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Dipendenti di chi?

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 23 maggio 2017

Alcune volte affrontare determinate questioni può offrire elementi di sgradevolezza a chi scrive e spesso anche a chi legge per la presenza di oggettivi interessi personali. È il caso dei cosiddetti vitalizi dei parlamentari rappresentati spesso come privilegi intollerabili dinanzi ad un riflusso di sciocco egualitarismo che rappresenta una spia importante per comprendere il rapporto politica-società in questa stagione. È questa la convinzione che ci spinge a superare la naturale ritrosia a discutere la questione. Ma veniamo al dunque. Negli anni sessanta dopo che era stato costituito un fondo previdenziale per i parlamentari alimentato esclusivamente dai loro contributi il parlamento alla unanimità decise di istituire una forma previdenziale nella quale accanto ai contributi dei senatori e deputati ci fosse anche un contributo pubblico. Tale contributo pubblico, peraltro, era coerente con il sistema previdenziale pubblico e privato dell’epoca che prevedeva per tutti una rendita pensionistica legata al sistema retributivo per cui almeno l’80% dei pensionati riceveva più di quanto aveva versato (un sistema peraltro ancora presente per alcune categorie). Nel 1995 il sistema cambiò e si introdusse per quanti avevano meno di 18 anni di contributi la soppressione del contributo pubblico e così avvenne qualche anno dopo anche per i parlamentari in carica in quel momento. Nel caso dei parlamentari c’era, inoltre, una motivazione in più ed era quella di consentire alla funzione legislativa una libertà dal bisogno futuro essenziale per sottrarre il lavoro del parlamentare alla naturale pressione di garantirsi nel corso del suo esercizio pubblico il proprio futuro. Peraltro dagli anni sessanta in poi l’attività dei parlamentari occupava larga parte della settimana mentre il venerdì ed il sabato deputati e senatori erano impegnati nel collegio per quel rapporto stretto eletto-elettore ormai da 25 anni smarrito. Queste le ragioni di quell’istituto che si possono condividere o meno ma che erano e sono ragioni in parte comuni ed in parte legate alla funzione sovrana del legislatore che rappresentava e rappresenta un servizio pubblico del quale non si può fare a meno. Spesso ricordiamo a chi ci ascolta o ci legge che il parlamento è come la salute, lo si apprezza quando non c’è più! Lo si può e lo si deve all’occorrenza criticare ma va assolutamente difeso insieme alle sue prerogative quale che sia la sua composizione politica e culturale. Convinti di ciò siamo rimasti esterrefatti dalle parole che abbiamo letto nelle prima righe della proposta di legge Richetti e cioè che i parlamentari devono essere ritenuti ai fini previdenziali “lavoratori dipendenti”. Neanche lavoratori autonomi, ma solo dipendenti! Noi riteniamo di essere amici di Matteo Richetti che stimiamo per davvero anche per le sue radici culturali ma non possiamo che inorridire dinanzi a questa definizione. Dipendenti di chi? E se i parlamentari fossero dipendenti chi ne sarebbe il capo e che ne sarebbe della loro libertà che mal si addice alla qualifica di dipendente? Cosa mai avrebbero detto Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Pietro Nenni, Giorgio La Pira ed Alcide De Gasperi e tanti altri ancora che sono, almeno a parole, nel Pantheon del maggiore partito in parlamento? Stiamo scherzando col fuoco senza che nessuno se ne accorga purtroppo! È bene a questo punto chiarire un concetto di fondo che sfugge forse ai più. Noi siamo tutti eguali dinanzi alla legge, alla malattia, al diritto all’istruzione ma le funzioni delle persone sono profondamente diverse tra loro e dalla loro diversità nascono diversità salariali e previdenziali e la funzione legislativa non solo è la più alta forma di carità come diceva Paolo VI ma è anche il più alto servizio pubblico che si dà alla comunità nazionale e che si alimenta di libertà e di cultura. Chi intacca la libertà dei parlamentari, prima o poi intacca la libertà del paese. Come è possibile non accorgersi  che sta emergendo, invece, una cultura insidiosa per cui tutti dobbiamo essere più eguali nella povertà mentre crescono a vista d’occhio disuguaglianze intollerabili che poco hanno a che fare con i trattamenti previdenziali dei parlamentari e nessuno si interessa di come alzare le pensioni più basse tacendo finanche dinanzi al prelievo fiscale degli ultimi governi del 17% dei rendimenti dei fondi pensione mentre quei soldi andrebbero lasciati al montante contributivo per le pensioni delle future generazioni? Questa cultura pauperistica genera provvedimenti come le ciliegie, l’uno tira l’altro come si è visto quando hanno ridotto le indennità dei parlamentari sotto la spinta del M5S e poi, subito dopo, hanno messo il tetto a dirigenti pubblici e poi ancora ai giornalisti della Rai fermandosi, per il momento, davanti agli artisti. E così sarà per la previdenza, oggi si applica la retroattività ai parlamentari, domani a tutti quelli andati in pensione con il sistema contributivo nel mentre governo e parlamento nulla sanno fare perché l’Italia riprenda la sua crescita economica fermatasi ormai al 1995, crescita che, come è noto, resta la condizione essenziale per dare stabilità a qualunque sistema previdenziale. Non parleremo certo più di tanto degli effetti retroattivi che questa legge comporterà a chi ha oltre settanta anni o alle vedove di Moro, di Berlinguer, di Almirante e di tanti altri che hanno servito la Repubblica rinunciando alla propria attività professionale e di lavoro e che, nella stagione della maggiore debolezza, certamente non potranno contribuire ad una previdenza complementare che all’epoca era inesistente. Questi sono aspetti privati e spesso drammatici ma ciò che spaventa è ciò che si intravede all’orizzonte, un parlamento di disoccupati che sperano di diventare “dipendenti” privi di quella passione, di quella libertà e di quella cultura che ha trasformato l’Italia del secondo dopoguerra da paese agricolo e fortemente analfabetizzato ad uno dei più grandi paesi industrializzati con tutti gli errori che pure sono stati commessi.

paolocirinopomicino@gmail.com

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