Consip e fake news

Pubblicato sul Il Foglio il 29 agosto 2017

C’è sempre un giudice a Berlino come diceva il mugnaio tedesco Arnold nella Prussia di Federico il grande che trovò giustizia proprio nella capitale dopo essere stato condannato dai giudici locali. E così in parte è avvenuto per Alfredo Romeo per il quale la Cassazione ha annullato con rinvio ad un altro tribunale del riesame l’ordinanza di custodia cautelare che lo ha costretto in carcere per quattro lunghi mesi più uno agli arresti domiciliari con l’umiliazione del braccialetto.  Romeo adesso  è tornato libero. Ma l’intera storia della vicenda Consip presenta aspetti inquietanti sul terreno della giustizia e su quello della democrazia e che probabilmente riserverà altre sorprese. Avendo letto parte rilevante delle carte processuali ricordiamo alcuni di questi punti oscuri: a) iniziando dal principio Romeo fu indagato addirittura per concorso esterno in associazione camorristica perchè avendo vinto la gara pubblica per il facility management dell’ospedale Cardarelli fu trovato che uno dei suoi nuovi dipendenti era imparentato con uno dei clan che imperversano nella nostra zona. Nessuno sa (ma gli inquirenti non potevano non sapere) che quando un’azienda vince un appalto pubblico è costretta dalla normativa vigente a mantenere in servizio tutti i lavoratori precedentemente assunti. In parole povere quella persona ritenuta vicino ad un clan era stata assunta dal predecessore di Romeo il quale oltretutto ebbe la prudenza di mandare alla prefettura per una verifica tutti i lavoratori trovati avendone ampia assicurazione ; b)grazie a questo diciamo “errore”solo per il rispetto che si deve ad un magistrato, fu possibile inserire nei telefonini di Romeo e di altri quel sistema “troian”( nomen omen) perché si potesse intercettare chiunque parlasse con l’imprenditore napoletano; c) nell’aprile 2016 cioè un anno prima del suo arresto Romeo aveva fatto un esposto alla Consip, all’Anac di Cantone ed all’antitrust denunciando irregolarità in alcuni appalti e la presenza di veri e propri cartelli così come aveva sentenziato peraltro l’antitrust sanzionando alcune aziende; d) per un intero anno nè l’antitrust nè l’Anac di Cantone (un’anomalia oggettiva nel nostro ordinamento) e meno che meno la Consip dettero corso ad alcuna indagine fino a quando un autorevole settimanale italiano dopo l’arresto di Romeo pubblicò l’esposto denuncia dell’imprenditore napoletano. Solo a quel punto Cantone avviò un’indagine conclusasi con la conferma di tutto quanto aveva detto Romeo; e)nel frattempo comparve tal Gasparri che si auto accusò dichiarando di aver avuto in quattro anni centomila euro da Romeo.Tutti gli inquirenti lo hanno subito creduto dimenticando di chiedere al Gasparri come mai lui avesse accompagnato un altro imprenditore del settore ad una riunione con l’amministratore delegato della Consip cosa peraltro mai fatta per Romeo. E’ forse malizioso pensare che il Gasparri si fosse autodenunciato accusando Romeo per salvare altri amici imprenditori? La storia giudiziaria degli ultimi 25 anni è piena di questi depistaggi tanto più che la guardia di finanza nella sua meticolosissima indagine sui conti del Gasparri e su quelli dei suoi familiari non ha trovato alcun riscontro dell’accusa rivolta a Romeo che ha sempre negato il fatto tramite i suoi avvocati. Anche  le dichiarazioni dei pentiti di mafia hanno bisogno di riscontri oggettivi per essere credibili mentre per Gasparri, guarda caso, basta la parola!! Inoltre con una nota depositata l’ex presidente della corte costituzionale Giuseppe Tesauro aveva spiegato come il Gasparri non interessandosi delle procedure di gara non poteva essere ritenuto un pubblico ufficiale aggiungendo così un’altra alta questione di diritto in una vicenda che sembra avesse smarrito sin dall’inizio qualunque filo logico e di diritto.f)Il tribunale di Roma con una sua sentenza di alcune settimane fa ha affermato che la  Romeo gestione è una società trasparente che ha messo in atto da tempo tutti gli strumenti societari per evitare qualsiasi illecito nella condotta dei propri dipendenti annullando così la misura di interdizione della società che il gip su proposta dei Pm aveva disposto. Ci fermiamo qui ma non possiamo non notare che da anni questa società invece di avere come tutti i cittadini della repubblica e le imprese una presunzione di innocenza sembra avere una presunzione di colpevolezza pur essendo noto ai mercati l’alta qualità del suo know how aziendale. Alla stessa maniera tutti gli  imperdonabili “errori” fatti dai carabinieri del Noe (si è certi che non abbiano avuto una disposizione che favorisse quegli errori?) evidenziati  dalla procura di Roma in questa indagine che somiglia sempre più ad una spy storia devono far riflettere tutti, nessuno escluso. In questa vicenda ci piace ricordare un insegnamento che ci fu dato da un  grande procuratore della repubblica nella prima prima metà del novecento, Luigi de Magistris, il nonno dell’attuale sindaco di Napoli, che ci spiegò sul piano del diritto e della cultura giuridica come la giustizia non sia una partita tra i Pm ed il collegio giudicante e come il pubblico ministero abbia un dovere morale, quello di cercare anche le prove della innocenza dell’indagato e finanche gioire quando un indagato viene riconosciuto innocente. Nonostante quel dovere lo preveda la legge  crediamo che negli ultimi tempi sia stato largamente smarrito come dimostra la storia infinita di questa società napoletana di altissima qualità letteralmente presa di mira da sospetti intollerabili invece che essere difesa dagli attacchi illeciti largamente presenti nel mercato degli appalti pubblici e più in generali presenti in tutti i mercati italiani ed internazionali. Il tempo come si sa è galantuomo ma questo davvero non giustifica le sofferenze imposte con leggerezza o addirittura per altre inconfessabili motivazioni.      

