Vecchi tempi

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 12 maggio 2017 Negli anni ottanta e sino ai primi anni novanta l'Alitalia era la terza compagnia europea dopo la Lufthansa e la British Airwais trasportando sino ad oltre 20 milioni di passeggeri. Con il via alla sua privatizzazione inizia il suo declino che, ridotto all'osso, fu dovuto essenzialmente alla riduzione degli investimenti ed al taglio delle rotte a lungo raggio. La scarsa visione industriale e politica dalla metà degli anni novanta in poi non tenne nel conto né la realizzazione dell'alta velocità che inevitabilmente avrebbe fatto crollare il numero di passeggeri sulla tratta Roma-Milano (la più remunerativa fra tutte) e meno che meno l'assalto sulle rotte del breve-medio raggio delle compagnie low-cost. Errori di visione e di strategie che hanno portato la nostra vecchia compagnia di bandiera sull'orlo del fallimento nonostante il crollo dei prezzi del carburante che in questi anni ha consentito a molte compagnie internazionali di fare utili miliardari. A questi errori dei manager succedutesi si sono aggiunti errori politici sino all'accordo con gli arabi di Ethiad che hanno fatto errori così grossolani da far venire il sospetto che la loro missione fosse di cancellare definitivamente dai cieli gli aerei di Alitalia. Il noto pensiero unico liberista, quello cioè che vuole che tutto sia privatizzato e venduto salvo a chiedere soldi per le banche dopo averne sostenuto la privatizzazione per circa venti anni in maniera ossessiva e pelosa, ha subito urlato contro il rischio di una nazionalizzazione di Alitalia con il solito alibi di difesa del contribuente (ma quando era pubblica per molti anni guadagnava). Lo stesso alibi che ha suggerito il drammatico bail-in della nuova disciplina bancaria con il quale si trasferiscono i poteri ultimi dagli Stati ai mercati sulle cui spalle certo non possono essere poste gli interessi generali del paese avendo i mercati per propria natura l'obiettivo di produrre ricchezza ma non certo quello di distribuirla in maniera tollerabile. Ma torniamo al dunque per capire quale direzione di marcia il governo deve avere in questa intricata faccenda che riguarda, tra l'altro, la vita di circa ventimila famiglie. Se ci fermiamo un attimo e ci guardiamo intorno ci accorgiamo che questo nostro amato paese non ha più una minima presenza pubblica nel settore del credito, delle telecomunicazioni, del trasporto aereo (Alitalia da tempo è una società privata) e in molti settori a tecnologia avanzata mentre nel mondo privato è arrivato uno tsunami per cui il famoso salotto buono del capitalismo italiano è scomparso o per la fuga, o per fallimento o per la vendita dei grandi gruppi che il vecchio Cuccia difendeva con le unghie e con i denti. Se la memoria non ci tradisce Ferrero e Benetton con Atlantia di Castellucci sono gli unici "predatori" internazionali che il paese oggi ha mentre tutt'intorno ogni impresa piccola o grande si è trasformata in preda ed è nel mirino della finanza e dell'industria internazionale. Nel mentre tutto questo accadeva la presenza pubblica dei comuni è rimasta intonsa aggravando per questa via il debito del settore pubblico allargato. Insomma nella stagione della globalizzazione e della finanziarizzazione l'Italia non ha veri strumenti pubblici di mercato per difendersi da quei mercati deregolamentati che tentano di asservire gli Stati sotto tutti le latitudini ed inevitabilmente al suo orizzonte appare sempre più stagliato il futuro di una colonia forse ancora di rango più che per il suo passato e le sue bellezze che non per il suo presente. Ciò che diciamo non deve alimentare l'illusione di una nuova ventata di nazionalizzazione ma non v'è dubbio che il saccheggio del paese avvenuto in questi 25 anni deve fermarsi anche grazie all'intervento pubblico e possibilmente anche con quei gruppi italiani che come Ferrero e Benetton sanno fare business globali. Francia e Germania si sono comportate così in questi venticinque anni e certamente non sono paesi dirigisti così come Gran Bretagna ed Usa che all'occorrenza hanno nazionalizzato banche, assicurazioni e finanche auto ben sapendo distinguere tra un pensiero economico e la visione politica di uno Stato, tra la difesa di una economia di mercato e la dittatura di mercati deregolamentati e finanziarizzati. In questo terzo millennio l'Occidente deve riflettere su quanto sta accadendo perché mentre in esso crescono famiglie miliardarie e nuove povertà di massa in Oriente gli Stati difendono questa economia di mercato distorta perché con essa i fondi sovrani arricchiscono in termini economici e di potere gli Stati asiatici e mediorientali comprando a mani basse finanche le grandi squadre di calcio italiane, inglesi e francesi. È l'asse del potere mondiale che si sta pesantemente squilibrando ed in questa distorsione l'Italia è tra i nuovi avanguardisti creatori di disagi sociali e crescenti proteste. Possiamo fermarci e discuterne nell'interesse di questo strano paese fatto di genio e di sregolatezze politiche ed istituzionali visto, peraltro, che i 160/180 mld di € venuti dalle privatizzazioni fatte sinora hanno solo impoverito il paese lasciando quasi triplicare il debito pubblico? paolocirinopomicino@gmail.com

Una risposta a Vecchi tempi

  • Francesco Gallo scrive:

    ” In un’ottica di realismo, il dato che sintetizza al meglio la traiettoria economica del nostro Paese è il Pil pro-capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto.
    Il grafico è una disarmante linea rossa a palombella. Dopo il picco del 1991 in cui il nostro reddito pro-capite era l’86% di quello americano, l’Italia ora ha un reddito che è il 63% di quello degli Usa. È lo stesso livello che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni.”(1)

    (1)Fadi Hassan, nato e cresciuto a Pavia da genitori siriani, è docente di Economia presso il Trinity College Dublin e Research Fellow del Cep alla London School of Economics

    Questo è il fatto! e per una volta non lo dice Paolo Cirino Pomicino!!!

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