Ricerca e innovazione cercansi

I dati forniti dall’Ocse sui salari vigenti in Europa ci ha visto agli ultimi posti e anche dopo le correzioni dell’Istat i salari dei nostri dipendenti restano al di sotto non solo del Lussemburgo, Germania e Francia ma anche della Spagna. Il dato, in verità, non è nuovo. Da almeno 15 anni l’Italia non cresce più o cresce pochissimo. Nell’ultimo decennio ( 2001-2010), tanto per fare un esempio, in Italia il prodotto interno lordo è aumentato del 3% mentre in Francia del 12% per non parlare della Germania. La produttività oraria, che è elemento essenziale per la crescita, sempre nello stesso periodo, in Italia non è cresciuta, in Francia è aumentata del 9%. In parole povere il sistema produttivo italiano perde competitività e perde anche  quote internazionali del commercio mondiale anche se, in valore e non in quantità, le esportazioni tendono a mantenere le posizioni e a migliorarle. In una economia che non cresce difficilmente i salari possono aumentare e infatti le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti in Italia sono rimaste ferme al palo, mentre in Francia, sempre nello stesso periodo, hanno registrato un aumento del 9%. A risentirne è stata, naturalmente, la domanda dei consumi cresciuta del 18% in Francia a fronte di poco  meno del  5% in Italia. Alla base di questo scenario c’è il crollo dell’incremento della produttività del lavoro  dovuto a due cause, una interna alle aziende e l’altra di natura ambientale. Negli ultimi quindici anni l’Italia ha tagliato gli investimenti pubblici con una caduta della dotazione infrastrutturale del Paese la cui carenza  trasforma le diseconomie ambientali (energia, acqua, trasporti su ferro e su gomma, pubblica amministrazione) in maggiori costi di gestione. La riduzione degli investimenti in ricerca ed innovazione, sia privati che pubblici, ha concorso, poi, in maniera forte nel mantenere basso l’incremento di produttività del lavoro e, naturalmente, le imprese hanno scaricato sui salari tutto il peso della mancata produttività recuperando, così, competitività di prezzo ma non di processo o di prodotto. La mancanza di politiche industriali pubbliche tese a incrementare ricerca e innovazione, la riduzione del ruolo dell’industria pubblica che ha sempre svolto grandi processi di innovazione che si trasferivano sull’universo mondo delle piccole e medie imprese che costituiscono il 95% del nostro sistema produttivo ed infine la progressiva finanziarizzazione della economia che ha trasferito risorse dalla produzione alla finanza hanno determinato, tutte insieme, quella bassa produttività del lavoro fonte principale della mancata crescita. Eppure, mai come in questi ultimi venti anni l’economia italiana è stata tolta dalle mani dei politici e messe in quelle di autorevoli tecnici. È bene che tutti riflettano su questo dato. Dinanzi a tutto ciò governo e partiti non dovrebbero rimanere attoniti e lamentosi ma, al contrario, dovrebbero mettere in moto politiche alternative capaci da un lato di recuperare il gap infrastrutturale e dall’altro  favorire ricerca e innovazione che languono da moltissimo tempo. Dopo cento giorni del governo Monti, in verità, non vediamo nessun segnale in questa direzione. Né dal ministro dello sviluppo economico e meno che meno dai partiti che lo sostengono. Un deserto di idee e di passioni che ci rende fortemente scettici sul  futuro del paese che ancora oggi discute di taxi, di farmacie e di professionisti pensando che eventuali novità in questi settori diano quella spinta propulsiva ad una crescita ferma da così tanto tempo. Illusioni pericolosissime che finiscono per farci mettere la testa nella sabbia e non vedere quali sono i veri nodi da sciogliere per ricominciare a crescere. In questo immobilismo potrebbe, forse, anche essere un’idea praticabile  trasferire sui salari una parte del trattamento di fine rapporto, peculiarità unica, peraltro, del nostro sistema retributivo, per garantire, nell’immediato, un ristoro per le famiglie e un aumento della domanda aggregata. Questa idea potrebbe funzionare, però, se nel contempo si avviassero politiche pubbliche industriali e infrastrutturali e politiche imprenditoriali orientate a rilanciare ricerca e innovazione per recuperare quella competitività oggi sostenuta ingiustamente solo dai bassi salari. Di questo, in verità, e di altro vorremmo veder discutere da quei convitati di pietra che si chiamano partiti e che da troppi anni  hanno smesso di pensare diventando solo comitati elettorali.

Pubblicato su “Il Tempo” il 29 febbraio 2012

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