L’economia italiana tra pubblico e privato

tratto dal libro “La Repubblica delle giovani marmotte” – pag. 143-157

Nell’aprile 1993 nasce il governo Ciampi, per la prima volta con tre esponenti del Pds erede del Partito comunista. Durano appena 24 ore e si dimettono il giorno dopo il giuramento, in polemica con il voto parlamentare che ha concesso solo in parte l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex segretario Psi Bettino Craxi. Nel governo restano la Dc, i liberali e i due partiti socialisti. Ma, a cominciare dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia in carica, da un giorno all’altro traghettato da Palazzo Koch a Palazzo Chigi, è un governo sostenuto da un arco di forze che include gli eredi del Pci e la borghesia azionista, che in quel momento controllava larga parte dei grandi organi di stampa e costituiva il fatidico salotto buono del capitalismo italiano. E in economia inizia la crescita vertiginosa del pensiero unico. Il cuore di quel pensiero, osannato da tanti ma sostanzialmente modesto, prevedeva il ritiro dello Stato dall’economia di mercato, e di conseguenza l’avvio delle privatizzazioni a tutta birra. In dieci anni sono state vendute, e in certi casi svendute, aziende pubbliche per 200.000 miliardi di vecchie lire.

I motivi addotti per questa frenetica attività “privatizzatrice” erano essenzialmente due: il risanamento dei conti pubblici e una maggiore efficienza delle società partecipate dallo Stato. Con il passaggio dalla gestione pubblica a quella privata avrebbero recuperato in efficacia e produttività. Ebbene, il debito pubblico è quasi triplicato dagli 839 miliardi di euro del 1991 al record storico di 2.200 miliardi di euro, nell’estate 2015. La crescita economica si è fermata dal 1995. E le grandi aziende pubbliche che avevano traghettato l’Italia da paese agricolo a settimo paese industrializzato al mondo, con tecnologie avanzate, sono lentamente declinate. Basterà ricordare la Stet-Telecom di Ernesto Pascale e Biagio Agnes con il piano Socrates del 1995, e confrontarla con la Telecom privata di Colaninno, Tronchetti Provera e poi di Telefonica e oggi della francese Vivendi. È sufficiente leggere la  tabella sulle imprese privatizzate, pubblicata dalla Consob nel 2006, per capire quanta ricchezza è stata sottratta al paese e alla sua economia, senza sortire alcun effetto tranne un maggior debito, una maggiore disoccupazione e la paralisi della ricerca e dell’innovazione.

Società privatizzate (1993-2005)

Anno Società Settore Azioni cedute %
1993 Credito Italia Bancario 54,8
1994 Banca commerciale Bancario 51,3
1994 Ina Assicurativo 47,3
1994 Imi Bancario 32,9
1995-1996 Eni Energetico 30,8
1996 Imi Bancario 6,9
1997 San Paolo Bancario 28,2
1997 Telecom Servizi 31,1
1997-1998 Eni Energetico 32,4
1998 Banca Nazionale del Lavoro Bancario 62
1999 Monte dei Paschi di Siena Bancario 27,1
1999 Enel Energetico 34,5
1999 Autostrade Servizi 56,5
2000 FinMeccanica Meccanico 44
2000 Cassadirisparmiodi Firenze Bancario 23,2
2001 Eni Energetico 6,6
2001 Snam Rete Gas Energetico 22,4
2002 Telecom Servizi 3,5
2004 Terna Energetico 50
2004 Enel Energetico 18,9
2005 Enerl Energetico 9,4

