Paolo Cirino Pomicino

La domanda che Di Maio non si fa: perchè molti hanno paura di questo governo?

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 23 maggio 2018

Ha ragione questa volta Luigi Di Maio quando dice che molti hanno paura di un governo del cambiamento ma non si chiede neanche per un momento perché tanto sentimento negativo in Italia e all’estero. Un governo che redige un programma non indicando le linee di fondo della propria azione politica futura ma scendendo nel merito del cosa fare e di come farlo senza però indicare le risorse necessarie, perché non dovrebbe far paura? Chi lascia fuggir dal proprio seno la voce di cassare unitariamente 250 miliardi di euro di debito con la BCE con un contraccolpo immediato sull’affidabilità di un paese con un grande debito come l’Italia perché non dovrebbe aver paura che nelle prossime emissioni dei nostri titoli del debito pubblico i mercati ci chiederanno interessi maggiori accentuando così le nostre difficoltà? Chi prevede di mettere il vincolo di mandato ai parlamentari riducendo così la loro libertà perché non dovrebbe aver paura di un autoritarismo strisciante ricordando, come la storia ci insegna, che chi toglie la libertà ai parlamentari prima o poi la toglie anche al paese? Forze politiche che immaginano di avere un comitato di conciliazione dentro il governo, tra governo e maggioranza e tra governo ed opposizione dimenticando che “il comitato” c’è già ed è il Parlamento della Repubblica con le sue commissioni parlamentari ed il consiglio di gabinetto all’interno del governo perché non dovrebbe far temere che la nostra democrazia liberale stia imboccando il viale del tramonto? Un governo presieduto da un cittadino comune che ancorché colto non ha mai gestito nulla di nulla se non la propria vita e non ha alle sue spalle un solo giorno di legislatura perché non dovrebbe far paura, tanta paura, come ciascuno di noi avrebbe se fosse in un treno guidato a forte velocità non da un macchinista esperto ma da uno studente di legge un po’ fuori di testa? E fa altrettanta paura un professore universitario di diritto privato che accetta un incarico che farebbe tremare i polsi a chiunque abbia una buona esperienza politica con uno spirito goliardico che poco si addice ad un capo di governo! Potremmo continuare per tutte le 39 pagine del contratto di governo ben sapendo che tra il dire ed il fare c’è sempre di mezzo il mare e questa volta il mare sarà procelloso viste le promesse fatte a cuor leggero. Noi tifiamo per l’Italia e quindi per vocazione siamo governativi ma è davvero difficile non aver paura visto e considerato che accanto alla inesperienza del presidente del consiglio c’è una generale inadeguatezza della intera squadra di governo che al momento sembra non avere neanche un membro che abbia una forte esperienza di legislatore eccezion fatta per i due capigruppo della Lega, Giorgetti e Centinaio. Il giovane Di Maio si fa scivolare addosso ogni preoccupazione pensando di esorcizzare le paure del paese con un insieme di parole passe-partout (il cambiamento, l’amico del popolo, il contratto tedesco, prima gli italiani e via di questo passo) e non si accorge che la mancata avvertenza dei rischi e dei pericoli è essa stessa un’altra fonte di paura. Il governo parte ma bisogna alzare il tasso di vigilanza del paese non lasciando passare con facilità un linguaggio criptico e menzognero e sollecitando gli intellettuali a non diventare come la famosa intendenza napoleonica che seguiva acriticamente il vincitore. Bisogna dunque vigilare senza pregiudizi ma anche senza pelose connivenze come spesso abbiamo visto in questi ultimi 25 anni il cui frutto velenoso è proprio la nostra paura di oggi ed il nostro legittimo sconcerto per il futuro.

