Giulio Andreotti. La politica, i misteri e la visione internazionale

articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 gennaio 2019

Caro direttore la Cassazione nel confermare la sentenza della corte di appello nel processo Andreotti sule vicende anteriori al 1980 trovò il modo di dire «la ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di eguale forza logica che non possono essere censurate in sede di legittimità». Si parla poi di alcuni presunti incontri di Andreotti con Stefano Bontate, un mafioso ucciso dai corleonesi ma si dimentica che nel 1988 alcuni funzionari pubblici favorirono l’ingresso clandestino in Italia di Totuccio Contorno, il braccio destro di Stefano Bontate. La polizia lo intercettò e lo arrestò e ci fu un delicato dibattito in commissione antimafia alla fine del 1989 ancora oggi secretato negli archivi del Senato e che sarebbe utile leggere per capire complicità e connivenze. Andreotti fu l’autore tra l’89 e il ‘92 della più efficace legislazione antimafia lavorando con quel Giovanni Falcone vero eroe della lotta contro la mafia e fu colui che impedì che Gheddafi venisse ucciso nel 1986 dagli americani e che Bush padre invadesse l’Iraq nel 1991 perché aveva una visione internazionale e conosceva gli effetti di quelle sciagurate decisioni che vennero anni dopo con i risultati che sono oggi sotto gli occhi di tutti. Non fu un caso che guidò governi di centrodestra, di centro sinistra e della solidarietà nazionale. 
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Andreotti, vaccino contro la mediocrità

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 14 gennaio 2018

Il 14 gennaio del 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, uno dei leader politici che avrebbe caratterizzato la vita politica dell’Italia e dell’Europa nella seconda metà del novecento. Coincidenza storica e preveggente, quattro giorni dopo la sua nascita, il 18 gennaio 1919 Luigi Sturzo lanciò l’appello ai liberi e i forti fondando il partito popolare che nel secondo dopoguerra si chiamerà Democrazia cristiana e di cui Andreotti sarà uno dei leader più prestigiosi. Nato e vissuto politicamente con De Gasperi di cui fu uomo di fiducia e sottosegretario alla presidenza del consiglio, Andreotti è stato 7 volte presidente del consiglio e 27 volte ministro, ha guidato governi di centro destra, di centro sinistra e quello della solidarietà nazionale con l’intesa prima e con l’appoggio poi, del vecchio PCI di Enrico Berlinguer. Tale mole di incarichi e di responsabilità pubbliche naturalmente ha attivato nel tempo contrasti, veleni e finanche odi, da parte di poteri e di personaggi che spesso trovarono sul proprio “impertinente” cammino proprio Giulio Andreotti con la sua calma e la sua lucidità. La somma di quei veleni generò dalla metà degli anni 80 crescenti azioni di diffamazione nei riguardi di Andreotti sino a trasformarsi nell’accusa di aver favorito la mafia e di essere il mandante dell’assassinio di Mino Pecorelli, giornalista e faccendiere del peggiore sottobosco politico. È inutile dire che tutti i processi lo mandarono assolto compreso quello per la mafia in cui la Cassazione a proposito degli accadimenti prima del 1980 concluse “la corte di appello ha avuto una interpretazione di alcuni fatti che non possono essere censurati dal giudice di legittimità anche se a quelle interpretazioni possono essere contrapposte altre di eguale forza logica”. Insomma la interpretazione di fatti, e non i fatti stessi, quando è messa alla base di una accusa finisce sempre per essere una discrezionalità e non una verità tanto da essere contrastata da altre interpretazioni di eguale forza logica. D’altro canto a fronte di un Caselli che continua a scrivere cose trite e ritrite va ricordato che la più efficace legislazione antimafia fu voluta ed attuata da Giulio Andreotti a cominciare da quel decreto legge del settembre 1989 che raddoppiò i termini della carcerazione preventiva per i mafiosi e consenti così ai boss incarcerati da Giovanni Falcone di non uscire per decorrenza dei termini ed aspettare in carcere le dure condanne del maxi processo di Palermo. Quel decreto fu ostacolato in maniera durissima in parlamento da Luciano Violante che portò il PCI a votare contro e poi in seguito a contrastare Giovanni Falcone. Ma tra un Caselli che blatera pregiudizi offensivi scegliamo Falcone che scelse di lavorare con Andreotti e due grandi personalità della seconda metà del novecento, Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta, che riempirono la vita di Andreotti di stima, affetto e benedizioni pubbliche e private a testimonianza della grandezza del personaggio Andreotti. L’eredità lasciata da Giulio Andreotti è innanzitutto quella visione internazionale dei problemi che ha consentito ai governi italiani della prima repubblica di mantenere nel Mediterraneo una pace operosa con azioni ai limiti estremi della diplomazia come quando salvò Gheddafi dai bombardieri americani nel 1986 e Saddam Hussein dall’invasione di Bush padre nel 1991 a cui spiegò gli effetti che si sarebbero realizzati in Medio oriente con la scomparsa di Saddam. Oltre dieci anni dopo non ci fu più nessun Andreotti a fermare le improvvide scorribande in Libia ed in Iraq e ciò che da anni accade sta sotto gli occhi di tutti e fu ciò che Andreotti aveva previsto. Giulio Andreotti è stato un parlamentare straordinario ed uno statista preveggente conosciuto e stimato dai leader di tutto il mondo e nel suo ultimo tratto di vita fu aggredito da una mediocrità che tentò invano di riscrivere la storia del nostro paese ad uso e consumo di quelli che stavano arrivando.    
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Grande imbroglio

