Archivi del mese: maggio 2017

Caro, vecchio proporzionale

intervista di Francesco Bei pubblicata su La Stampa il 31 maggio 2017

A 25 anni da Capaci

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 24 maggio 2017

Il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i suoi giovanissimi agenti di scorta è stato giustamente ricordato da tutte le maggiori autorità del paese, a Roma come a Palermo, e da tantissimi intellettuali ed opinionisti così come da molte manifestazioni pubbliche. Lo ricordiamo anche noi avendo avuto il privilegio di conoscerlo perché venne a svolgere le funzioni di direttore degli affari penali presso il ministero di Giustizia guidato da Claudio Martelli nel governo del “noto mafioso” Giulio Andreotti. L’onore che sento di dovergli dare per quel che ha dato al paese è innanzitutto raccontare molte cose che quasi nessuno ricorda, probabilmente per dimenticanza! Giovanni Falcone a metà del 1989 avvertì il governo Andreotti tramite il ministro Mannino di cui era buon amico (Mannino addirittura scrisse un articolo sul giornale di Sicilia) che stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva per i mafiosi del maxi processo che aveva attivato insieme a Paolo Borsellino. Andreotti a tarda sera varò su proposta di Giuliano Vassalli, ministro di grazia e giustizia, il famoso decreto con il quale venne raddoppiato il periodo di carcerazione preventiva per gli imputati di associazione mafiosa. A tale decreto si oppose in parlamento con una violenza verbale inusitata visto l’argomento, Luciano Violante a nome dell’allora partito comunista di Achille Occhetto ritenendo che quei mafiosi potevano essere controllati anche fuori dal carcere (sarebbe utile leggere lo stenografico parlamentare per comprendere molte cose). Naturalmente il decreto passò con il solo voto del centro sinistra ed i mafiosi rimasero in carcere (se il ricordo non ci tradisce qualcuno era già uscito e fu riarrestato la stessa notte) e così il lavoro di anni di Falcone e Borsellino non fu vanificato. Naturalmente vi sono atti parlamentari che hanno cristallizzato i comportamenti di ciascuno e gettano ancora oggi un’ombra lunga sui racconti che si fanno della lotta alla mafia. A guardarci bene molti di quelli che oggi ricordano con commozione enfatica Giovanni Falcone lo hanno criticato ed osteggiato negli anni a cavallo tra gli anni ottanta e novanta quando, ad esempio, la sinistra politica e giudiziaria gli impedì di guidare la direzione nazionale antimafia, una sua creatura fortemente sostenuta e decisa dal governo Andreotti nel 1991 quando lo stesso Falcone si era già trasferito da alcuni mesi al ministero della giustizia con Claudio Martelli. Il rapporto tra Falcone ed Andreotti, peraltro, era molto intenso tanto che già nel febbraio 1989 Falcone, accompagnato da Salvo Lima, si recò nello studio di Andreotti in piazza in Lucina per spiegargli il motivo per cui aveva inquisito il pentito Pellegriti che aveva indicato proprio in Lima il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella tentando così di inquinare le indagini. Di questo incontro fummo testimoni oculari e lo testimoniammo in uno dei processi Andreotti a Palermo. È strano che Falcone non sapesse che Andreotti fosse mafioso come poi sostennero Caselli e Violante!! O forse sapeva che non lo era come poi spiegarono i magistrati giudicanti. Ma andiamo avanti nel ricordare qualche altra cosa che molti non dicono o non ricordano (a volte la memoria è così fragile!!!). Quasi tutti gli assassini di Falcone sono usciti dal carcere (alcuni come Calogero Ganci e Mario Santo di Matteo già prima del 2000) grazie ai programmi di protezione il cui lassismo negli anni novanta fu tale che il parlamento a furor di popolo fece nel 2001 una legge per cui i mafiosi pentiti dovevano almeno scontare un quarto della pena e se condannati all’ergastolo almeno dieci anni. Intanto però moltissimi erano già usciti tanto che nel 2005, sulla scorta di una nostra interrogazione in commissione antimafia, riuscimmo con molta fatica ad avere il numero di quanti erano stati scarcerati sulla base dei programmi di protezione dal 1993 al 2005. Erano circa diecimila tra mafiosi, camorristi e ndranghetisti, un numero da capogiro che nessuno ricorda mai pur avendo negli anni dato a molti i documenti che lo testimoniano. Se oggi ricordiamo queste cose ed altre ancora non lo facciamo per polemiche retrodatate ma solo per amore di verità e per evitare che, come spesso ricordava Leonardo Sciascia, non si faccia dell’antimafia una sorta di professionismo da quattro soldi come pure hanno dimostrato in questi ultimi anni alcune indagini giudiziarie. Ma ricordiamo questi episodi anche perché il ricordo di Falcone non si esaurisca in una ripetitiva liturgia per alcuni finanche ipocrita e si trasformi, invece, in un fulgido esempio di lotta seria per la legalità in cui magistrati inquirenti siano sempre ossessionati, come diceva Falcone, dal valore della prova della colpevolezza ma anche dell’innocenza, come ordina peraltro la legge della Repubblica, senza cedere mai alla tentazione del pregiudizio e meno che meno a quella della notorietà e del protagonismo. Politica e giustizia hanno bisogno di trovare una nuova e più alta alleanza per combattere il malaffare mafioso e di ogni altro tipo e non fanno il bene del paese quelli che un giorno si ed un altro pure ci spiegano in televisione o sulla stampa quanto sia pessima la politica o quanti falsi facciano gli inquirenti. L’eredità di Falcone è proprio questa, un’alleanza forte e decisa tra politica e giustizia consente di colpire al cuore la criminalità senza lasciare sul terreno morti e feriti di persone innocenti. Falcone questa alleanza la praticò incessantemente ai livelli più alti e fu ucciso come lo fu Borsellino e fu un disastro per il paese i cui effetti devastanti ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti.