 Fonte: Relazione Consob 2006

La tabella è eloquente, ma non dice tutto: il grosso delle aziende (solo una parte di quelle passate di mano – tra le altre manca la società Avio piena di brevetti e professionalità nel settore avionico e l’Ansaldo STS e Ansaldo Breda vendute ai giapponesi) sono oggi di proprietà della finanza internazionale. Nessun imprenditore, tra quelli che il mondo ci invidia, svolge un ruolo da protagonista nelle grandi banche del paese. I fondi internazionali governano anche l’Eni, strumento essenziale non solo per la politica energetica ma anche per l’intera politica estera, così come gli spagnoli di Telefonica prima, i francesi di Vivendi ora, sono il socio industriale di una Telecom lontana mille miglia da quella che controllava la Tim guidata da Vito Gamberale, secondo player mondiale della telefonia mobile che solo negli ultimi tempi, con Marco Patuano amministratore delegato, tenta di recuperare il terreno perduto. In verità il saccheggio era iniziato nella seconda metà degli anni ’80 quando alcuni players internazionali acquisirono importanti marchi privati alimentari e farmaceutici. Pur avvenendo tra privati, le cessioni erano particolarmente gravi nel settore alimentare, nel quale operava anche la Sme, holding pubblica molto appetibile, controllata dall’Iri. Era l’oggetto del desiderio di Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi. Più volte, nella qualità di presidente della leggendaria commissione Bilancio della Camera dei deputati, tentai di convincere il gruppo Iri a utilizzare la Sme come polo aggregante, per poi privatizzarla in massa o con un break-up (il cosiddetto spezzatino che valorizza le singole società controllate, anziché lasciarlo fare agli acquirenti privati, magari neppure italiani). Fu tutto inutile. L’olandese Kraft, l’anglo-olandese Unilever, la francese Danone, la svizzera Nestlé, tutte le dieci multinazionali del cibo mondiale fanno shopping ininterrotto da 20 anni. Buitoni, Perugina, Stock, Locatelli, Sanpellegrino, Invernizzi, Peroni, Antica Gelateria del Corso, Galbani, Carapelli, Sasso, Bertolli, Gancia, Parmalat, Star, Pelati Russo, Fiorucci salumi e tanti altri ancora, sono i marchi prestigiosi finiti in mani straniere senza che l’Italia aiutasse il suo capitalismo a restare proprietario di eccellenze nostrane. Né il capitalismo ha saputo essere protagonista autorevole nel contemporaneo riassetto del capitalismo europeo. Quando nel 1991 privatizzammo dalla Sme alcuni marchi alimentari recuperati da fallimenti privati, in gran parte li conferimmo a prestigiose aziende italiane in grado di rilanciarli, come Ferrero e Barilla: a testimonianza di una politica industriale che, della internazionalizzazione, aveva un’idea ben diversa da quella praticata dai partiti della seconda repubblica, per i quali internazionalizzare significa farsi comprare senza reciprocità alcuna.

Il risultato di tutto questo è l’Italietta di oggi, un paese di consumatori e produttori per conto terzi. Con la progressiva vendita del sistema bancario, il paese è ormai privo di una presenza pubblica e perfino privata nel credito. La maggioranza di Unicredit e di Mps è nei portafogli dei fondi internazionali, e così avverrà presto per Intesa Sanpaolo; Bnl e Cariparma sono delle banche francesi Bnp-Paribas e Crédit Agricole; le grandi banche popolari, con la prossima trasformazione in società per azioni, obbligatoria per legge, saranno facilmente scalabili. Naturalmente molti autorevoli economisti ci spiegheranno che la grande presenza pubblica nel sistema finanziario italiano creò nel passato grandi guasti senza che mai, però, ne venisse indicato uno. Anzi i grandi scandali sono avvenuti nelle banche private (Ambrosia- no, MPS di oggi) ma ciò nonostante la privatizzazione delle banche ha continuato la sua marcia trionfale. In questa scellerata direzione si muove anche il governo Renzi. L’accordo che il ministero dell’Economia ha imposto alle fondazioni per ridurre ulteriormente la propria presenza nel capitale delle banche, può essere considerato un comportamento doloso nell’interesse della finanza internazionale, tenendo conto del profilo professionale del ministro Pier Carlo Padoan e dei consiglieri del premier. Vorrei chiedere ai tanti adulatori del liberismo senza limiti, perché in Francia e in Germania, le democrazie con le quali più ci confrontiamo, la parte pubblica è presente in misura così significativa nel sistema bancario. In Germania gli attivi bancari sono per il 51% in mani pubbliche, in Francia superano il 20%. Sono paesi dirigisti come lo eravamo noi sino al 1992? Oppure ritengono, come l’Italia in passato, che sia saggio mantenere in mano pubblica parte del sistema finanziario e produttivo, al fine di tutelare l’equilibrio dei poteri e contrastare il fenomeno devastante del capitalismo finanziario? Saggezza ancor più doverosa oggi, quando il processo di globalizzazione rende le istituzioni democratichee la politica sempre più deboli, al cospetto della finanza nazionale e internazionale. Non è un caso che il peso politico internazionale di Francia e Germania sia oggi straordinariamente diverso da quello dell’Italia.