Benedetta debolezza

Articolo pubblicato su ” Il Foglio” il 24 agosto 2017

Galli della Loggia prima e Giuliano Ferrara poi hanno posto l’attenzione sulla debolezza dei governi dell’Italia repubblicana portando argomentazioni in parte veritiere. Ma solo in parte. Vediamo perché! Durante la prima Repubblica i governi erano talmente deboli che in quarant’anni hanno cambiato il volto del paese sconfiggendo prima l’analfabetismo di massa, poi l’arretratezza economica diventando la quinta potenza industriale  del mondo negli anni ottanta, quindi la miseria di larghe masse popolari riducendo fortemente l’area della povertà non riuscendo però a risolvere il problema meridionale nonostante il recupero pure avvenuto sul terreno infrastrutturale ed economico e,per finire,intestandosi una politica estera mediorientale diversa da quella della ortodossia atlantica senza far mai venire meno le alleanze strategiche e costruendo insieme  ad altri paesi la comunità europea. Ma quei governi erano talmente deboli che seppero tra gli anni settanta  ed ottanta anche sconfiggere il terrorismo brigatista senza ridurre le libertà degli italiani e l’inflazione a due cifre. Vero è però che molti governi ebbero vita difficile e breve ma la forza di quei governi era concentrata nei soggetti politici che li sostenevano e cioè i partiti con i loro difetti ma anche con le loro grandi virtù. Fu così che venne difesa la democrazia, la crescita economica ed una redistribuzione della ricchezza prodotta in maniera più sostenibile di quanto poi sarebbe accaduto nella cosiddetta seconda Repubblica. Ciò non toglie che la brevità di alcuni governi, in particolare quegli degli anni settanta fosse un segno di fragilità ma la genesi di quella fragilità nasceva tutta dalle divisioni della sinistra italiana nella quale le scissioni e le ricomposizioni si susseguivano a ritmo intollerabile per una democrazia matura. Questo aspetto rischia di sfuggire alle analisi di Galli della Loggia e del nostro amico Giuliano Ferrara. Altra musica invece è stata quella della seconda Repubblica nella quale la scomparsa dei partiti e l’introduzione del maggioritario hanno portato ai disastri che sono sotto gli occhi di tutti. In 24 anni anni si sono succeduti ben 14 governi, quasi mille parlamentari hanno cambiato casacca facendo risorgere quel trasformismo parlamentare dello stato liberale pre-fascista scomparso del tutto nella prima Repubblica mentre si imponeva in economia un pensiero unico in Italia e nel mondo di un liberismo selvaggio con la deregolamentazione dei mercati ed il sorgere prorompente di un capitalismo finanziario che ha alimentato nel nostro Paese ricchezze elitarie e povertà di massa con un crescendo di disuguaglianze che se non saranno fermate produrranno grandi problemi sociali e politici. Questo pensiero unico ha poi determinato in Italia una vendita di tutte le grandi eccellenze pubbliche nel credito, nelle aziende manifatturiere e nei servizi, nella ricerca e nell’innovazione per cui l’Italia non ha più nelle sue mani nessuno strumento pubblico di mercato ad eccezione della Cassa Depositi e Prestiti e delle Poste, mentre Francia e Germania hanno conservato una presenza pubblica nell’economia equilibrata in quadro di forte economia di mercato. Ultima nota la diffusa inadeguatezza, con le dovute eccezioni, della classe dirigente della seconda Repubblica che purtroppo vediamo ogni giorno e che ha determinato la riduzione del peso internazionale dell’Italia in modo allarmante. Concordiamo in pieno con Galli della Loggia e Ferrara che il quadro della seconda Repubblica impone una riforma costituzionale con una modifica della forma di governo senza però i pasticci autoritari delle due riforme di Berlusconi e di Renzi e possibilmente tornando a far eleggere deputati e senatori e non nominarli. Se la democrazia parlamentare non ha dietro di se partiti autorevoli diventa fragile ed alimenta lo sfarinamento del paese ma la risposta della cultura politica è una sola, l’introduzione del sistema presidenziale del tipo americano che garantisce governabilità e rappresentatività politica. Dopo i guasti del maggioritario ricordati, prendersela con il proporzionale presente in molti grandi paesi europei (Germania, Austria, Spagna, Olanda  ed altri ancora) significa guardare il dito e non la luna delle grandi scelte democratiche con la stima ed il rispetto che ci legano ai due grandi opinionisti citati.

