Alleanza (s)contata

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 5 dicembre 2017

La crisi del nostro sistema politico ha come corollario la crisi degli intellettuali italiani privati d’improvviso, venticinque anni or sono, delle grandi culture politiche. Di questa crisi complessiva ne è testimonianza il balbettio che ha accompagnato, e continua ad accompagnare, la nuova legge elettorale. Noi siamo stati i primi a criticare alcuni aspetti di fondo di questa riforma ma non c’è dubbio che dinanzi al rischio di andare alle elezioni con il cosiddetto “consultellum” e cioè con due sistemi elettorali diversi tra camera e senato, una riforma come quella approvata che recupera una coerenza complessiva non può che essere applaudita. Detto questo, se la riforma elettorale presenta alcuni aspetti contraddittori lo si deve in gran parte alla crisi del pensiero costituzionale ed istituzionale che travolge intellettuali ed opinionisti da troppo tempo. E ci spieghiamo. Da che mondo è mondo le democrazie in occidente si dividono in due modelli, quella parlamentare e quella presidenziale. Mentre la seconda garantisce la immediata presa d’atto la sera delle elezioni di chi guiderà il governo del paese perché il popolo elegge direttamente il presidente capo dell’esecutivo (vedi USA), la democrazia parlamentare affida al parlamento ed al presidente della repubblica la scelta del primo ministro. Continuare nella sciocca cantilena che la sera delle elezioni non sapremo chi guiderà il governo del paese quando abbiamo scelto di rimanere in una democrazia parlamentare o è ignoranza crassa o stupida complicità di una crescente confusione. Ma non è finita! La cantilena che si sente oggi nelle valli e nelle città è il rimpianto di un sistema maggioritario capace di garantire la governabilità ritenendo che il proporzionale sia sinonimo di ingovernabilità. Basterebbe ricordare che Germania, Austria Spagna hanno da sempre sistemi proporzionali e sono da sempre paesi politicamente stabili Ma c’è qualcosa in più. Il sistema maggioritario funziona sempre quando la società che lo sceglie sia di per sé una società bipartitica come nel caso degli Stati Uniti (già in Gran Bretagna il maggioritario uninominale comincia ad incrinarsi per la presenza di un terzo partito come il liberale che nella scorsa legislatura costrinse per la prima volta a varare nel regno di sua maestà un governo di coalizione). Quando invece in una società vi sono più opzioni politiche il maggioritario non funziona perché costringe da un lato a fare coalizioni spesso improprie prima delle elezioni che il giorno dopo si sciolgono come neve al sole e dall’altro alimenta il trasformismo parlamentare come è accaduto in questi ultimi 25 anni resuscitando quel deplorevole costume che aveva caratterizzato lo Stato liberale pre-fascista nel quale, guarda caso, vigeva un sistema uninominale maggioritario. Il sistema elettorale insomma è come una macchina fotografica che rileva le opzioni politiche di un paese. La fotografia la si può ritoccare (vedi la soglia di accesso) ma non la si può modificare come giustamente ha rilevato la corte costituzionale con ridicoli premi di maggioranza che affidano ad una minoranza la guida del paese. Se c’è una crisi del sistema politico, la democrazia parlamentare affanna perché essa per essere vitale presuppone un’autorevolezza qualitativa e dimensionale dei partiti senza le quali cose la crisi del sistema si trasforma in una crisi istituzionale. A quel punto la bilancia dovrebbe pendere per una riforma costituzionale di tipo presidenziale come avvenne per la quinta repubblica francese. La terza via non c’è!

E allora proviamo a ragionare cosa mai può accadere in Italia dopo questa legge elettorale prevalentemente proporzionale e dopo le elezioni siciliane. Le tre coalizioni che si fronteggeranno molto probabilmente non avranno alcuna maggioranza nelle camere e meno che meno l’avrà il movimento 5 stelle che pensa di dovere avere l’incarico di formare il governo se diventa il primo partito del paese. Senza mancare di rispetto, questo lo può dire il giovane studente fuori corso Luigi di Maio ma nessun opinionista che sappia leggere di greco e di latino potrà mai dire questa sciocchezza dal momento che il presidente della repubblica dopo le consultazioni dovrà dare l’incarico a chi dietro di sé abbia una maggioranza politica nelle camere. Se questa maggioranza non ci dovesse essere ci sarà il governo del presidente che non sarà mai un governo di un partito e che chiederà a tutti un appoggio esterno. In alternativa si tornerà alle elezioni. Ma nel futuro parlamento una maggioranza politica potrebbe esserci al di fuori delle attuali coalizioni che sono un’altra anomalia. Avete mai visto in una democrazia parlamentare europea fare delle coalizioni prima del voto? Mai, perché in una democrazia parlamentare le maggioranze si formano e si disfano nelle camere. Ed allora probabilmente la maggioranza possibile sarà PD-Forza Italia con l’ausilio dei centristi se mai recupereranno una saggezza antica ricomponendo una diaspora che spesso è scivolata nel ridicolo. Una maggioranza di questo tipo peraltro è quella che si sta imponendo in tutta Europa e cioè l’alleanza tra popolari e socialisti, unica coalizione capace di battere quelli che una volta si chiamavano gli opposti estremismi mentre oggi vengono definiti gli opposti populismi. Resta il nodo di fondo: se c’è una crisi politica non può risolverla una legge elettorale ma solo la politica o, diversamente, una riforma costituzionale capace di metter mano ad una forma di governo presidenziale per consentire ai partiti di ritrovare, senza l’affanno del governare, la propria ragion d’essere. Tutto il resto son sciocchezze o, per dirla con Califano, è noia, tremenda noia.   

paolocirinopomicino@gmail.com

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