Bei tempi la prima repubblica. Pure i dilettanti erano più seri.

intervista pubblicata su Il Tempo il 10 luglio 2017

 

1982 La grande rimonta. Governabili quegli anni

articolo pubblicato sul settimanale Tempi il 6 luglio 2017


Proteggeteci

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 5 luglio 2017

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è distratta da litigi spesso da cortile tra fazioni politiche sempre più lontane dalla vita reale del paese, tutte, nessuna escluse, accadono fatti inquietanti. Oggi parleremo di due notizie che ci lasciano molti interrogativi. La prima è la decisione del fondo italiano di investimento nato per sostenere le piccole e medie imprese italiane che avessero mercato e che fossero sotto-capitalizzate. Il fondo nacque nel 2010 su decisione del governo Berlusconi e l’azionista di riferimento con oltre il 40% era, ed è ancora oggi, la cassa depositi e prestiti guidata ora da Claudio Costamagna, già autorevole manager della carissima Goldman Sacks. Azionisti importanti sono con il 12,5% cadauna le tre maggiori banche, Intesa, Unicredit ed Mps. In questi sette anni di vita il fondo italiano di investimenti ha preso partecipazioni in 23 piccole e medie imprese. Oggi vede alla presidenza Innocenzo Cipolletta e come amministratore Carlo Mammola (nomen omen) i quali hanno deciso di impacchettare le proprie partecipazioni e venderle al migliore offerente. Il perché è ignoto vista la potenza di fuoco degli azionisti e considerato il fatto che in questi sette anni di vita il fondo si è limitato a prendere solo tre partecipazioni all’anno. Una decisione quindi improvvida tanto che le 23 partecipate hanno fatto un appello perché l’eventuale acquirente prosegua nell’azione di accompagnamento nella crescita di ciascuna di esse. Il silenzio del governo e del parlamento è incomprensibile anche se da due decenni è diventato quasi la norma. Ma la cosa non finisce qui. I due acquirenti finali rimasti in gara sono il gruppo finanziario Neuberger Bergan il cui team sembra formato da ex banker di Banca Intesa e il fondo francese Tikehau capital al quale negli ultimi tempi si è aggiunto Pesenti con la sua Italmobiliare e il suo nuovo acquisto Clessidra. I francesi di Tikeau capital sembrano al momento i favoriti ma non è questo che ci interessa. Ciò che ci inquieta un po’ è la storia di questo fondo che ad oggi è controllato dal suo management e da un gruppo di importanti investitori istituzionali quali Unicredit, Credit mutuel Arkea ed Amundi e gestisce oltre dieci miliardi di euro di asset. Ma perché ci incuriosisce Tikehau capital? Perché è da lì che arriva il francese Jeanpierre Mustier attuale amministratore di Unicredit che nel silenzio generale rotto solo da noi e da pochi altri ha mutato la compagine azionaria della più grande banca italiana attraverso un aumento di capitale monstre e di dismissioni a nostro avviso altrettanto mostruose (la vendita di UCCMB con la sua piattaforma gestionale dei crediti deteriorati e di Pioneer, un colosso del risparmio gestito, una delle poche “materie prime italiane”). La pulce nel nostro malandato orecchio lo ha messo proprio la vendita di Pioneer ai francesi di Amundi insieme a quell’aumento di capitale di 13 miliardi di euro in una banca che sei mesi prima aveva superato lo stress test della BCE e con il quale Mustier sottraeva al paese il controllo della sua più grande banca. Curiosando curiosando abbiamo visto che l’autorevole Jeanpierre ha cominciato la sua carriera all’interno delle Societè generale diventando rapidamente un campione del trading dei derivati azionari. Incappò nella giustizia francese e nelle maglie della CONSOB francese uscendone assolto sul piano penale e subendo solo una multa amministrativa di centomila euro per insider trading. In realtà il bravo Mustier, mago della finanza strutturata, già l’anno precedente incappò in una grave colpa “in vigilando” in quanto il suo sottoposto, il famoso Jerome Kerviel, fece perdere 5 miliardi di euro alla societè generale andando ben oltre i suoi limiti nel trading dei derivati azionari. Nell’agosto del 2009 Mustier uscì da societè generale e dopo un breve periodo di “riposo” approdò al fondo Tikehau capital di cui divenne socio e manager. Nel febbraio 2011 Mustier fu chiamato da Ghizzoni in Unicredit per guidare la divisione corporate ed investement banking e dovette vendere la sua partecipazione in Tikehau capital. Ma, guarda i casi della vita, il marzo successivo fu proprio Unicredit a prendere una quota di minoranza in Tikehau capital impegnandosi per 100 milioni di euro a chiamata. Ma non fu l’unica novità del prodigio francese perché nel novembre dello stesso anno Unicredit esternalizzò la propria intermediazione mobiliare nell’azionario di cui era uno dei più grandi broker istituzionali per affidarla al broker Kepler capital markets cui si aggiunse, qualche tempo dopo, anche Chevreux, la casa di brokeraggio del Credit Agricole. Nel dicembre 2014 Mustier lascia Unicredit pur rimanendo nell’international advisory board e ritorna nel gruppo di asset management Tikehau capital per poi rientrare di nuovo in Unicredit come amministratore delegato in sostituzione di Federico Ghizzoni testimoniando così un intreccio tra lui e Tikehau che resisteva al cambiar delle stagioni. Come abbiamo già ricordato, tra le varie cose fatte in questo primo anno da Mustier spiccano la sottrazione di Unicredit al controllo italiano e la vendita ad Amundi di Pioneer gestore di oltre 400 milioni di risparmio. E Amundi, guarda che strano, è uno degli azionisti di Tikehau capitale che a sua volta è controllato dai francesi di Credit Agricole alleato con Kepler nel brokeraggio azionario istituzionalizzato. Per chiudere il cerchio con un bollino blu Mustier ha affidato al suo compagno parigino Olivier Khayat la responsabilità di capo del corporate, struttura centrale degli affari di Unicredit, con la contemporanea liquidazione di parte rilevante dei manager italiani a cominciare dai due vice direttori generali Marina Natale e Paolo Fiorentino. Se queste sono scelte legittime di un capo azienda siamo certi che l’intreccio dei rapporti tra Mustier, Tikehau capitale e Amundi non facciano emergere conflitti di interessi per non dire altro? Strano che in un paese come il nostro si voglia chiedere a Federico Ghizzoni se la Boschi gli abbia mai parlato di Etruria mentre tutti  dimenticano di chiedere a Ghizzoni delucidazioni sull’intreccio sempre più soffocante tra struttura francese del credito e quella che era la prima banca italiana e se davvero lui aveva lasciato una voragine nei conti di Unicredit tanto da richiedere quell’aumento di capitale di 13 miliardi di euro e quelle dismissioni di cui i francesi hanno fatto la parte del leone con l’acquisto di Amundi  nel mentre gli americani di Fortress prendevano la gallina dalle uova d’oro rappresentata da Uccmb e dalla sua piattaforma per la gestione dei crediti deteriorati che ha consentito di fare il pieno nel nuovo mercato dei “non performing  loans”. Insomma sembra quasi emergere uno scambio molto frequente nei mercati finanziari e cioè una cosa a me ed una cosa a te e quindi ai francesi il governo con tutto quel che ne consegue e un po’ di affari seri agli americani. E agli italiani? Domande dimenticate da tutti a cominciare dal governo e da un parlamento che sembrano non sapere mai cosa accade nella economia e nella finanza del nostro paese. 