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano l’8 gennaio 2019
Il governo della rima baciata (volevamo il 2,4, ottenuto il 2,04!!) ha mostrato sino in fondo la sua inadeguatezza e pericolosità dopo mille buffonate e tantissimi strafalcioni. L’espressione “la manovra del popolo” peraltro è la tipica espressione di un imbroglione che battezza con nomi altisonanti l’imbroglio che sta propinando. A Napoli si riconoscono al suono della voce e dai congiuntivi sbagliati detti con sicumera e nascondendo l’accento dialettale. Il format però è nazionale e spesso lo si sente nelle televendite più accorate. E l’imbroglio è sotto gli occhi di tutti. L’Italia finalmente riprenderà a crescere disse Di Maio e infatti l’economia si è fermata. Dopo aver sbandierata contro i pareri di tutti una crescita dell’1,5% per il 2019 oggi si parla della crescita dell1% per tutti e tre i prossimi anni ben sapendo che per il 2019 se si arriverà allo 0,5/0,6 sarà grasso che cola. E siccome la politica è una cosa seria, in mano agli imbroglioni i falsi si vedono subito. Gli investimenti pubblici aggiuntivi che dovevano essere 9 mld di euro (cifra già incoerente con la crescita ipotizzata) si è ridotta di due terzi. La crescita è fatta dalle imprese e dal sistema finanziario ad esse collegate ed allora invece della riduzione della pressione fiscale (oggi limitata a 5/600 mila partite iva perché le altre 900 mila già godono dei minimi) si aumentano le tasse sull’intero comparto produttivo per circa nove miliardi nel prossimo biennio. Ma secondo l’autore della manovra del popolo banche ed assicurazioni dopo gli aumenti fiscali lasceranno intatti i tassi e i premi assicurativi o le trasferiranno su famiglie e imprese? La crescita rilancerà l’occupazione diceva l’imbroglione ed infatti la crescita langue e il governo aggiunge il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego per un anno e così la disoccupazione già oggi a poco meno del 11% si aggraverà. Ma dopo crescita e occupazione ecco la stangata sul mondo del volontariato, quel terzo settore che va in soccorso della povertà e dei bisogni del popolo e che si è visto raddoppiare la tassazione passata dal 12% al 24% come qualunque impresa che fa profitti. Sarà Di Maio e il suo staff a sostituire quel mondo di persone per bene che danno agli altri il proprio tempo ed il proprio danaro pur di alleviare sofferenze spesso malinconiche e molte volte atroci? Ed è questa la manovra del popolo o è l’imbroglio di chi toscaneggia sbagliando i congiuntivi e diffonde nel paese incertezza e miseria? Ma andiamo avanti. Per dare il reddito di cittadinanza si tolgono in tre anni 2 miliardi e passa ai pensionati bloccandone la indicizzazione e quindi diminuendo il potere di acquisto di chi prende mille o tremila euro netti al mese secondo l’idea malsana di un egualitarismo per cui tutti dobbiamo essere più eguali nella povertà piuttosto che far crescere i redditi di chi ha poco. Se il paese ha davvero bisogno di uno sforzo generale per raddrizzare i conti pubblici, la crescita e l’occupazione perché si chiede un contributo solo ai pensionati di ogni fascia mentre la ricchezza nazionale forte di 4200 miliardi di azioni, obbligazioni e contanti restano fuori dal circolo della solidarietà? Noi siamo fortemente contrari ad una patrimoniale perché strumento recessivo ma vivaddio se si chiede un contributo ai pensionati si può chiedere mille euro l’anno a chi dichiara di guadagnare oltre i centomila euro annui avendo così un gettito di quasi due miliardi (80 euro al mese per chi guadagna 100mila euro e 240 euro mensili a chi guadagna 300 mila euro l’anno). Ma la storia ci insegna che le manovre del popolo chiedono al popolo i soldi per darli ai disoccupati senza offrire loro lavoro e lasciano intonsa la ricchezza. In ultimo lo scempio della democrazia parlamentare portata avanti da un governo di incapaci pericolosi ha messo in evidenza anche la inadeguatezza dei presidenti delle Camere che in altri tempi avrebbero bloccato i lavori di aula senza costringere i parlamentari a discutere per oltre un mese di una legge di bilancio talmente finta che tutti ne erano a conoscenza. Crescita inesistente, disoccupazione crescente, impoverimento generale, democrazia parlamentare a rischio. Con questo scenario per non essere complici non si dovrà essere indulgente con nessuno se vogliamo davvero invertire la marcia pericolosa di questo governo e salvare il paese da un disastro prevedibile.
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Bce e Draghi (e noi): viva il dottore