Sino al 1992 l’Europa era guidata dalle tre grandi democrazie fondatrici dei Trattati di Roma, Italia, Francia e Germania. A giudizio di Renzi e Padoan, chi sono i soggetti privati capaci di investire nel sistema bancario italiano al posto delle Fondazioni? Quando Cariplo e Compagnia di San Paolo avranno ridotto la propria quota in Intesa Sanpaolo, chi potrà impedire che il secondo gruppo bancario del paese finisca nelle mani dei fondi internazionali o dei fondi sovrani, che acquistano pezzi italiani importanti della finanza, dell’industria e dell’immobiliare? Molti grandi gruppi del nostro paese hanno venduto le proprie aziende, utilizzando parte del ricavato per piccoli interventi finanziari anche nelle banche. Ma hanno evitato accuratamente di impegnarsi nella governance di istituti bancari significativi come peraltro, hanno fatto quegli imprenditori che invece hanno mantenuto saldamente in mani italiane le proprie imprese. Nel grigio panorama finanziario italiano è emerso il genovese Vittorio Malacalza, che non si è limitato ad assistere al declino di Banca Carige e ne è diventato l’azionista di riferimento, stringendo un patto con la relativa fondazione che ormai detiene solo una piccola quota di azioni. Ma una rondine non fa primavera anche perché guarda caso Malacalza è lo stesso imprenditore che aveva molto insistito – ma inutilmente – con Tronchetti Provera perché lasciasse la Pirelli in mani italiane, pronto ad aumentare lui stesso il proprio investimento in uno dei maggiori brand italiani. Ma questa storia va raccontata per intero, come faremo tra poco, dopo aver concluso il ragionamento su quanti potrebbero sostituire le fondazioni nel capitale delle banche. Forse c’è stato un atto di indirizzo o un’azione di persuasione affinché i fondi pensione si comportino da investitori istituzionali nel sistema finanziario italiano? È accaduto l’esatto contrario, con una politica fiscale che ha accresciuto il prelievo tributario sui rendimenti dei fondi pensione, quasi che gli utili dei fondi andassero nelle tasche dei privati e non invece ad aumentare il montante contributivo al servizio della previdenza complementare, mentre appare sempre più chiaro che si prepara un futuro pieno di pensionati ancora più poveri, vista la necessaria introduzione del sistema contributivo. In questo sistema, infatti, veniva prevista per l’appunto, una previdenza complementare, l’altro necessario pilastro per una popolazione che invecchia, i cui rendimenti non andrebbero tassati oggi, rinviando il prelievo tributario a quando il montante contributivo si trasformerà in reddito pensionistico.