paolocirinopomicino@gmail.com

Dipendenti di chi?

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 23 maggio 2017

Alcune volte affrontare determinate questioni può offrire elementi di sgradevolezza a chi scrive e spesso anche a chi legge per la presenza di oggettivi interessi personali. È il caso dei cosiddetti vitalizi dei parlamentari rappresentati spesso come privilegi intollerabili dinanzi ad un riflusso di sciocco egualitarismo che rappresenta una spia importante per comprendere il rapporto politica-società in questa stagione. È questa la convinzione che ci spinge a superare la naturale ritrosia a discutere la questione. Ma veniamo al dunque. Negli anni sessanta dopo che era stato costituito un fondo previdenziale per i parlamentari alimentato esclusivamente dai loro contributi il parlamento alla unanimità decise di istituire una forma previdenziale nella quale accanto ai contributi dei senatori e deputati ci fosse anche un contributo pubblico. Tale contributo pubblico, peraltro, era coerente con il sistema previdenziale pubblico e privato dell’epoca che prevedeva per tutti una rendita pensionistica legata al sistema retributivo per cui almeno l’80% dei pensionati riceveva più di quanto aveva versato (un sistema peraltro ancora presente per alcune categorie). Nel 1995 il sistema cambiò e si introdusse per quanti avevano meno di 18 anni di contributi la soppressione del contributo pubblico e così avvenne qualche anno dopo anche per i parlamentari in carica in quel momento. Nel caso dei parlamentari c’era, inoltre, una motivazione in più ed era quella di consentire alla funzione legislativa una libertà dal bisogno futuro essenziale per sottrarre il lavoro del parlamentare alla naturale pressione di garantirsi nel corso del suo esercizio pubblico il proprio futuro. Peraltro dagli anni sessanta in poi l’attività dei parlamentari occupava larga parte della settimana mentre il venerdì ed il sabato deputati e senatori erano impegnati nel collegio per quel rapporto stretto eletto-elettore ormai da 25 anni smarrito. Queste le ragioni di quell’istituto che si possono condividere o meno ma che erano e sono ragioni in parte comuni ed in parte legate alla funzione sovrana del legislatore che rappresentava e rappresenta un servizio pubblico del quale non si può fare a meno. Spesso ricordiamo a chi ci ascolta o ci legge che il parlamento è come la salute, lo si apprezza quando non c’è più! Lo si può e lo si deve all’occorrenza criticare ma va assolutamente difeso insieme alle sue prerogative quale che sia la sua composizione politica e culturale. Convinti di ciò siamo rimasti esterrefatti dalle parole che abbiamo letto nelle prima righe della proposta di legge Richetti e cioè che i parlamentari devono essere ritenuti ai fini previdenziali “lavoratori dipendenti”. Neanche lavoratori autonomi, ma solo dipendenti! Noi riteniamo di essere amici di Matteo Richetti che stimiamo per davvero anche per le sue radici culturali ma non possiamo che inorridire dinanzi a questa definizione. Dipendenti di chi? E se i parlamentari fossero dipendenti chi ne sarebbe il capo e che ne sarebbe della loro libertà che mal si