Paolo Cirino Pomicino

Lettera al direttore

Pubblicato su ” Il Foglio” il 7 dicembre 2018
Al direttore- Nei prossimi mesi ci sarà il congresso del PD, uno dei pilastri del sistema politico italiano, che purtroppo racchiude in sé tutti i problemi di una società smarrita come quella italiana e giustamente preoccupata per il proprio futuro. Un partito che continua a mettere sulle spalle di un elettorato spesso di passaggio il proprio destino attraverso le primarie, strumento valido nelle elezioni presidenziali ed in società culturalmente bipartitiche ma che danneggia nel profondo la militanza e la dignità degli iscritti. E come se non bastasse conserva uno statuto che punta all’uomo solo al comando con un segretario che ha la maggioranza assoluta per definizione nell’assemblea nazionale e il potere altrettanto assoluto e solitario nel fare le liste elettorali. L’annunciato ritiro dalla corsa a segretario di Marco Minniti testimonia questa mutazione genetica in chiave presidenzialista del partito e della concezione personalistica della guida del partito. Alle prossime primarie correranno dirigenti quasi tutti provenienti dal vecchio PCI e dalle sue prime trasformazioni e questo parterre di candidati sembra la pietra tombale su di un partito nato con l’ambizione di mescolare la cultura socialista e quella della sinistra cattolica ed ha finito per smarrirle entrambe ed oggi, attonito, si domanda cosa è e dove vuole andare. Ciò che preoccupa e spaventa è che dopo dieci anni il PD non ha ancora una identità definita e non ha ancora avvertito le grandi sfide che il terzo millennio pone a tutti i paesi e in particolare all’Occidente. Nelle società democratiche è cresciuta una crisi sottile che ha colpito il ceto medio e più in generale le classi meno abbienti alimentando una diseguaglianza sociale senza precedenti nel secondo dopoguerra. Pochi intellettuali, politici ed economisti hanno intravisto il cuore di questa decadenza sociale che sta minando la coesione delle grandi democrazie occidentali con manifestazioni di piazza come l’ultima che ha devastato Parigi. La superficialità di molte classi dirigenti ha messo sul banco degli accusati la globalizzazione dimenticando che essa ha garantito nel mondo l’uscita dalla povertà di oltre un miliardo di persone nonostante tutti i problemi connessi a una governance non ancora messa a punto. La verità è però tutta un’altra. L’origine delle grandi disuguaglianze sociali sta tutta nella progressiva finanziarizzazione dell’economia internazionale. Il capitalismo sta subendo una mutazione con lo smodato uso finanziario del capitale rispetto al suo uso produttivo con la conseguenza di un rallentamento dell’economia reale e un affanno salariale. Il tutto con un’aggravante rappresentata dal fatto che mentre l’Occidente produce una minoranza di milionari l’Oriente del pianeta arricchisce gli Stati attraverso il protagonismo dei fondi sovrani. Ben presto in questo quadro l’equilibrio economico e finanziario si sposterà a favore dell’Oriente del pianeta in cui prevarrà un modello di una economia di mercato con un sistema politico autoritario. Il PD avverte tutto questo? Non abbiamo sentito nulla di tutto questo nei dibattiti all’interno del PD e naturalmente meno che meno nei partiti populisti che in genere sostengono l’esatto contrario di ciò che diciamo e di cui l’Occidente ha urgente bisogno. Democrazia, capitalismo produttivo e ambiente una triade senza la quale il congresso PD sarà solo una conta banale tra gruppi e sottogruppi e il Paese resterà privo di un’alternativa politica e culturale.
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L’Ue è la soluzione peggiore per il popolo, a eccezione di tutte le altre

