Archivi del mese: ottobre 2016

Sì, è vero, in molti vengono da me a lezione di opposizione

intervista di Marianna Rizzini pubblicata su Il Foglio quotidiano il 27 ottobre 2016

Fare opposizione, sì, ma come, nel momento in cui massimamente infuria la campagna anti-referendaria? Si cercano dunque modelli di comportamento e consiglieri, presso le truppe variegate dei nemici di Matteo Renzi (e del referendum costituzionale). E Paolo Cirino Pomicino, in qualità di esponente storico della Dc nella Prima Repubblica, è al momento ambitissimo per le “chiacchierate politiche” che con lui volentieri fanno, su e giù per Montecitorio, esponenti dell’opposizione, ma anche della maggioranza. E Pomicino dice di “essersi reso conto”, parlando con parlamentari di ogni partito, “che i fondamentali della politica sono stati smarriti: non c’è nessuno, per esempio, in tutto questo gran discutere di riforme, che si domandi se, alla base, si vuole un sistema di democrazia parlamentare oppure un sistema di democrazia presidenziale”. Noi siamo in una democrazia parlamentare, dice Pomicino, “il che significa che è il Parlamento che fa e disfa le maggioranze. Se invece, come dice Renzi, si vuole sapere la sera stessa del voto chi ha vinto le elezioni, allora si deve andare verso il presidenzialismo. Se si fosse affrontato alla base questo tema non ci si troverebbe, ora, di fronte a un ibrido (democrazia parlamentare con anelito al presidenzialismo) e di fronte alle arlecchinate retoriche che scontentano tutti e portano a degenerazioni inaccettabili”. La questione però è più “profonda”, dice Pomicino: “Sono vent’anni che i segretari di partito sono di fatto padri padroni nel partito. Gli organi collegiali o non ci sono più o non contano più. Conseguenza: è diventata impossibile la selezione darwiniana della classe dirigente, mentre si procede a una selezione cortigiana, con tutto quel che ne discende a livello di sprechi e relativa disaffezione dei cittadini al voto. E così, all’interno dei singoli partiti, quelli che sono in contrapposizione con i vertici, avendo smarrito per strada i   fondamentali della politica, non sono capaci neppure di fare opposizione”. Come fare “bene” opposizione, dunque? “Per fare un’opposizione di qualità”, dice Pomicino, sfogliando mentalmente le pagine di una sorta di Baedeker ideale, “bisogna lavorare sulla visione. Faccio un esempio: nel Pd, le ultime cose che ha detto il premier e segretario Matteo Renzi sull’Europa sono in parte vere, ma tardive. Per quale motivo, però, chi si oppone al premier non ha sottolineato il fatto che, sul problema migranti, alla Turchia, paese non Ue, erano stati dati sei miliardi di euro mentre all’ltalia e alla Grecia soltanto la “possibilità” di fare ulteriori debiti?”. Poi c’è il problema delle diseguaglianze sociali: “Perché gli oppositori di Renzi,” dice Pomicino, “non pungolano e non hanno pungolato il premier sulla riforma dei mercati finanziari, una riforma da mettere nell’agenda europea, essendo problema internazionale? Chi attacca il capitalismo finanziario selvaggio che ha impatto sull’economia reale dovrebbe puntare su un’opposizione che ponga al primo punto questi temi. Altrimenti si rischia di scivolare nel velleitarismo. Vedi esperienza di Syriza in Grecia, dei Podemos in Spagna e, in parte, dei Cinque Stelle in Italia”. Per non perdersi, e per non restare in eterno “partiti di massa in cui uno solo decide”, oltre a fare opposizione “sui grandi temi, tralasciando il de minimis polemico”, ci si può ispirare alla Dc del 1961, dice Pomicino: “Al congresso di Napoli del 1961 si parlava di apertura democristiana al Psi di Nenni. Molti esponenti della Dc di allora, Giulio Andreotti compreso, non erano d’accordo e votarono contro l’elezione di Aldo Moro a segretario politico. Ma poi il partito si presentò unito sul fronte esterno, cercando sempre il minimo comune denominatore. Oggi invece si ha l’impressione che molti politici cerchino disperatamente il massimo comune divisore. Ed ecco che i partiti si trasformano in comitati elettorali: vale per l’opposizione come per la maggioranza, perché anche la maggioranza avrebbe bisogno di un contributo dialettico. E il Parlamento non può essere solo luogo di ratifica”.