addice alla qualifica di dipendente? Cosa mai avrebbero detto Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Pietro Nenni, Giorgio La Pira ed Alcide De Gasperi e tanti altri ancora che sono, almeno a parole, nel Pantheon del maggiore partito in parlamento? Stiamo scherzando col fuoco senza che nessuno se ne accorga purtroppo! È bene a questo punto chiarire un concetto di fondo che sfugge forse ai più. Noi siamo tutti eguali dinanzi alla legge, alla malattia, al diritto all’istruzione ma le funzioni delle persone sono profondamente diverse tra loro e dalla loro diversità nascono diversità salariali e previdenziali e la funzione legislativa non solo è la più alta forma di carità come diceva Paolo VI ma è anche il più alto servizio pubblico che si dà alla comunità nazionale e che si alimenta di libertà e di cultura. Chi intacca la libertà dei parlamentari, prima o poi intacca la libertà del paese. Come è possibile non accorgersi  che sta emergendo, invece, una cultura insidiosa per cui tutti dobbiamo essere più eguali nella povertà mentre crescono a vista d’occhio disuguaglianze intollerabili che poco hanno a che fare con i trattamenti previdenziali dei parlamentari e nessuno si interessa di come alzare le pensioni più basse tacendo finanche dinanzi al prelievo fiscale degli ultimi governi del 17% dei rendimenti dei fondi pensione mentre quei soldi andrebbero lasciati al montante contributivo per le pensioni delle future generazioni? Questa cultura pauperistica genera provvedimenti come le ciliegie, l’uno tira l’altro come si è visto quando hanno ridotto le indennità dei parlamentari sotto la spinta del M5S e poi, subito dopo, hanno messo il tetto a dirigenti pubblici e poi ancora ai giornalisti della Rai fermandosi, per il momento, davanti agli artisti. E così sarà per la previdenza, oggi si applica la retroattività ai parlamentari, domani a tutti quelli andati in pensione con il sistema contributivo nel mentre governo e parlamento nulla sanno fare perché l’Italia riprenda la sua crescita economica fermatasi ormai al 1995, crescita che, come è noto, resta la condizione essenziale per dare stabilità a qualunque sistema previdenziale. Non parleremo certo più di tanto degli effetti retroattivi che questa legge comporterà a chi ha oltre settanta anni o alle vedove di Moro, di Berlinguer, di Almirante e di tanti altri che hanno servito la Repubblica rinunciando alla propria attività professionale e di lavoro e che, nella stagione della maggiore debolezza, certamente non potranno contribuire ad una previdenza complementare che all’epoca era inesistente. Questi sono aspetti privati e spesso drammatici ma ciò che spaventa è ciò che si intravede all’orizzonte, un parlamento di disoccupati che sperano di diventare “dipendenti” privi di quella passione, di quella libertà e di quella cultura che ha trasformato l’Italia del secondo dopoguerra da paese agricolo e fortemente analfabetizzato ad uno dei più grandi paesi industrializzati con tutti gli errori che pure sono stati commessi.

paolocirinopomicino@gmail.com

Porta a Porta – 28 aprile 2016 – Gli anni 80

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