La bocciatura della manovra economica del nostro governo da parte della commissione europea impone qualche riflessione e qualche informazione. Da oltre tre mesi il governo  ha attivato una polemica contro l’Europa e contro la Commissione a tratti sgradevole e sgradevolmente ricambiata da alcuni commissari di Bruxelles,  producendo, così, un danno per il paese prima ancora che si mettesse a punto la stessa manovra di bilancio. La cosa sconvolgente è che  i destinatari della polemica non dovrebbero essere i membri della commissione, ma i governi degli altri Stati europei. Infatti per chi lo avesse dimenticato, il legislatore europeo di prima battuta è il Consiglio dei capi di Stato e di governo dei paesi membri e, a seguire, il parlamento europeo che in genere conferma le decisioni del consiglio. La commissione europea, fatta da politici degli Stati membri e non da burocrati, altro non fa che rispettare le regole decise dai governi nazionali. Nel corso degli anni, l’Italia non ha mai fatto mancare il proprio consenso e così nel passato sottoscrisse prima i trattati di Maastricht e poi quello di Lisbona del 1999. Prendersela allora con la commissione è un errore marchiano legato all’ impreparazione politica dei ministri e del presidente del consiglio. Sul piano metodologico, il premier  invece di assistere come spettatore allo spettacolo sgradevole e pericoloso delle polemiche quotidiane altro non avrebbe dovuto fare che richiedere una riunione straordinaria del Consiglio dei capi di Stato e di governo degli Stati membri, preparandola naturalmente sul piano diplomatico. A testimonianza di ciò che diciamo, c’ è stata la presa di posizione ufficiale dei ministri delle finanze austriaco ed olandese, che hanno intimato alla commissione di non far derogare nessuno dalle regole condivise. Per non parlare, poi, della posizione Franco-tedesca, che in maniera ufficiosa ha confermato lo stesso orientamento nel silenzio degli altri governi dell’eurozona, compresi quelli del gruppo  di Visegrad ritenuti amici dal nostro esecutivo. Essersela presa, dunque, con l’interlocutore sbagliato, non sappiamo se per ignoranza o perché si parlava a nuora perché suocera intendesse, ha prodotto l’isolamento politico dell’Italia sul piano internazionale. Per dirla in maniera brutale, quando si parla di Europa non si parla di un soggetto terzo lontano dagli interessi dei cittadini, bensì dell’Europa dei governi degli Stati membri della Unione e dell’eurozona. E’ vero, e tutti lo riconoscono, che nell’ultimo decennio i governi nazionali non hanno più avuto un respiro europeo, un respiro cioè che mettesse nelle politiche europee gli interessi di tutti. Detto questo, però, se il Consiglio europeo non ha coltivato un pensiero politico europeo , è altrettanto vero che l’Italia ed il suo sistema partitico, privati di ogni cultura politica da oltre 25 anni, si sono smarriti in piccole polemiche di potere senza essere all’altezza del tempo che viviamo e l’Italia dal 1995 è cenerentola d’Europa per tasso di crescita, con  la società  intrisa di risentimento e di veleni. Venendo alla manovra, il nuovo governo appare ancora più inadeguato per un’ ignoranza che traspare a ogni atto o dichiarazione e che invece di guidare una società smarrita, preoccupata e in parte anche disperata, insegue le pulsioni di una minoranza sulla rete o nelle piazze, innescando in tal modo un sistema peronista che significa in parole povere un autoritarismo senza pensiero politico e senza una visione del futuro. Insomma, se il deficit del 2,4 per cento fosse sostanziato da politiche di crescita vere e non fideistiche nessuno avrebbe avuto a che dire. Quando tutti i centri indipendenti, le banche centrali nazionale ed europea, l’istituto parlamentare di bilancio, l’Ocse, il FMI, l’Istat e tutti gli altri istituti economici danno analogo giudizio sulle stime di crescita, un governo serio ci riflette e smette di dire che gli elettori così vogliono. Se alcune forze politiche hanno fatto promesse campate in aria lo spieghino ai propri elettori, perché diversamente saranno loro a trarre le conseguenze al tempo debito. Con il dramma che se ne accorgeranno quando la miseria sarà aumentata e l’Italia arrancherà sul piano nazionale ed internazionale. I primi segnali sono già tutti presenti, con l’arresto della crescita e l’aumento della spesa per interessi sul debito pubblico. Infine sarebbe opportuno che tutti i rappresentanti di governo e della sua maggioranza portassero in Italia i propri risparmi onde evitare che con il proprio esempio dessero una testimonianza di rafforzamento di quell’incertezza percepita dai mercati che ha già prodotto un serio danno alla nostra economia.