Idee per Renzi per costruire una pace fiscale e trovare 100 mld in due anni

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 26 ottobre 2016

Per antica vocazione noi siamo governativi e pertanto le previsioni di crescita avanzate dal consiglio dei ministri nella manovra finanziaria le prendiamo per buone anche per evitare di cadere nel ridicolo litigando per una differenza di 0,1-0,2 (l’Europa ci sta cadendo in pieno purtroppo). Detto questo però una considerazione critica non possiamo non farla. Se alla fine del 2017, cioè dopo quattro anni pieni di governo, gli obiettivi programmatici che il governo si pone sono quelli di essere ancora la cenerentola di Europa per tasso di crescita, di rimanere inalterato il tasso di disoccupazione all’11,4%,di aumentare in valore assoluto lo stock del debito pubblico e di ridurre di qualche decimale il rapporto debito/pil, è inevitabile un giudizio di grande insufficienza. L’Italia da tempo non cresce più mentre aumentano disuguaglianze sociali e povertà. E da tempo siamo i primi ad entrare in recessione quando c’è un ciclo economico negativo e quando cambia il vento restiamo sempre tra gli ultimi. E purtroppo vedendo gli obiettivi poco ambiziosi che il governo si è dato questo trend che dura da diversi lustri non viene per nulla modificato. Dire che nel 2014 c’era il segno meno ed ora c’è il segno più non si rispetta l’intelligenza degli italiani perché ieri eravamo quasi tutti in recessione mentre oggi, grazie ad un lieve venticello di ripresa, tutti crescono ma noi cresciamo molto meno della media dei paesi dell’eurozona. E qui si pone un’altra questione. Noi non siamo tra quelli che inorridiscono dinanzi a manovre o provvedimenti straordinari perché alcune volte chi governa è costretto a scegliere il male minore. Il riferimento è al giudizio sprezzante che si dà su qualunque ipotesi di condono senza, peraltro, offrire alternative praticabili. Quel che però non funziona in questo caso è il fatto che si fanno provvedimenti che turbano gran parte degli italiani, ed in particolare le aree sociali più deboli, senza risolvere i problemi di fondo invertendo la direzione di marcia. Insomma se si deve fare uno strappo alla regola lo si faccia pure spiegandone però le ragioni ed illustrando i grandi risultati ottenibili. Se invece facciamo condoni per avere due miliardi dal rientro dei capitali dall’estero e forse, ma molto forse, qualche altro dalla cosiddetta rottamazione delle cartelle esattoriali, spariamo con il cannone su di una mosca. Noi possiamo immaginare la grande crisi di coscienza ed il tormento del presidente americano Truman quando dovette decidere di gettare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e se lo fece fu perché vedeva che in tal modo la guerra sarebbe subito finita evitando altri lunghissimi mesi di guerra, di sofferenze e di morte. La solitudine del comando molto spesso è atroce e molti che la perseguono non riescono ad avvertirla. Grazie a Dio non stiamo parlando di bombe atomiche ma diventa veramente difficile approvare provvedimenti di questo genere per ottenere risultati così modesti e per giunta incerti. Se a tutto questo si aggiunge poi che si cifra la lotta all’evasione ponendo quelle stesse cifre come norme di copertura e si dimentica una regola fondamentale per le misure fiscali che prima si fanno e poi si spiegano e non si annunciano senza averle ancora decise il giudizio rischia di essere veramente pesante ed è segno, nel migliore dei casi, di inesperienza politica ed amministrativa. Per non cadere però anche noi in quell’area di critica facile senza proposte alternative ricordiamo che  da anni stiamo illustrando una iniziativa verso la grande ricchezza nazionale per chiedere ad essa un contributo volontario a fondo perduto tra 30 mila euro e 5 milioni di euro a secondo del fatturato e del reddito per ridurre il debito di 8/10 punti di pil liberando così risorse per la crescita ed in cambio dando ai contribuenti che danno fiducia allo Stato versando somme non dovute una pace fiscale per quattro anni a condizione che il loro reddito ed il loro fatturato cresca ogni anno almeno di 1,5 punti. Una manovra di questo genere si chiama concordato preventivo e se può in alcuni casi rappresentare uno strappo alla regola dall’altra parte darebbe un gettito in due tranche di oltre cento miliardi di euro. Allora si comprende perché parliamo di Hiroshima e Nagasaki. L’alternativa è uno stillicidio che va avanti da oltre 15 anni mettendo sempre pezze a colori sui conti pubblici che degradano ogni anno di più mente il capitalismo finanziario devasta la coesione sociale alimentando disuguaglianza intollerabili impoverendo anche larga parte del ceto medio.