Pubblicato su “Il Foglio” il 21 dicembre 2018
Se non fosse una tragedia per il paese bisognerebbe premiare Beppe Grillo per aver montato in pochi anni il più comico spettacolo del mondo portando al governo l’ignoranza e l’arroganza incantando milioni di persone.La partita contro il potere dell’ignoranza durerà a lungo e dovrà essere fondata sulla diffusione della conoscenza rispetto alle grandi sfide che l’Italia ha di fronte a sé, a cominciare dall’Europa e dalla sua riforma. L’ignoranza da anni è contro la Unione Europea e contro la moneta unica immaginando la disgregazione della prima e l’uscita dalla seconda senza mai avanzare un minimo di proposta. Questo è il terreno su cui difendere una scelta strategica come quella della Unione Europea e consolidare la ratio di una moneta unica, cambiare, cioè, dove è utile è necessario farlo. Cominciamo da quell’organo europeo che ha fatto più scelte concrete di governo in Europa in questi ultimi sei anni e cioè la BCE guidata da Mario Draghi. Il giudizio complessivo sulla politica monetaria europea non può che essere positivo per il fatto che essa ha supplito all’immobilismo del Consiglio dei capi di Stato e di governo che è e resta il vero legislatore europeo. La scelta di acquistare sul mercato secondario titoli del debito di Stato e obbligazioni private ha inondato di liquidità l’area dell’eurozona consentendole di uscire dalla crisi economica con il minimo dei danni in particolare in quei paesi che capirono che non si poteva lasciare sola la politica monetaria e misero in campo un mix di austerità e di espansività. Chi dice che la banca centrale europea dovrebbe essere il prestatore di ultima istanza dimentica che sinora la BCE ha acquistato titoli di Stato e obbligazioni private per oltre 4 mila miliardi di euro. Detto ciò, però, non possiamo tacere due grandi errori, a nostro giudizio, della BCE. Il primo è la pressione impropria che la BCE ha fatto sul sistema bancario perché venissero di fatto svenduti i crediti incagliati che ha consentito alla finanza internazionale, che si è subito organizzata, di comprare a 12/20 quel che valeva 50/60 consentendo quindi margini impressionanti drenando così valori miliardari dagli azionisti ed obbligazionisti bancari alle grandi società finanziarie che si sono riversate come avvoltoi sul bottino a disposizioni senza che imprese e famiglie venissero ristorate da quella svendita. E per completare l’elenco dei danni di questo errore la vendita dei cosiddetti NPL ha di fatto mutato nel profondo, grazie ai conseguenti aumenti di capitale, la proprietà di alcuni grandi istituti bancari. Il secondo errore, agevolato dalla acquiescenza del legislatore europeo, è stato la famosa direttiva BBRD più nota come il bail-in con la quale si sono trasferiti i poteri ultimi nel settore finanziario dallo Stato al mercato garantendo una egemonia assoluta di quest’ultimo rispetto allo Stato. Di questo ne abbiamo parlato invano già in corso d’opera nel 2014 ricordando che paesi liberisti come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno sempre trattenuto i poteri ultimi nelle mani dello Stato tanto che hanno, all’occorrenza, nazionalizzato banche e settori strategici come l’auto salvo poi a rimetterli a distanza di tempo sul mercato. Noi vogliamo, insomma, una Europa che difenda l’economia di mercato, garanzia delle libertà personali e collettive, e il primato della politica, due grandi valori che possono e devono coesistere nella culla della democrazia mondiale, per garantire sviluppo e sostenibilità sociale ma vogliamo allo stesso tempo un pezzo di sovranità sovranazionale nella quale, come nella Unione Europea, la nostra voce possa incidere per impedire così al nostro paese un destino coloniale fatto di miseria e presunta nobiltà che altro non sarebbe che una subalternità ai grandi imperialismi americani, russi e cinesi.
paolocirinopomicino@gmail.com

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