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La verità storica e una sentenza che la Cassazione ritiene “logica” ma non “condivisibile”

articolo pubblicato su Il Foglio il 15 maggio 2018

Ben presto verrà il tempo che storici, giornalisti e politici non compromessi con un lontano passato scriveranno parole di verità sugli ultimi venti anni della prima repubblica (qualcuno ha già cominciato a farlo a dire il vero). Allora verranno indicati con nomi e cognomi anche quel gruppo di potere politico, culturale ed internazionale che fu protagonista nella distruzione della politica del tempo partorendo il disastro che oggi pesa sul destino del paese e che è sotto gli occhi di tutti. Di quel gruppo fa parte a pieno titolo Giancarlo Caselli che ancora oggi insiste nel dire che la corte di appello di Palermo ha sentenziato il rapporto con la mafia di Giulio Andreotti sino al 1980 così come confermato anche dalla Cassazione. Bisogna ricordare al vecchio procuratore di Palermo tutto ciò che precedette l’inizio del calvario di Andreotti ed il grumo di interessi che si mosse per appannare l’azione politica della DC e di Andreotti in particolare. Nel settembre del 1989 Andreotti fu avvertito da Falcone che i boss mafiosi del maxi processo in corso a Palermo sarebbero usciti dal carcere per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva. Andreotti d’intesa con Giuliano Vassalli e, guarda caso, anche su spinta di Calogero Mannino, fece varare un decreto legge che raddoppiava dalla sera alla mattina i tempi della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia. A questo decreto legge si oppose uno dei più cari amici di Caselli e suo mentore, Luciano Violante, che fece dichiarazioni di fuoco contro il raddoppio dei termini della carcerazione preventiva per gli imputati di mafia sostenendo che era giusto che i boss mafiosi portati alla sbarra da Falcone e Borsellino potessero uscire ed essere controllati in altro modo piuttosto che tenerli in galera. Andreotti tenne duro e portò all’approvazione il decreto ed i boss mafiosi furono condannati e la mafia per punizione uccise nel gennaio del 1992 Salvo Lima. Probabilmente Caselli avrà cosa dire di questo atteggiamento fissato negli atti parlamentari del suo amico Violante la cui ombra insiste su tutta la vicenda del 1992-94 come anticipò Gerardo Chiaromonte a noi, a Renato Altissimo ed a Giuliano Amato. Ma andiamo avanti. La stessa sentenza della corte di appello di Palermo che Giancarlo Caselli ricorda sul Fatto Quotidiano non sentenziò mai che Andreotti fosse colluso sino al 1980 con la mafia ma ritenne che quei fatti citati dalla procura non erano ascrivibili alla fattispecie del concorso esterno all’associazione mafiosa perché all’epoca reato inesistente e che erano fatti comunque andati in prescrizione e quindi si astenne dal giudicarli. Al di là delle parole dei magistrati giudicanti però è la logica che fa giustizia vera. È mai possibile che un politico del livello di Andreotti sia mafioso fino al 1980 e poi si converte sulla strada di Damasco e diventa il capo del governo che più ha fatto per colpire la mafia al cuore con il raddoppio della carcerazione preventiva dei mafiosi, con la legge premiale dei pentiti, con lo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiosa e con la istituzione della procura nazionale antimafia che il gruppo politico-giudiziario guidato da Violante si oppose a che a guidarlo fosse Giovanni Falcone? Dopo circa trent’anni riscopriamo un po’ di serietà. Ultima annotazione sulla sentenza della Cassazione riportata nel nostro ultimo libro, “la Repubblica delle giovani marmotte”. La suprema corte sempre a proposito dei problemi connessi ai fatti prima degli anni ottanta afferma “i rapporti con Lima, i Salvo e con Ciancimino, gli effetti che ne sono derivati, il loro significato ai fini della decisione sono stati descritti e valutati dalla sentenza impugnata (quella della corte di appello di Palermo ndr) sulla base di apprezzamenti di merito espressi in termini logici e conseguenti quindi razionalmente non censurabili. La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito ma non in sede di legittimità”. Insomma la Cassazione dice “la sentenza ha una interpretazione dei fatti al quale può essere contrapposta un’altra interpretazione uguale e contraria di altrettanta forza logica. Poiché siamo in sede di legittimità non posso censurarla ma lo dico lo stesso! Per brevità di spazio ci fermiamo qui pronti ad arricchire con fatti e non con opinioni ma anche con domande inevase una verità da troppo tempo calpestata e vilipesa.