Il peso dell’Italia

Pubblicato su ” Il Foglio” il 9 agosto 2017

Alcuni autorevoli opinionisti scoprono solo ora il sostanziale isolamento dell’Italia sul piano internazionale e gli errori e le omissioni commessi negli ultimi anni. Diciamo subito che l’isolamento di oggi è una assoluta novità per l’Italia contrariamente a quel che pensa Ernesto Galli della Loggia. Se alla fine degli anni ’40 e nella prima metà degli anni ’50 la guerra fredda ci dava “automaticamente” la copertura amichevole degli Stati Uniti è pur vero che all’interno dello scudo della Nato l’Italia giocava un ruolo determinante per molte cose. A cominciare dalla costituzione della comunità del carbone e dell’acciaio (la CECA) fermamente voluta dal francese Shumann e da Alcide de Gasperi. La CECA fu il bozzolo all’interno del quale si svilupparono i legami tra i 6 paesi che poi nel 1957 firmarono i patti di Roma istituendo la comunità economica europea. Anche allora l’Italia ebbe un ruolo propulsore essenziale e i governi a guida DC dell’epoca non avevano neanche il favore di larga parte del paese. Dalla Confindustria di Angelo Costa ai grandi sindacati, dal partito comunista all’estrema destra, la comunità europea era guardata con diffidenza e spesso con avversione. Ma a quell’epoca la politica guidava la società, non la inseguiva. Questo consentiva a tutti i governi di avere una politica estera, con particolare riguardo all’area del Mediterraneo, certamente distinta da quella angloamericana. Basta ricordare, ad esempio, la posizione filo-araba dei democristiani e dei socialisti per favorire una pace tra gli israeliani ed i palestinesi coraggiosa sino all’inverosimile. Andreotti nel 1982 sotto l’egida dell’internazionale parlamentare portò alla Camera dei Deputati Yasser Arafat all’epoca ritenuto un terrorista dalla intelligence americana salvo poi a diventare un interlocutore vero di Israele e degli USA. Una politica estera, insomma, che riconosceva legami ed alleanze anche fuori dall’ortodossia atlantica pur rimanendo ad essa fedele tanto da consentire l’impianto nel 1983 degli euromissili a Comiso in Sicilia contenendo l’ondata pacifista anche di una parte dei cattolici. Ma questa lealtà atlantica non impedì, qualche anno dopo, al governo Craxi-Andreotti di far circondare dai carabinieri i marines che volevano catturare Abu Abbas dall’aereo dirottato a Sigonella nonostante avessero il lasciapassare italiano offerto a Mubarak per togliere l’Achille Lauro, colma di passeggeri e di marinai, dalle mani dei terroristi dell’OLP. Fu forse la più grande crisi tra l’Italia e gli Stati Uniti che Andreotti e Craxi pagarono nel 1992-1994 con il noto tsunami di accuse di ogni tipo. Ma già nel 1985 il ministro del Tesoro Gianni Goria sbattè la porta stanco di aspettare che i 5 paesi (USA, GB, Francia, Germania, Giappone) finissero la riunione del G5 che subito dopo, grazie a quel gesto, si trasformò in G7 con l’ingresso dell’Italia e del Canada. Se ricordiamo alcuni di questi episodi è solo per dire che l’Italia non subì mai un isolamento ed aveva la forza di interloquire sulle maggiori scelte e di