Paolo Cirino Pomicino

Alla fine abbiamo vinto noi. Gli ex DC hanno ucciso il PD

intervista pubblicata su Libero Quotidiano il 15 gennaio 2018

Le promesse elettorali di moda non ci porteranno a Bengodi, ma alla disperazione

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 12 gennaio 2018

Sembra che quest’anno il carnevale nel quale, come si sa, ogni scherzo vale, venga in anticipo. Non a caso la campagna elettorale subito si è riempita di certezze fantastiche quasi che il paese, come il Pinocchio di Collodi, si stesse avviando a grandi passi verso Bengodi. Qualche differenza però c’è con il vecchio racconto della nostra infanzia perché in questo caso a guidare l’armata dei partiti non ci sono il gatto e la volpe ma più gatti e tantissime volpi. Già da diversi giorni, infatti, impazza lo tsunami delle promesse che lasciano un po’ sconcertati i tanti elettori che si domandano perché mai i protagonisti di oggi non fecero ieri ciò che ora promettono. A questa sarabanda non sfuggono neanche i neofiti del Movimento cinque stelle che non avendo precedenti di governo nazionale potevano rimanere fuori dalla marcia verso Bengodi mentre invece ha fatto premio il loro nome fantastico ed il profilo del suo fondatore che della comicità ha fatto un’arte anche politica. Sentire il giovane Di Maio che promette che in dieci anni riduce di quaranta punti il debito (forse vuole dire il rapporto debito/Pil che è cosa ben diversa dalla riduzione del debito!!) si resta smarriti perché subito dopo aggiunge che in questi dieci anni farà grandi investimenti in ogni settore a debito, cioè aumentando il deficit annuale e per giunta riducendo le tasse. Ci perdonerà il simpatico studente fuori corso candidato premier se gli sussurriamo che il deficit annuale si trasforma l’anno dopo in debito che, in valore assoluto, in dieci anni aumenterebbe di 50/70 miliardi di euro l’anno tanti quanti ne vorrebbe togliere dal groppone dello stock del debito accumulato. Volendo essere buoni sammaritani probabilmente il giovane sempre più giovane ha orecchiato che la spesa in conto capitale dà un moltiplicatore di crescita dell’economia che farebbe aumentare il gettito fiscale l’anno successivo. Ma se nel percorso descritto nonostante gli investimenti pubblici il deficit supererebbe sempre il 3% noi non andremmo da nessuna parte senza una manovra straordinaria capace di invertire subito la crescita del debito (la patrimoniale sarebbe un’altra maledizione per il suo carattere recessivo). Per ottenere un equilibrio secondo gli indirizzi di Di Maio l’Italia dovrebbe crescere del 4% reale al quale, però, si dovrebbe aggiungere un’inflazione almeno al 2% per avere una crescita nominale del 6%. Insomma una crescita di stampo cinese. Un insegnamento antico: politica di bilancio, politica monetaria, inflazione e produttività sono un tutt’uno e ciò che li tiene insieme è la coerenza tra le politiche per non rimanere sulle stelle nel cielo blu dipinto di blu. Alla stessa maniera se si dice che verranno tagliate le pensioni superiori a 5 mila euro, si trasferisce un messaggio devastante di una politica che persegue l’obiettivo di tutti più eguali nella povertà piuttosto che pensare a rendere sostenibili le pensioni più basse. E tanto per completare il quadro della incertezza diffusa a piene mani, ieri bisognava uscire dall’euro, oggi non più, domani chissà!!! Ma se Sparta piange Atene non ride. Ormai è una gara tra quanti propongono una flat tax al 15%, l’abolizione delle tasse universitarie, la riduzione di tutte le tasse e il potenziamento del Welfare. Ricchi e poveri dovrebbero tutti sorridere, appunto Bengodi! Vorremmo solo ricordare a noi stessi che con la politica reaganiana l’economia americana crebbe moltissimo ma rimasero per decenni quaranta milioni di americani privi di tutela sanitaria pubblica e sorse lentamente fino ad esplodere quel capitalismo finanziario che in questi ultimi dieci anni ha alimentato le grandi disuguaglianze sociali in tutto l’occidente con il rischio sempre più concreto di scontri furibondi nelle società più avanzate nel mentre continenti come l’Africa ed aree come quelle del medio oriente alimentano guerre, miserie e migrazioni bibliche. Non intendiamo insegnare niente a nessuno ma la grande stagione dei diritti che pure si è avviata non potrà consolidarsi sino a quando non nascerà un’analoga stagione dei doveri, dalla politica all’economia, dall’informazione alla giustizia, che rappresenta il percorso esattamente contrario a quello che porta a Bengodi, la falsa illusione che spingerà tanti, forse troppi, alla disperazione. 