paolocirinopomicino@gmail.com

Perchè NO

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 14 ottobre 2016

Il confronto sul referendum dl 4 dicembre va depurato di ogni furore ideologico. Noi votiamo NO per motivi di merito non avendo nulla di personale contro il presidente del consiglio. Innanzitutto non è stata una congiunzione astrale sfavorevole a determinare la contestualità tra la riforma della costituzione e la legge elettorale. Entrambe, infatti, rispondono ad un disegno politico preciso ed hanno un comune impianto che se dovesse vincere il SI spingerà la democrazia italiana verso una progressiva deriva autoritaria chiunque ne esca vincente. Partiamo dalla riforma. Quasi tutti ritengono possibile superare il bicameralismo perfetto. Questa riforma, però, non lo abolisce ma lo trasforma pasticciando. Infatti pochi ricordano che al di là della riduzione delle competenze bicamerali che restano in capo al Senato, c’è quella norma che sembra quasi una comica d’antan per cui ogni legge che la Camera approva prima di essere promulgata deve, non può, deve essere inviata al Senato che ha 10 giorni di tempo per decidere, su richiesta di un terzo dei senatori se esaminare o meno il testo della Camera avendo poi 30 giorni di tempo per “suggerire” modifiche ai deputati. Si passa cioè da un bicameralismo perfetto ad un bicameralismo “suggeritore” alla faccia della velocità del processo legislativo e della moderna razionalità. Noi vorremmo abolirlo per davvero il bicameralismo paritario e perciò votiamo NO. Inoltre i senatori non possono essere nominati dai consigli regionali, un collegio fatto cioè di 40-60-80 componenti e non possono essere ad un tempo consiglieri o sindaci e senatori. In Francia, esempio spesso citato dagli amici del SI, i senatori, molto più numerosi dei 100 previsti, sono eletti per davvero da una platea di 150mila amministratori e non nominati con accordi tra i partiti come avverrà nei consigli regionali. La legittimità democratica è un bene non negoziabile. Si può ridurre la platea degli elettori ma non al punto di trasformare la elezione in una nomina. Questo è un altro motivo per cui votiamo NO. Nelle leggi bicamerali che danno attuazione all’articolo 117 (competenze regionali) le deliberazioni del Senato possono non essere accolte sempre quando siano respinte dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera, e cioè 316, numero che solo il partito che riceverà lo scandaloso premio del 15% potrà raggiungere. Altro elemento che mina nel profondo il processo legislativo democratico perché in casi nei quali resta il bicameralismo paritario, si dà la prevalenza ad una Camera e ad una maggioranza di deputati costruita non con il consenso degli elettori ma con una tecnicalità elettorale (il premio di maggioranza). Altro elemento per cui votiamo NO. La più volte richiamata abolizione delle province viene smentita dal consolidamento, come organo costituzionale, delle città metropolitane. L’unica cosa che resta abolita è l’elezione diretta dei consiglieri provinciali da parte dei cittadini. Elemento purtroppo ricorrente. Concludendo dopo la doppia approvazione (costituzione e legge elettorale) il paese verrebbe affidato alla migliore minoranza del paese che diventerà maggioranza con lo scandaloso premio del 15% e il cui segretario politico si nominerà la maggioranza dei propri parlamentari, e verrà eletto direttamente dal popolo nel ballottaggio modificando così surrettiziamente anche la forma di governo (senza introdurre un chiaro presidenzialismo con pesi e contrappesi) ponendo, almeno a chi ha la vista lunga, un enorme problema costituzionale: un premier eletto direttamente dal popolo anche se nel ballottaggio potrà poi essere sfiduciato da un parlamento costituito in maggioranza da componenti nominati? Rifletteteci e vi accorgerete che con questo quadro riassuntivo descritto chiunque dovesse vincere sarà inevitabilmente attratto da una selezione cortigiana della classe dirigente nel mentre gli italiani verranno privati del voto perché non eleggeranno più la maggioranza dei propri parlamentari. Questa è una deriva autoritaria. Gli incolti criticano la unità di diverse culture nel fronte del NO che invece fa quel che avrebbe dovuto fare il parlamento e dimenticano che la costituzione deve essere scritta da “diversi” come fecero quasi 70 anni fa De Gasperi e Togliatti, Croce e Nenni, Calamandrei e Fanfani.