perseguire nel contempo politiche anche diverse da quelle della ortodossia atlantica che produsse poi frutti per l’intera alleanza occidentale. Dopo la crisi anglo-libica del 1986, ad esempio, l’Italia fu chiamata finanche a rappresentare gli interessi inglesi in quella terra africana visti i rapporti di stima e di rispetto tra Gheddafi ed il nostro paese. Questo ruolo internazionale dell’Italia era legato a 3 fattori: la qualità dell’intera classe politica dell’epoca, la presenza delle grandi famiglie politiche internazionali ( innanzitutto quella democristiana e quella socialista) nelle quali i partiti italiani giocavano un ruolo importante e la forza economica del paese che nel 1985 era diventata la quita potenza industriale del mondo. L’isolamento di oggi è legato proprio alla scomparsa contestuale di tutti e tre i fattori ricordati. Chi oggi scopre e critica l’isolamento italiano ha taciuto in tutti questi 25 anni durante i quali scomparivano partiti e relative culture e cresceva quel pensiero unico di un liberismo selvaggio e spesso suicida che ha imposto al paese, assoldando anche complicità, la vendita di tutte le eccellenze industriali, creditizie e ricercatrici relegando, di fatto, l’Italia al rango di colonia. A tal punto colonia che nella crisi drammatica della Libia del post-Gheddafi l’intero sistema politico italiano ha dimenticato l’accordo ancora vigente fatto dal governo Berlusconi con il dittatore libico per la costruzione dell’autostrada dell’amicizia che va dai confini dell’Egitto sino a Tunisi passando per tutta la zona costiera della Libia. Il primo lotto ricadente nell’area di Tobruk controllata dal generale Haftar, è stato già assegnato ad un gruppo di aziende italiane che non possono, però, cominciare i lavori portando risorse e occupazione per la mancata sicurezza dei propri lavoratori. Cosa impedisce al nostro governo e al ministro Minniti di concordare con Haftar le misure di sicurezza per avviare i lavori nell’area di Tobruk? E cosa impedisce al presidente Gentiloni di avviare altri lotti nell’area di Tripoli? Se Macron riunisce a Parigi Al Sarraj e Haftar perché l’Italia non può parlare e concordare con entrambi i leader libici dando il via ai lavori di questa autostrada già decisa e finanziata che di fatto porterebbe la nostra frontiera in Libia frenando i flussi migratori portando a quelle popolazioni divise in tribù soldi, lavoro e occupazione? Ma purtroppo siamo diventati una colonia grazie alla inadeguatezza politica ma anche grazie ai nostri silenzi tutti presi come siamo dal gossip sulle amanti, dai processi, dai vitalizi, dalle pensioni di tutta la classe dirigente politica, economica e dell’informazione e dalle piccole vicende di partiti personali. E avviluppati in questa mediocrità cronachistica dimentichiamo naturalmente i fondamentali della politica, a cominciare dai problemi internazionali per finire a quelli sociali e di una economia stressata messa da 25 anni nelle mani di banchieri d’affari e di banchieri centrali o di tecnici di organismi internazionali. La politica è altra cosa e purtroppo Macron lo testimonia!