paolocirinopomicino@gmail.com

Ecco perché fondere treni e autostrade è stata una sciocchezza

Articolo pubblicato su ” Il Foglio Quotidiano” il 29 dicembre 2017

Spiace che il governo Gentiloni non chiuda in bellezza sul terreno del metodo e della opportunità politica. Ci riferiamo all’approvazione del decreto interministeriale (economia ed infrastrutture) per la preoccupante fusione Ferrovie-Anas. A poche ore dallo scioglimento delle Camere e a pochi mesi da un nuovo Parlamento, saggezza avrebbe richiesto che un’ iniziativa di questa dimensione fosse lasciata ad una verifica del nuovo governo, tanto più che un giudizio diffuso la giudica improvvida e figlia di una mancanza di visione di alcuni ministri e l’acquiescenza di altri. Quale sinergia potranno avere, infatti, le due società fuse? Entrambe sono già oggi afflitte da gigantismo che produce inefficienza, ma la risposta a questa domanda  nessuno la conosce perché nessuno ha studiato gli effetti della fusione. Se pensiamo che le ferrovie dello Stato già oggi controllano 66 società con annessi consigli di amministrazione e con un coordinamento sempre più complesso- si può immaginare quanta altra confusione determinerà l’arrivo di una società come l’Anas, che fa tutt’altro mestiere e che porterà in dote altri seimila dipendenti che si aggiungeranno ai 73 mila delle ferrovie, con un parco di trentamila chilometri di strade già oggi afflitte dalla scarsità di investimenti. Cosa analoga avviene per le ferrovie. Anche il suo fiore all’occhiello, l’alta velocità, comincia ad evidenziare crepe nella manutenzione come sanno tutti i viaggiatori,  per non parlare del disastro del trasporto ferroviario al servizio dei pendolari. Treni, rotaie e strade sono cose totalmente diverse in termini tecnici:  in tutta Europa le due società sono da sempre distinte, tranne che nel piccolo Portogallo e nella Svezia. Nella ricerca di una sinergia -introvabile- ci siamo imbattuti in una strana motivazione che sarebbe alla base di questa fusione, e cioè la fuoriuscita dal perimetro della Pubblica amministrazione dell’Anas, con il suo carico di debiti dopo la fusione con le Ferrovie dello Stato. Una notizia falsa perché, anche dopo la fusione, l’Anas resterà nel perimetro della Pubblica Amministrazione:  il suo bilancio è garantito prevalentemente da risorse statali, per cui avremo una holding ( le ferrovie dello Stato con tutte le sue società controllate) fuori dal perimetro della Pa, ma con una unità trattenuta con un cordone ombelicale dentro il bilancio dello Stato. Come si vede, si tratta di confusione aggiunta a confusione, mentre restiamo sconcertati per il fatto che le nostre ferrovie, e con essa la politica, non abbiano ancora chiesto di assorbire le 62 ferrovie concesse ancora autonome il cui degrado, in particolare nel Mezzogiorno, è sotto gli occhi di tutti, con tratti ancora a binario unico e con treni che fanno inorridire i viaggiatori del Terzo mondo. Un amministratore  che avesse una visione, e che avesse a cuore il trasporto ferroviario italiano nel suo complesso, dovrebbe chiedere a voce alta l’assorbimento di queste ferrovie nella propria holding, per razionalizzare e ammodernare l’intero trasporto ferroviario del Paese ben prima di qualunque altra folle iniziativa. Naturalmente di tutto ciò si dovrebbe far carico la politica ed il governo in primo luogo.  Senza lasciarsi affascinare dal gigantismo molliccio ed inefficiente utile solo per garantire potere e soldi, oggi ad uno e domani ad un altro.

Così fan tutti. Solo nell’Oriente autoritario non si tratta

intervista pubblicata su La Stampa il 20 dicembre 2017

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