Ma chi si occupa del futuro di questo paese, se i comportamenti sono quelli descritti in ogni settore, dalla politica all’economia, fino alla finanza e alla giustizia? Non appartengo all’area politica e culturale che dice peste e corna di chiunque sia al governo del paese. Anzi, forse più di ogni altro capisco l’ansia dei ministri finanziari sulle urgenze del momento, così come quelle del primo ministro. Ma l’urgenza non giustifica un atteggiamento sistemico, che impoverisce il paese di oggi e annulla il futuro delle nuove generazioni. Sul ruolo delle fondazioni bancarie ho criticato moltissimo Giulio Tremonti, quando per ragioni di puro potere ne voleva contrastare la crescita e l’influenza. E credo di aver contribuito a fargli comprendere come, in un paese privo di investitori istituzionali e con un sistema capitalistico senza capitali, le fondazioni potevano coprire quel ruolo tanto necessario, proprio quando era maggiore la frenesia di privatizzare quanto fosse possibile dell’apparato finanziario e industriale. In quella battaglia ho visto Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’associazione tra le fondazioni di origine bancaria, battersi come un leone fin davanti alla Corte costituzionale, sino a quando sono state confermate le sue ragioni e lo stesso Tremonti ha compreso quale fosse l’interesse generale del paese. Perciò sono rimasto di sasso quando ho visto un Guzzetti stranamente dimesso verso l’imposizione di ridurre la partecipazione delle fondazioni nelle banche, fino a sottoscrivere il Protocollo d’intesa tra il ministero dell’Economia e l’Acri, nell’aprile 2015. È vero, Guzzetti era stato posto di fronte a un ricatto da Renzi e Padoan: in mancanza di accordo, il governo sarebbe intervenuto per legge, come è avvenuto poco dopo per le banche popolari. Ma a questo tipo di bullismo si risponde con una battaglia politica a tutto campo, soprattutto quando si difende l’interesse del paese e non il proprio. Probabilmente il silenzio dei fantasmi dell’opera, al secolo i democristiani alleati di governo, avrà fiaccato la tempra battagliera di Guzzetti, a lungo autorevole senatore della Democrazia cristiana e presidente della Regione Lombardia. Resta la domanda inevasa su chi investirà nelle nostre banche al posto delle fondazioni, visto che il sistema bancario – con poche eccezioni piccole e grandi – non ha chiesto risorse pubbliche per ricapitalizzarsi, com’è invece accaduto in Gran Bretagna, Olanda, Germania e Francia. Ma del sistema bancario italiano parlerò in una prossima fatica letteraria, perché negli ultimi vent’anni ha mostrato profili molte volte inquietanti, da portare alla luce anche a tutela di quanti, nello stesso mondo, hanno comportamenti trasparenti e professionalmente ineccepibili. Una cosa, però, va detta subito. Nelle banche, e in particolare in quelle grandi, si sta imponendo l’egemonia dell’algoritmo e del rating, cioè sta crescendo un modello burocratico che penalizza la professionalità dei dirigenti e rende complicato rispondere alla domanda di credito. Questo soffocante burocratismo, però, non vale per gli amici degli amici ma questo sarà il tema centrale della prossima fatica letteraria incentrata proprio sul terreno della trasparenza.