paolocirinopomicino@gmail.com

Lo Stato telefonista non è la fine del mondo, ma un nuovo inizio

Pubblicato su Il Foglio martedì 8 maggio 2018

Dopo quasi 25 anni di silenzio colpevole finalmente lo Stato italiano ha dato un segnale forte nella giusta direzione, quello di poter giocare sul mercato azionario a tutela degli interessi nazionali. Ci riferiamo all’intervento della Cassa depositi e prestiti che con il suo quasi 5% di Tim-Telecom ha consentito la vittoria in assemblea della lista capeggiata dal fondo Elliot contro quella di Vivendi rappresentata dal noto Bolloré da tempo uno degli strateghi della discesa del capitalismo francese in Italia senza alcuna reciprocità. Un segnale è solo una rondine che, come si sa, non annuncia la primavera. In 25 anni l’Italia è stata saccheggiata di tutte le sue eccellenze in quasi tutti i settori produttivi spesso con l’ausilio dei rappresentanti di quell’antico salotto un tempo definito il salotto buono del capitalismo italiano. Dal credito alla siderurgia dalla farmaceutica all’alimentare, dalla grande distribuzione all’elettricità, dalla chimica alle telecomunicazioni, dalla Pirelli all’industrie a tecnologia avanzata(Avio), è stato una crescente spoliazione del Paese di tutte le eccellenze produttive eccezion fatte per quelle garantire da alcune famiglie come Ferrero, Benetton Del Vecchio ed altre di medie dimensioni. Questo processo è stato sostenuto da un pensiero unico per il quale lo Stato doveva ritirarsi dall’economia reale lasciando per sé l’unico ruolo di regolatore dei mercati. Questa tesi fondata sul liberismo classico in realtà non veniva sposata dalle altra grandi democrazie europee a cominciare dalla Germania e dalla Francia. Questi paesi da nessuno al mondo sono definiti paesi dirigisti eppure mantengono nelle proprie mani presenze rilevanti nelle economie nazionali come abbiamo sperimentato spesso proprio a nostre spese. Se a tutto ciò si aggiunge che nella stagione della globalizzazione cresce il protagonismo dei fondi sovrani pubblici dell’oriente del pianeta e quello dell’industria finanziaria i cui guasti molti non vogliono ancora vedere, diventa essenziale per gli Stati nazionali di mantenere nelle proprie mani alcuni strumenti pubblici di mercato per non essere, alla fine della giostra, staterelli sbattuti a destra e a manca, dai mercati finanziari e da altri capitalismi pubblici nazionali. Non sappiamo se la nuova presenza della cassa depositi e prestiti nell’azionariato della Tim-Telecom sia solo un dato occasionale o, come speriamo, un cambio di strategia ma quel che sappiamo è che per le cose appena accennate va previsto una presenza dello Stato nella economia reale ricordando che il mercato è neutrale rispetto alla natura della proprietà aziendali. Speriamo che questo segnale possa dare corso ad un nuovo inizio cominciando ad essere attenti al destino delle Generali cogliendo l’occasione della discesa della partecipazione azionaria di Mediobanca, oggi il suo primo azionista. La lenta crescita di alcuni soci italiani nelle Generali come Caltagirone e del Vecchio va aiutata anche con una presenza significativa della Cassa depositi e prestiti o delle poste italiane, altro player pubblico che potrebbe svolgere funzioni importanti in settori dove già è presente come le assicurazioni ed il risparmio gestito. L’Italia deve riprendere un ruolo pubblico nell’economia reale auspicando che i nostri amici liberisti sappiano essere anche liberali apprezzando un ruolo pubblico di minoranza nel rispetto delle regole del mercato. I fondamentalisti, come ormai tutti sanno, di qualunque credo religioso, economico o filosofico producono solo mostri distruttivi del bene comune e di guasti in questi 25 anni ne abbiamo già visti molti, forse troppi.

Intervista di Andrea Tempestini a Paolo Cirino Pomicino “Imporrà la sua decisione, è cambiata la democrazia”

Pubblicato su “Libero” il 7 maggio 2018

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