Anomalia Sicilia

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 20 settembre 2017

Ormai da 25 anni il sistema politico italiano rappresenta una anomalia in Europa. L’Italia infatti è l’unico grande paese europeo che non ha più un solo partito che conservi un profilo culturale riconoscibile nel proprio nome. L’unica forza politica che conserva la propria identità novecentesca resta la Lega Nord che nacque sull’onda della prima protesta contro l’establishment dell’epoca. Per il resto i partiti hanno scelto “nomignoli” che nascondono la propria identità a tal punto da ritenerla definitivamente perduta. La scomparsa di ogni identità ha fatto crollare l’affluenza alle urne nelle varie elezioni che in molte zone è stata addirittura al di sotto del 50%. Ma anomalia chiama anomalia. La scomparsa di ogni identità ha lasciato spazio ad una forte personalizzazione di tutti i partiti con la scomparsa di ogni prassi democratica al proprio interno e conseguentemente l’assenza di qualunque selezione darwiniana della classe dirigente sostituita dal criterio della cooptazione e della fedeltà. Il tutto ha prodotto una frantumazione dei partiti ed ha resuscitato il vecchio trasformismo parlamentare che caratterizzò lo Stato liberale prefascista. Quanti pensavano che l’abolizione sostanziale del modello dei partiti di stampo europeo e novecentesco avrebbe, insieme al maggioritario, garantito una governabilità più stabile del passato ha dovuto ricredersi visto che in 23 anni abbiamo avuto 14 governi con l’aggravante che sui territori non ci sono più i grandi partiti di massa con la propria identità e la propria forza. Ma le anomalie crescono come i funghi in un paese che sembra abbia smarrito ogni bussola. L’ultima in ordine di tempo è la vicenda siciliana, epifenomeno della crisi nazionale, che ancora una volta si stacca dalle scelte dei grandi paesi europei. In Germania, in Austria, in Spagna e finanche nel governo presidenziale francese l’alleanza tra socialisti e popolari nelle sue varie denominazioni nazionali (cristiano-democratici, gaullisti etc) è diventata strategica per battere i populismi ed i nazionalismi di destra e di sinistra. In Italia è avvenuto da venti anni l’esatto contrario ed oggi in Sicilia addirittura l’area che ricorda più di ogni altra una connotazione socialista (Mdp e sinistra italiana) respinge con sdegno l’alleanza con un piccolo partito popolare pensando, forse, che dicendo un NO recupera una identità largamente smarrita. O forse dice no a nuora (Alfano) perché suocera intenda (Renzi)? Sull’altro versante troviamo che quanti sono nel partito popolare europeo (forza Italia e parte dell’UDC) si alleano, unico caso in Europa, con i nazionalisti ed i “sovranisti”, nuovo vacuo neologismo in un panorama politico sfarinato, che rappresenta quella destra che non è al governo da nessuna parte in Europa. La conseguenza di ciò che abbiamo descritto sinteticamente ha relegato da 23 anni l’Italia agli ultimi posti in Europa per tasso di crescita ed ai primi per tasso di povertà. Descrivere è facile, suggerire molto più difficile! Inteneriscono, però, quanti gridano ai quattro venti che arrivando primi governeranno (grillini, centro-destra e centro sinistra) visto che i sondaggi danno a ciascuno di loro consensi al di sotto del 35% o addirittura al di sotto del 30%. Con chi penseranno di governare i tre poli visto che ciascuno, nel migliore dei casi, rappresenterà un terzo degli italiani? Se l’ignoranza smettesse di essere sovrana non vi sarebbe altra soluzione che quella tedesca, spagnola, austriaca e francese, e cioè un governo tra socialisti e popolari che sarebbe maggioranza nel parlamento e nel paese. Ma per far questo c’è bisogno che ciascuna forza si presenti da sola per poi essere libera di fare le alleanze più utili al paese. Ed invece assistiamo ad un dato sconcertante e cioè che tutti fanno a gara per diventare prigionieri di una coalizione che non governerà mai. Forse è giunto il tempo che gli intellettuali di ogni parte si sveglino dal letargo in cui sembrano caduti e sferzino i pochi leaders politici rimasti a recuperare cultura, identità e democrazia senza le quali cose non potrà mai esserci un governo ed una maggioranza capace di coniugare diritti e doveri, contrastare disuguaglianze sociali intollerabili e favorire una crescita in linea con quella dei maggiori paesi europei. E forse è anche tempo di riabituarsi a ricercare quel minimo comune denominatore nel parlamento della repubblica che oggi ricorda più un’aula di liceo occupata dal movimento studentesco degli anni settanta che non l’aula in cui si esercita la vera sovranità popolare.

paolocirinopomicino@gmail.com

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