Perchè sbaglia chi sottovaluta l’egemonia francese in Italia

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 1 agosto 2017

Piangere sul latte versato è da sciocchi o, peggio ancora, da ipocriti. Oggi tutti scoprono inorriditi l’arroganza della “grandeur” francese per aver nazionalizzato i cantieri di Saint Nazaire stracciando i precedenti accordi che vedevano l’acquisto degli stessi da parte della nostra Fincantieri con una quota di maggioranza. Gli scopritori dell’ultima ora (governi, parlamenti, opinionisti e chi più ne ha più ne metta) dimenticano che l’invasione francese è cominciata agli albori della seconda repubblica prima con un passo felpato e poi con una cavalcata impetuosa. Cominciò infatti quando il pensiero unico spinse il paese a privatizzare di tutto e di più senza un minimo di strategia che avesse messo al centro la reciprocità tanto da inserire il nostro capitalismo nel più generale riassetto del capitalismo europeo. Per ignoranza o per complicità cominciammo a vendere tutto ed i primi che si affacciarono pian pianino furono proprio i francesi entrando nel nostro settore del credito all’epoca quasi tutto pubblico. E lo fece inizialmente con Credit agricole che divenne uno degli azionisti di peso di San Paolo Imi e poi di Banca intesa San Paolo dalla quale uscì con il premio dell’intera Cariparma, Friuladria e Carispezia mentre i cugini di Bnp Paribas nel 2006 acquistarono nientepopodimeno la BNL, la banca dello Stato per antonomasia. Chi e perché decise di vendere ai francesi ostacolando la legittima scalata di Unipol e di alcuni privati italiani è ancora da scoprire e forse qualche indizio lo potremmo trovare spulciando i nomi di chi in questi ultimi dieci anni ha avuto la legion d’onore dai presidenti francesi che si sono succeduti. Sconcerta davvero come gran parte dell’Italia tifava perché la nostra Unipol non portasse a termine la propria iniziativa crocifiggendo quel governatore della banca d’Italia, Antonio Fazio, che più di ogni altro tentava di difendere l’italianità della banca e la reciprocità tra gli Stati europei opponendosi a fare dell’Italia una terra di conquista. E fu, naturalmente subito tolto di mezzo. Ma il credito fu solo l’inizio di una calata più generale sull’Italia del capitalismo francese. Sul terreno energetico la liberalizzazione del settore fece si che la francese EDF diventasse rapidamente la proprietaria di Edison diventando così il secondo produttore italiano di energia elettrica nel nostro paese mentre diversi anni prima Versailles si oppose alla vendita alla famiglia Agnelli dell’acqua minerale Perrier. Non sappiamo se c’è da ridere o da piangere considerando che anni dopo fu proprio la Fiat a fare da mosca cocchiera alla Edf per l’acquisto della Edison. Non parliamo poi del lusso, settore nel quale quasi tutti i maggiori marchi sono passati nelle mani dei francesi Bernard Arnault o Francois Pinault vendendo di fatto una parte importante del Made in Italy conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. Nel 1997 con grandi applausi generali (noi al contrario fischiammo sonoramente) fu messa in vendita la nostra Telecom-TIM in una stagione peraltro in cui la telefonia mobile italiana era la seconda nel mondo per qualità e fatturato. Attraverso risibili peripezie, dal nucleo