Lo stile che occorre al Cav. per scrivere alla grande il suo happy ending

Pubblicato su “il Foglio” il 03/10/2013

Il sistema politico italiano è vicino al suo big-bang. Ed è Silvio Berlusconi ad essere stato la miccia del meccanismo esplosivo così come era stato nel lontano 1994 la speranza per i moderati orfani della DC e del PSI e, nel prosieguo, il mallevadore di un liderismo senza democrazia che fece proseliti da ogni parte. Nel mezzo, un fiorire di partiti e partitini, di personalismi e di cortigianeria che hanno ridotto la politica tutta ad una sorta, per dirla con Letta, di un pungiball strapazzata e svillaneggiata dai giornali, dai poteri di ogni tipo, dalle piazze e dalle categorie, dai poveri e dai ricchi. Un disastro politico crescente che ha portato il paese al punto in cui oggi si trova sul terreno economico, sociale e istituzionale oltre che su quello internazionale. Questo meccanismo involutivo ha avuto, in verità, corresponsabilità varie, a sinistra come a destra, e si sta concludendo in maniera tragica anche con punte di comicità assoluta. Il vecchio Stato liberale finì dopo aver trascinato il paese in una inutile e drammatica guerra e dopo aver coltivato, da Depretis in poi, un trasformismo parlamentare agevolato da un sistema elettorale con collegi uninominali maggioritari e dall’assenza di grandi partiti di massa. Quello stato liberale, costruito dal genio politico di Cavour e da una romantica borghesia intellettuale del nord, sfociò nella tragedia del fascismo per la sua impotenza dinanzi alla crisi economica e sociale del primo dopoguerra. Lo Stato fascista, tomba della democrazia e mallevadore delle mediocrità culturali elevate a potere assoluto, finì anch’esso nella tragedia della guerra trascinando con sè, come fecero i liberali del 1915, le giovani vite di milioni di italiani. Un paese distrutto e sepolto sotto macerie materiali e morali seppe trovare dopo il 1945, grazie ai grandi partiti di massa (socialista, democristiano, liberale, repubblicano e comunista) la forza culturale e politica per fondare prima la Repubblica e poi garantirne, anche con forti scontri politici, quel successo economico e sociale che fece dell’Italia, paese agricolo, uno dei paesi più industrializzati del mondo. Quel quarantennio, pur tra mille ritardi ed errori personali, seppe difendere la democrazia dal brigatismo rosso e dalla stragismo di destra così come seppe costruire quella casa comune europea che dette al vecchio continente per la prima volta una pace che dura da oltre sessant’anni e che durerà per sempre. Nel 1992 arrivò quel ciclone di tangentopoli studiato a tavolino, come abbiamo dimostrato documentalmente più volte nei nostri libri, che fece saltare l’intero sistema politico italiano con l’applauso (quanto meno !!?) della sinistra comunista che, dopo il crollo del muro di Berlino e delle repubbliche sovietiche, non aveva, come si suol dire, né cielo da vedere né terra su cui camminare. Insomma, finito il comunismo dovevano finire tutte le altre culture politiche che, invece, continuarono a guidare tutti gli altri stati europei. E lì cominciò l’avventura di una repubblica chiamata seconda in cui la modernità fu confusa con un liderismo proprietario, spesso istituzionalmente straccione, con la messa in soffitta di ogni cultura politica e con una selezione della classe dirigente di stampo cortigiano. Più che una nuova modernità, si consolidò un modernismo d’accatto che non fece più crescere l’Italia, ne minò la coesione sociale con disuguaglianze crescenti, indusse l’intera politica italiana ad un servaggio attonito a quel nuovo mostro del capitalismo finanziario che impazza nell’intero pianeta e, con un sistema elettorale tribale non a caso definito porcellum, allontanò la società italiana dalla politica e dalle istituzioni. Chi personificò più di ogni altro questo crescente “cupio dissolvi” fu Silvio Berlusconi aiutato da quasi tutti i partiti, a cominciare dal suo nel quale ogni emozione, ogni forma di pensiero, ogni autonomo slancio veniva interpretato come un tradimento al capo indiscusso. Un disastro democratico che arieggiava, absit iniuria verbis, un neo fascismo parlamentare che con l’alibi di una giusta disciplina di partito soffocava ogni pensiero politico. Siamo arrivati alla fine e speravamo che almeno nelle fasi terminali questa repubblica chiamata seconda recuperasse dignità e compostezza. E invece nulla. A sinistra una sorta di curva sud a fare il tifo perché la decadenza di Berlusconi avvenisse domani, anzi oggi o, meglio ancora, ieri dimenticando che ogni decadenza parlamentare per cause giudiziarie è un colpo inferto all’intera politica. A destra, intanto, i peggiori consiglieri del principe spingono Berlusconi ad uscire dalla scena politica nel modo peggiore e cioè con un bullismo istituzionale che non si addice agli statisti. Agli uomini di Stato, infatti, non è consentito cedere né alla paura né alla disperazione perché nei momenti più drammatici lo stile d’uscita può consegnare un leader o alla storia o all’infamia o, peggio ancora, al ridicolo. Lo diciamo con forza e con malinconia perché, nel nostro piccolo, ci siamo passati. Abbiamo pianto quando nessuno ci vedeva e urlato quando nessuno ci sentiva, ma non abbiamo mai smarrito quella lucidità e quella dignità che deve accompagnare sempre un uomo politico e quanti hanno svolto funzioni di Stato. Questo stile sta mancando a Berlusconi. Ancora oggi potrebbe recuperare quel profilo di statista che, nel proclamarsi innocente, lo erigesse a difensore della legge e della giustizia anche quando essa è ingiusta guidando, lontano dal parlamento, quello strano partito messo in piedi in vent’anni non sempre felici. Se non dovesse farlo, la Storia lo ricorderà solo per le sue bizzarrie di vita personale e per aver distrutto la democrazia nei partiti. In quel caso i suoi maggiori dirigenti saranno ad un bivio: seguire un capo verso il disastro personale e politico o avere un sussulto democratico e decidere di riprendersi la propria anima ed il proprio pensiero per metterli al servizio della politica e del paese.

3 Comments on "Lo stile che occorre al Cav. per scrivere alla grande il suo happy ending"

  1. Sembra, con la fiducia a Letta , qualcuno ( attaccato alla poltrona? ) ha deciso di riprendersi l’anima.
    Manca la volontà o il coraggio per fare una legge elettorale che veda il ripristino del proporzionale con le preferenze e lo sbarramento alla rappresentatività al > del 5% inoltre la modifica del Bicameralismo , oltre 900 persone per legiferare sono un lusso che il paese non può più permettersi.
    Potrebbero anche rimanere, ad una condizione riducendo notevolmente i costi di tutte le spese di funzionamento della camera e del Quirinale ( compreso ) …. anche in questo, una normalizzazione con i paesi europei ( Francia e Germania ) non più possiamo permetterci le spese attuali. il mio è un desiderio ….. di normalità.

  2. Tiziano Muliere | 4 ottobre 2013 at 00:01 | Rispondi

    Le analisi dell’On.le Pomicino le ritengo lucide,lungimiranti,equilibrate e che centrano sempre il succo del problema,come al solito condivido… Cordiali saluti,
    Tiziano Muliere.

  3. premesso che a mio avviso la componente economica prevale di grand lunga nell’eziologia di mani pulite la invito a leggere questo commento (al seguente link) :

    http://www.keinpfusch.net/2013/10/ne-e-valsa-la-pena.html

    seguira’ un mio commento sul suo articolo

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