paolocirinopomicino@gmail.com

L’alternativa alla liquidazione c’era: la nazionalizzazione transitoria

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 28 giugno 2017

A guardar bene il comportamento della Commissione europea e della BCE si fa presto a pensare ad una “regoletta” che ci spiegavano alle scuole elementari, la cosiddetta proprietà commutativa della moltiplicazione e dell’addizione, secondo cui invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. A sette anni tutti già la sapevamo mentre sembra sia stata smarrita nei corridoi di Bruxelles e di Francoforte.  Bce e Direzione generale della concorrenza hanno, infatti, impedito l’aiuto di Stato per ricapitalizzare le due banche venete fondendole perchè “lo dice la direttiva del “Bail-in” ma hanno suggerito e consigliato al nostro ministro del tesoro di dare a Banca Intesa tutto ciò che di buono c’era nelle due banche venete (depositi, crediti in bonis, altre attività non  core, raccolta indiretta e obbligazioni senior per complessivi 60 miliardi di valore) con 5,2 miliardi subito per il rischio impresa e  per la gestione degli esuberi oltre a 4 miliardi di garanzia per rischi futuri dei crediti in bonis. Alla bad bank andranno tutti gli scarti (crediti deteriorati, obbligazioni subordinate e via dicendo) con garanzie pubbliche di 6,3 miliardi. Ma con i 5,2 miliardi dati subito ad Intesa e le garanzie pubbliche di 12 miliardi da dividere tra Intesa e Bad Bank cosa fa lo Stato se non salvare la sostanza della banca ed i suoi protagonisti buttando a mare solo il fondo Atlante con i suoi miliardi e la reputazione del caro Alessandro Penati? Con quei soldi non si potevano salvare le due banche visto che erano state impegnate come azionisti la Cassa Depositi e Prestiti e altre banche e assicurazioni ed erano stati chiamati come amministratori nuovi autorevoli manager a cominciare da Fabrizio Viola e Gianni Mion? Ma il formalismo europeo gestisce quel mostro della Direttiva BRRD (cioè quella del Bail-in) in maniera insulsa e burocratica producendo lo stesso effetto che sarebbe stato prodotto dalla nazionalizzazione delle due stesse banche venete una volta fuse. Ecco perchè ci siamo ricordati della vecchia regoletta dell’aritmetica per cui invertendo i fattori il prodotto non cambia, con due chiose, però, in questo caso. La prima è il regalo, o se volete la cortesia, che si è fatta all’ultima grande banca italiana, Intesa SanPaolo che per la fatica di avere salvato la parte buona delle due banche venete prenderà un sacco di quattrini tra garanzie e soldi pubblici.  La seconda è che si eliminano in una regione dinamica come il Veneto due banche territoriali che al di là dei pasticci degli ultimi tempi hanno garantito una forte crescita economica a quella parte d’Italia. Una levata di cappello a Carlo Messina che naturalmente ha fatto alla grande gli interessi dei suoi azionisti come ha documentato il mercato mentre abbiamo forse definitivamente compreso che possiamo fare a meno di un  ministro del tesoro sempre più subalterno ai guardiani europei che non solo tutelano trattati e regolamenti ma prima di tutto le proprie cervellotiche interpretazioni degli stessi, come abbiamo documentato su queste colonne qualche giorno fa, misconoscendo finanche quelle piccole regole aritmetiche universali che ci avevano insegnato alle scuole elementari maestri di alta qualità. Morale della favola: tra soldi pubblici e garanzie altrettanto pubbliche per complessivi oltre 15 miliardi di euro si sono liquidate due banche invece che nazionalizzarle transitoriamente, come fanno alcune grandi democrazie come gli Stati Uniti d’America.

paolocirinopomicino@gmail.com

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