duro ai capitani coraggiosi, da Colaninno a Tronchetti Provera, la Telecom di oggi si chiama Italia ma è tutta francese. Questa vicenda la dice lunga non solo sulla classe politica degli ultimi decenni ma anche sui nostri grandi capitalisti che di guasti e di omissioni ne hanno fatto in quantità inverosimili facendoci avere una nostalgia struggente del vecchio Enrico Cuccia che sapeva mantenere a bada i francesi con una sola smorfia del viso. Parmalat, Auchan, Carrefour sono altre scorribande nella prateria italiana senza che ci fosse uno sceriffo a fermarli mentre la nostra cooperazione faceva una guerra spietata alla italianissima Esselunga del compianto Capriotti. Ma mica finisce qui la invasione degli amici (?!?) francesi. Da queste colonne abbiamo fatto una battaglia argomentata contro il francese Jeanpierre Mustier, amministratore delegato della più grande banca italiana è pieno di conflitti di interessi che in poco più di un anno ha sottratto il controllo di Unicredit alle fondazioni italiane attraverso l’aumento di capitale monstre di 13 miliardi facendo diventare l’Unicredit una pubblic company dove i managers sono padroni e dismettendo contestualmente la Uccmb, piattaforma moderna per la gestione dei crediti non performanti (NPL) agli americani di Fortress  e vendendo ai francesi di Amundi il colosso del risparmio gestito Pioneer. Che altro dovrebbe accadere per una inchiesta da parte del parlamento o di qualunque altra autorità? Per capirlo forse dovremo attendere le prossime legion d’onore!! Oggi l’Italia si sveglia, attonita, sotto due schiaffoni del giovane presidente francese, a cominciare dalla convocazione all’Eliseo dei due leader libici per firmare una pace dopo aver bombardato Gheddafi con l’aiuto di Blair e di Obama non curandosi poi dei successivi flussi migratori che hanno invaso le nostre coste mentre la sua gendarmerie li respingeva a Ventimiglia. L’altro schiaffone è la nazionalizzazione dei cantieri di Saint Nazaire quasi per dire io posso comprare tutto ciò che voglio in Italia mentre l’Italia si deve fermare come i migranti a Ventimiglia. Per finire la bomba più grossa! Mentre in questi anni la politica italiana parlava e litigava sul nulla il francese Bollore si impadroniva della Telecom e contemporaneamente diventava il secondo azionista di Mediobanca mentre il primo restava quell’Unicredit ormai francesizzato da Mustier e così, insieme, sempre attraverso Mediobanca che è il primo azionista, sono diventati i padroni delle Generali dalle quali è stato mandato via l’autorevole Mario Greco oggi alla guida del gruppo assicurativo Zurich per mettere, guarda caso, il francese Philippe Donnet. Mediobanca-Unicredit-Generali, il vecchio sogno dei francesi bloccato da sempre dalla politica e da Cuccia si è realizzato senza spendere un euro. Spiace dirlo ma governi, parlamenti, opinionisti e finanche procure sono oggi tutti sul banco degli imputati per non aver voluto o saputo salvaguardare il ruolo e la ricchezza dell’Italia mentre ancora oggi si continua a vedere con grande malinconia forze politiche che si agitano su falsi problemi non ultimi gli amici che si dichiarano “sovranisti”. Ma a questo punto sovrani di chi e di che cosa?!? 

paolocirinopomicino@gmail.com

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