delle grandi metropoli che sono sotto gli occhi di tutti. D’altro canto quando per tanto tempo si  riduce la spesa in conto capitale i risultati non possono essere che quelli che vediamo. Di qui la nostra antica sollecitazione ad una manovra straordinaria capace di invertire la tendenza aggiungendo agli oltre 100-120 miliardi di acquisto di titoli del debito pubblico da parte della Banca centrale (che, peraltro, debito era e debito rimane anche se ad un costo inferiore) una riduzione del debito di altri 120-140 miliardi. Una manovra di questo genere che non cambierebbe la vita a quanti dovessero concorrere, garantirebbe riduzione della spesa per interessi, aumento degli investimenti pubblici ed ulteriore riduzione dell’onere del servizio del debito. Fuori da questo tipo di manovra, l’Italia scivolerà sempre su manovre sciocche in termini finanziari e dubbie sul terreno della costituzionalità come le due ultime, quella sul blocco della indicizzazione delle pensioni tre volte superiori al minimo e quella sul contributo di solidarietà chiesto solo ai pensionati, entrambe giustamente colpite dalla mannaia della suprema Corte. Nella relazione del governatore non ci è sfuggito il delicato richiamo all’esigenza di alleggerire i bilanci delle banche dai crediti deteriorati. Un tema, questo, molto importante visto ciò che da venti anni la cultura economica del paese dice sul ruolo dello Stato nella economia e nel sistema bancario. Allora, forse, più che parlare di eventuali garanzie statali su di una massa di 150 miliardi di crediti deteriorati è giunto il momento di seguire ciò che hanno fatto molti altri paesi dinanzi a difficoltà di grandi istituti bancari. La scelta del Nord-Europa e degli USA è stata molto spesso l’ingresso pubblico nel capitale delle banche medesime sottoscrivendo un apposito aumento di capitale. Se l’inno al mercato è continuo e trionfante, anche nelle difficoltà bisogna ricorrere a strumenti di mercato. Detto questo, però, e condividendo la carrellata “sui lavori in corso” sul sistema bancario europeo che il governatore Visco ha voluto fare, non sono sfuggiti alcuni silenzi, primo fra tutti l’eccesso di finanziarizzazione delle economie internazionali fonte di possibili turbolenze e di grandi ed intollerabili disuguaglianze nelle società nazionali. Ma di questo dovremmo tornare a parlarne in altra occasione con qualche dettaglio più preciso e con qualche allarme in più.

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