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Perchè il Paese dei partiti non fallì

articolo pubblicato su Il Mattino il 26 novembre 2018

Ho letto e riletto con attenzione l’editoriale di Adolfo Scotto di Luzio su “il Mattino” del 24/11 e sono rimasto sconcertato per il suo contenuto e per aver conosciuto molto tempo addietro il giovane studioso puteolano apprezzandolo. Per venire al punto. Scotto di Luzio partendo da due episodi lontanissimi tra loro, i funerali privati di Aldo Moro a fronte di quelli pubblici senza bara e poi i ritardi sul terremoto dell’Irpinia, li eleva a simboli del fallimento dei partiti. Un fallimento che si sarebbe poi acuito negli anni successivi per la protesta del Nord per i troppi soldi mandati al mezzogiorno dopo quei tremila morti dell’Irpinia. Scotto di Luzio non sa che la stessa sera della grande scossa i parlamentari irpini accorsero da ogni parte e furono vicino alle popolazioni urlando contro i ritardi dell’allora inesistente protezione civile così come il sottoscritto a Napoli dopo aver portato le figlie piccole nella località Damiani si precipitò in prefettura insieme ad altri parlamentari per mettersi a disposizione dell’autorità di governo rappresentata dal prefetto. Una vicinanza della politica assai percepita dalle popolazioni tanto che nelle elezioni del 1983-‘85-‘87-92 la DC rimase sempre il primo partito italiano con il picco del PCI dopo la morte di Enrico Berlinguer e le coalizioni di governo furono sempre maggioranze in parlamento e nel paese contrariamente a quanto è accaduto sempre nella seconda repubblica. Per quanto riguarda Moro quella sofferente fermezza nel non riconoscere un ruolo politico al terrorismo brigatista fu capita ed apprezzata dal paese che dette alla DC nel 1979 oltre 14 mln di voti (38,5%) dando una nuova stabilità politica che duro 15 anni. Nell’immaginare il fallimento della repubblica dei partiti Scotto di Luzio dimentica che negli anni 80 il pentapartito sconfisse a) quelle BR che ammazzavano solo i servitori dello Stato ed i democratici cristiani; b) l’inflazione a due cifre che penalizzava i ceti a reddito fisso con la famosa riforma del punto unico della scala mobile nel 1984 osteggiata dalla sinistra comunista che portò l’Italia al referendum vinto dall’Italia democristiana, socialista, repubblicana e liberale; c) attivò una crescita che in dieci anni fu del 27% reale, cioè al netto dell’inflazione capace di sostenere quel debito che si formava legato più ad una anomalia della pressione fiscale all’epoca molto bassa (35-37% contro il 41/42% di Francia e Germania) che non a spese pazze della pubblica amministrazione. Ma c’è di più. Dal 1976 al 1992 l’Italia passò da una situazione di frantumazione politica, di tensioni sociali, di lotta al terrorismo, di alta inflazione ad una società coesa con forte stabilità politica durante la quale la democrazia vinse contro il terrorismo omicida e nella quale il gap Nord-Sud si restrinse contando al 31/12/1991 nel mezzogiorno di 6,5 milioni di occupati mentre a distanza di 17 anni siamo oggi poco al di sopra dei sei milioni. Questi in sintesi i fatti politici ed economici di quel tempo ma quel che sconcerta è la conclusione cui giunge Scotto di Luzio che ascrive al fallimento della repubblica dei partiti l’ascesa di Di Maio e di Salvini saltando a piè pari i venticinque anni della cosiddetta seconda repubblica in cui accadde l’esatto contrario perché scomparvero le culture politiche e i relativi partiti, ne sorsero altri con nomi sportivi floreali e botanici o risorgimentali ma tutti partiti personali con segretari politici padri-padroni sostenuti da intellettuali come il nostro in questione che inneggiarono alla scomparsa delle identità culturali ed al forte personalismo partitico, scomparvero le preferenze con una selezione della classe dirigente di tipo cortigiano rompendo il legame tra parlamentare e territorio che ha aperto le porte al qualunquismo politico, al ridicolo sovranismo economico e al populismo straccione che sta portando l’Italia alla rovina. Nella logica di un uomo di sinistra e di un borsista dell’istituto Gramsci come lo è stato nel passato Scotto di Luzio queste cose possono sfuggire ma non potrebbero sfuggire a chi pratica studi storici in maniera encomiabile. Se il Mattino ritenesse di fare un Forum sull’argomento “sine ira te studio” farebbe a mio giudizio una cosa saggia ed utile per una stagione nella quale le argomentazioni hanno lasciato il posto agli slogan e le idee al potere brutale e sempre più autoritario.  