Alcune ragioni del NO

La riforma costituzionale di cui al referendum del 4/12 va respinta con un NO chiaro perché:

a) non abolisce il bicameralismo paritario ma lo trasforma pasticciando perché all’articolo 10 comma 3 obbliga la Camera a trasmettere ogni legge, nessuna esclusa, al Senato che entro 10 giorni può decidere su richiesta di un terzo di esaminarla avendo 30 giorni di tempo per suggerire modifiche alla camera. Ma perché mandare al Senato ogni legge se il bicameralismo paritario è abolito? La verità è che non è stato abolito ma solo trasformato. Il bicameralismo paritario, insomma, si è trasformato in un bicameralismo “suggeritore”. È cosa seria? E la velocizzazione del procedimento legislativo che fine ha fatto? chi vuole abolire per davvero il bicameralismo paritario vota NO;

b) gli italiani non voteranno mai più la maggioranza dei parlamentari perché la riforma elimina la elezione dei senatori da parte dei cittadini mentre la legge elettorale, con i capilista bloccati, non elegge ma nomina almeno 320/330 deputati. In Francia votano 150mila amministratori locali che eleggono i senatori mentre noi li facciamo nominare da circa mille consiglieri regionali con intese tra i partiti, in Spagna i senatori sono eletti dai cittadini, in Germania sono i delegati dei governi dei lander perché lì c’è uno stato federale mentre la camera dei Lord è di nomina regia. Noi non siamo né uno stato federale nè abbiamo, grazie a Dio, il Re o la Regina; vota NO

c) all’articolo 13 viene tolta al presidente della Repubblica un suo potere fondamentale perché una volta approvata una legge da parte della camera un terzo dei deputati (215, numero che ha solo il partito che incassa lo scandaloso premio di maggioranza del 15%) può chiedere preventivamente alla corte costituzionale il parere sulla sua costituzionalità. In parole semplici il partito di governo bypassa il presidente per avere il parere della corte da lui stesso in larga parte nominata. Ma allora il Presidente della Repubblica, garante della costituzionalità delle leggi, cosa sta a fare al Quirinale?

d) il senato, per quelle leggi che restano bicamerali, (ad esempio tutto ciò che riguarda l’attuazione delle politiche europee e le norme che disciplinano gli enti locali e le regioni) se si trovasse in disaccordo con la Camera o ricomincia il ping-pong che Renzi ogni tanto declama o si va nel pantano perchè  il governo sarà privo di porre la questione di fiducia per garantire l’integrità del testo approvato dalla Camera  visto che  la riforma  ha abolito il voto di fiducia da parte del Senato ;

e) in politica tutto si tiene e sbagliano quanti immaginano che legge elettorale e riforma costituzionale siano due cose distinte perché gli effetti di entrambi trasformano nel profondo i modelli della democrazia politica presenti in tutte le grandi democrazie occidentali. Infatti per entrambi i provvedimenti avremo: a) che una minoranza (circa un terzo dei cittadini) avrà la maggioranza assoluta dell’unica Camera che dà la fiducia; b) che il segretario del partito con la migliore minoranza si nominerà almeno la metà dei suoi parlamentari e potrà scegliere da solo il presidente della repubblica riducendo così le camere davvero in aule sorde e grigie perché la maggioranza dei suoi componenti sarà stata nominata e non scelta dai cittadini.

f) per chiudere non va dimenticato che il premier verrà eletto nel ballottaggio direttamente dal voto dei cittadini con poco più o poco meno di 1/3 degli elettori senza che siano stati codificati i suoi poteri amministrativi  ma aumentando notevolmente il suo potere politico senza i necessari contrappesi democratici.

Chi vuole una democrazia parlamentare vera, quella cioè in cui sia il parlamento a formare e a disfare le maggioranze, come in Germania, in Austria, in Gran Bretagna, deve votare NO ma anche chi vuole una democrazia presidenziale deve votare NO perché tutto ciò che si trasforma surrettiziamente, come avviene nel testo in votazione, è autoritarismo.

Chi vuole, come Renzi, che la sera delle elezioni si sappia chi governa deve scegliere il presidenzialismo, ma, lo si deve introdurre nella costituzione alla luce del sole con tutti i suoi poteri e i suoi contrappesi (e noi saremmo anche d’accordo) ma non si può codificare una democrazia nominalmente parlamentare ma con la elezione diretta del premier nel ballottaggio.

Queste sono solo alcune delle contraddizioni e delle norme che trasformeranno, riducendola, la nostra democrazia politica di stampo occidentale costruita dai nostri padri costituenti e che le nostre generazioni hanno difeso dai drammatici tentativi di trasformarla in deriva autoritaria. Oggi spetta a te e a tutti di difenderla con un grande ed appassionato NO.

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