A proposito di scarsa trasparenza e saggezza, va raccontata la stoltezza industriale della vendita della Pirelli ai cinesi della ChemChina, un colosso statale della Repubblica popolare cinese, in cambio del mantenimento della gestione societaria nelle mani di Marco Tronchetti Provera, sino al 2021. Nella prima repubblica una storia simile sarebbe stata impossibile. Ma le sue radici affondano in una grossolana svista, anche da parte mia, sulla statura di questo simpatico industriale italiano che, grazie al physique du rôle, pensavo potesse sostituire lo scomparso Gianni Agnelli nel ruolo di rappresentante e ambasciatore dell’imprenditoria italiana, forte di un grande brand italiano noto in tutto il mondo. Il più charmant dei nostri imprenditori, Marco TronchettiProvera, nello spazio di tre anni ha invece non soltanto cambiato l’abito della Pirelli, ma anche venduto e comprato azioni, costringendo alcuni cari amici a mettere le proprie in una “scatola” per meglio esercitare il controllo, con l’unico obiettivo di continuare a essere il capo di un gruppo internazionale che fattura oltre 6 miliardi di euro l’anno. Brand e tecnologia interamente italiani, quelli di Pirelli, che Tronchetti (già azionista della società) ha ricevuto in “eredità” dal matrimonio con Cecilia Pirelli, figlia di Leopoldo, terza generazione della grande famiglia che oltre un secolo prima aveva fondato, con Giovanni Battista, l’omonima industria. La crisi, le difficoltà, gli sperperi, a cominciare da Telecom e da Pirelli Real Estate, spingono nel 2013 Marco Tronchetti Provera a costituire con le due maggiori banche italiane, Intesa e Unicredit, e con il fondo Clessidra di Claudio Sposito, una newco, la Lauro61, che prende il controllo di Camfin, a sua volta socio di controllo di Pirelli. Cuore dell’accordo era che lo stesso Tronchetti Provera rimanesse per 4 anni sulla tolda di comando della multinazionale italiana degli pneumatici. Quattro anni, però, passano troppo presto, e il nostro simpatico Marco in capo a un anno scioglie il patto, fonde Lauro61 in Camfin e vende il 50% ai russi di Rosneft, il colosso energetico di Igor Ivanovich Sechin, amico del cuore di Putin. Fa così guadagnare fior di quattrini al fondo Clessidra e alle stesse banche, che restano socie di minoranza di Tronchetti nella Coinv, costituita da Tronchetti per controllare il restante 50% di Camfin. Anche in questo caso Tronchetti ottiene di mantenere la guida di Pirelli, che nel frattempo acquista uno stabilimento russo. Nessuno, però, aveva fatto i conti con la crisi ucraina e le sanzioni internazionali alla Russia, che hanno messo in serie difficoltà finanziarie l’intera economia del paese e naturalmente la stessa Rosneft, che ha presto manifestato l’intenzione di uscire dalla società di controllo della Pirelli, a dispetto degli accordi che impedivano ai soci di vendere le proprie quote prima di quattro anni. Niente paura. Entrato in scena con il colbacco, il “nostro” torna per qualche secondo dietro le quinte e subito riappare sul palcoscenico con il codino della China National Chemical Corporation, colosso cinese da 40 miliardi di dollari di fatturato. Ma i cinesi non abboccano facilmente all’amo di Tronchetti, e non accettano di rilevare la quota dei russi nella controllante Camfin, nella quale il peso di Tronchetti restava determinante per il controllo di Pirelli. E dicono a Tronchetti: “O vendi a noi la Pirelli per intero, o l’affare non ci interessa”. Così è nata l’Opa da 15 euro per azione, che si è chiusa con successo il 20 ottobre 2015 e ha consentito ai vecchi azionisti guadagni consistenti. La sostanza è che i cinesi hanno preteso il brand Pirelli e la sua tecnologia, per posizionarsi nella parte alta del settore “premium” degli pneumatici per auto, avendo già il controllo di metà della produzione mondiale degli pneumatici per camion e bus (il cosiddetto settore track). L’obiettivo è l’uscita di Pirelli dal listino di Borsa, per riquotarla eventualmente fra quattro anni, magari dopo aver venduto o “spinoffato” qualche pezzo importante come la divisione industrial, che produce appunto pneumatici per camion e bus. Va da sé che Tronchetti resterà alla guida di Pirelli sino al 2021, con autonomia gestionale (a buon intenditor, poche parole…). L’operazione, insieme alla cessione di Italcementi ai tedeschi di Heidelberg, ha sancito il definitivo fallimento imprenditoriale del “salotto buono” del capitalismo italiano (così definito dalla stampa compiacente degli anni ’80 e ’90), che scompare definitivamente dalla storia del paese: una pietra tombale sul vecchio club della Mediobanca di Cuccia, degli Agnelli, Lucchini, Pesenti, Tronchetti Provera, e di tanti altri falliti o venditori di ciò che la generazione precedente aveva creato. L’unica a salvarsi è stata la Fiat, grazie ai soldi di Obama e alla guida di Sergio Marchionne. Ma ha dovuto lasciare l’Italia, pur mantenendo nel paese importanti stabilimenti e una quota significativa della produzione. Il salotto buono ha fatto perdere all’Italia la siderurgia, la chimica, l’avionica, la farmaceutica, le telecomunicazioni, parte dell’alimentare e dell’energia, infine il brand e la tecnologia di Pirelli. Tutto ciò è avvenuto contemporaneamente alla svendita di grandi aziende pubbliche, nel silenzio assordante dei governi, compreso quello in carica. Ed è questo il dramma.

