Lo Stato telefonista non è la fine del mondo, ma un nuovo inizio

Pubblicato su Il Foglio martedì 8 maggio 2018

Dopo quasi 25 anni di silenzio colpevole finalmente lo Stato italiano ha dato un segnale forte nella giusta direzione, quello di poter giocare sul mercato azionario a tutela degli interessi nazionali. Ci riferiamo all’intervento della Cassa depositi e prestiti che con il suo quasi 5% di Tim-Telecom ha consentito la vittoria in assemblea della lista capeggiata dal fondo Elliot contro quella di Vivendi rappresentata dal noto Bolloré da tempo uno degli strateghi della discesa del capitalismo francese in Italia senza alcuna reciprocità. Un segnale è solo una rondine che, come si sa, non annuncia la primavera. In 25 anni l’Italia è stata saccheggiata di tutte le sue eccellenze in quasi tutti i settori produttivi spesso con l’ausilio dei rappresentanti di quell’antico salotto un tempo definito il salotto buono del capitalismo italiano. Dal credito alla siderurgia dalla farmaceutica all’alimentare, dalla grande distribuzione all’elettricità, dalla chimica alle telecomunicazioni, dalla Pirelli all’industrie a tecnologia avanzata(Avio), è stato una crescente spoliazione del Paese di tutte le eccellenze produttive eccezion fatte per quelle garantire da alcune famiglie come Ferrero, Benetton Del Vecchio ed altre di medie dimensioni. Questo processo è stato sostenuto da un pensiero unico per il quale lo Stato doveva ritirarsi dall’economia reale lasciando per sé l’unico ruolo di regolatore dei mercati. Questa tesi fondata sul liberismo classico in realtà non veniva sposata dalle altra grandi democrazie europee a cominciare dalla Germania e dalla Francia. Questi paesi da nessuno al mondo sono definiti paesi dirigisti eppure mantengono nelle proprie mani presenze rilevanti nelle economie nazionali come abbiamo sperimentato spesso proprio a nostre spese. Se a tutto ciò si aggiunge che nella stagione della globalizzazione cresce il protagonismo dei fondi sovrani pubblici dell’oriente del pianeta e quello dell’industria finanziaria i cui guasti molti non vogliono ancora vedere, diventa essenziale per gli Stati nazionali di mantenere nelle proprie mani alcuni strumenti pubblici di mercato per non essere, alla fine della giostra, staterelli sbattuti a destra e a manca, dai mercati finanziari e da altri capitalismi pubblici nazionali. Non sappiamo se la nuova presenza della cassa depositi e prestiti nell’azionariato della Tim-Telecom sia solo un dato occasionale o, come speriamo, un cambio di strategia ma quel che sappiamo è che per le cose appena accennate va previsto una presenza dello Stato nella economia reale ricordando che il mercato è neutrale rispetto alla natura della proprietà aziendali. Speriamo che questo segnale possa dare corso ad un nuovo inizio cominciando ad essere attenti al destino delle Generali cogliendo l’occasione della discesa della partecipazione azionaria di Mediobanca, oggi il suo primo azionista. La lenta crescita di alcuni soci italiani nelle Generali come Caltagirone e del Vecchio va aiutata anche con una presenza significativa della Cassa depositi e prestiti o delle poste italiane, altro player pubblico che potrebbe svolgere funzioni importanti in settori dove già è presente come le assicurazioni ed il risparmio gestito. L’Italia deve riprendere un ruolo pubblico nell’economia reale auspicando che i nostri amici liberisti sappiano essere anche liberali apprezzando un ruolo pubblico di minoranza nel rispetto delle regole del mercato. I fondamentalisti, come ormai tutti sanno, di qualunque credo religioso, economico o filosofico producono solo mostri distruttivi del bene comune e di guasti in questi 25 anni ne abbiamo già visti molti, forse troppi.

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