Alle incapacità imprenditoriali si affianca l’inadeguatezza della politica. Nell’audizione al Senato della Repubblica Tronchetti ha ricevuto un’accoglienza trionfale, come se Pirelli avesse comprato ChemChina e non viceversa. Naturalmente la cessione è stata spiegata con i soliti motivi ripetuti in occasioni simili: «Grazie a questa operazione Pirelli diventa un player mondiale e aggredisce mercati enormi come la Cina e gli altri grandi paesi dell’Oriente». È una bugia, perché ad aggredire quei mercati saranno i nuovi proprietari cinesi, che in un solo boccone hanno trangugiato anche il mercato italiano e le quote dei mercati internazionali già controllate da Pirelli. Davvero non esistevano altre soluzioni per raccogliere risorse capaci di aggregare altre realtà minori, e così accrescere le quote di mercato nazionale e internazionali di Pirelli? La Cassa depositi e prestiti, le grandi banche peraltro già azioniste e creditrici, altri imprenditori privati, avrebbero sicuramente risposto positivamente a una strategia di crescita di un brand italiano conosciuto in tutto il mondo. In realtà l’appello e la strategia di crescita non ci sono stati per il semplice fatto che il destino della Pirelli è stato sacrificato all’avidità del comando solitario di Tronchetti Provera sino al 2021. Con quella audizione il Senato della Repubblica ha inferto un colpo mortale alla propria credibilità. In altri tempi le imprese venivano sottoposte con rispetto a interrogatori stringenti sulle loro strategie, senza atteggiamenti compiacenti. Sarebbe stato meglio non fare l’audizione, che mai avrebbe potuto dare una patente di credibilità a scambi e comportamenti che, per l’ennesima volta, spogliano l’Italia di una ricchezza tecnologica. Misteri della politica e dell’economia, che spesso coprono dietro reciproci sorrisi un’impudenza che disonora entrambi. In piena estate 2015 anche l’ultimo esponente del famoso salotto buono, Pesenti, ha venduto il suo gioiello, il gruppo Italcementi, alla tedesca Heidelberg.

Ma se questo è stato il destino dei grandi gruppi privati lo Stato continua imperterrito nella sua suicida spoliazione di eccellenze industriali e finanziarie nazionali. Il governo Renzi in poco più di un anno, oltre ad aver messo le basi perché l’intero sistema bancario passi nelle mani della finanza internazionale, con l’accordo Padoan-Guzzetti e con la riforma delle popolari, ha messo in vendita, per ora, il 40% delle Poste Italiane con l’obiettivo, poi, di dismettere l’intero asset. Le Poste sono una società che, negli ultimi anni, grazie a Passera e a Sarmi è diventata un player importante nel settore del risparmio gestito: si pensi che gestisce quasi 500 miliardi di risparmio italiano oltre ad avere altre funzioni importanti nei settori assicurativi e dei servizi finanziari che concorrono in maniera significativa a raggiungere quest’anno oltre 30 miliardi di euro di ricavi con un ebitda di 1,2 miliardi e un utile di 900 milioni di euro. Inoltre, le Poste riforniscono di risorse la Cassa Depositi e Prestiti, uno strumento pubblico essenziale nella politica economica nazionale, e rappresentano una infrastruttura amministrativa distribuita capillarmente in tutto il territorio nazionale offrendo ai cittadini italiani, anche nei più piccoli centri, servizi essenziali per la vita del paese. Vendere il 40% per recuperare 3-4 miliardi di euro con una valutazione inferiore del vero valore di almeno il 30% (vedremo subito dopo la quotazione quale sarà il valore di Borsa) è, nel migliore dei casi, una follia o forse, più probabilmente, la risposta a interessi sovranazionali ai quali diventa difficile rispondere negativamente. Se chiedete il perché di questa vendita vi diranno le cose più amene tra cui, ad esempio, che con i privati dentro la società si potrà fare una politica del personale più efficiente di quella di oggi. Una dichiarazione di impotenza, una ridicola foglia di fico su interessi inconfessabili o che altro? Alla fine del 1997 cominciò così la vendita della Stet-Telecom e a distanza di 18 anni l’Italia non ha più un’azienda pubblica nel settore delle telecomunicazioni (la Telecom è controllata dai francesi come abbiamo già ricordato) e lungo questo percorso alcuni gruppi imprenditoriali hanno portato a casa ricchezze impensabili saccheggiando per l’appunto la vecchia Telecom. Sarà questa la fine delle Poste, con la solita litania che il mercato darà più efficienza e più sviluppo? Possibile o forse probabile perché è irrefrenabile la corsa a che l’Italia diventi sempre più parte di un Commonwealth sconosciuto, privo perfino di un re e di una regina.

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