paolocirinopomicino@gmail.com 

Il nuovo autoritarismo

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 14 novembre 2018

La partita che l’Italia sta drammaticamente giocando è ben diversa da quel che appare dalle notizie di cronaca sulla manovra economica, sui rapporti con la commissione europea o su quant’altro. La posta in gioco di Salvini e Di Maio è l’assetto democratico del paese, del suo sistema politico e delle libertà personali di cui la repubblica è stata garante sin dalla sua nascita e del frutto di quella storia testimoniata dalla Unione Europea con la messa in campo di un sovranismo incolto che tanto ricorda il vecchio nazionalismo autarchico della prima parte del novecento. Sbagliano quanti parlano di fascismo perché quella diagnosi è facilmente confutabile da leghisti e pentastellati e da quella stampa che tradizionalmente tarda a comprendere i rischi che corre il paese. L’autoritarismo cambia vestito in ogni stagione e difficilmente si ripete con le stesse forme ma resta pur sempre un autoritarismo. La nostra non è una opinione sorta d’improvviso o figlia di un risentimento peraltro incomprensibile. Il nostro giudizio nasce da fatti precisi non ultimi gli attacchi sconsiderati di Di Maio e Grillo alla stampa d’informazione. Da che mondo è mondo i primi obiettivi di un sistema autoritario sono i parlamentari ed i giornalisti. La storia è piena di questi episodi e oggigiorno basta guardare alla vicina Turchia per vedere cosa ha fatto ai parlamentari ed ai giornalisti il partito di Erdogan. Naturalmente il contesto europeo impedisce azioni brutali nel nostro paese ma la lenta sterilizzazione del parlamento e la persistente riduzione delle libertà, prima economica e poi del pensiero, dei parlamentari è sotto gli occhi di tutti ed è la testimonianza di una democrazia sempre più formale ed oligarchica. Tacciare di sciacallaggine tutta la stampa additandola come il male oscuro del paese è il segno preciso di una illiberalità che cresce e si diffonde. Non c’è giorno che il giovane Di Maio non intimidisca o minacci qualcuno. Dall’Europa che non potrebbe avere più il nostro contributo definito dai trattati ai dirigenti del ministero dell’economia, dagli ispettori dell’Onu ai banchieri italiani che saranno oppressi da qui a poco da una permanente commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. E le minacce stanno diventando una prassi comune all’intero movimento dei 5 stelle, dal noto Casalino all’ispirato e confuso Beppe Grillo e giù giù per li rami sino a germogliare in tutte le province e in tutte le città. Vedremo adesso quale sarà l’atteggiamento degli oligarchi pentastellati verso quei senatori che con la propria uscita dall’aula sul decreto di sicurezza, al di là del merito, hanno ricordato a tutti il valore costituzionale dell’assenza del vincolo di mandato dei parlamentari. Non ci sfugge la differenza tra 5 stelle e Lega che ha venticinque anni di vita parlamentare democratica alle spalle ed una classe dirigente periferica che rappresentano pur sempre un antidoto all’involuzione autoritaria del sistema politico. Il bullismo di Salvini nel linguaggio e finanche nell’abbigliamento da “descamesidos”’ finisce per fare però sponda all’autoritarismo in doppio petto, come si diceva una volta, del giovane Di Maio che non esitò durante la fase di costruzione del governo di chiedere alla piazza, insieme al Che Guevara nostrano al secolo Alessandro Di Battista, l’impeachment del presidente della repubblica a testimonianza di un substrato culturale che poco ha a che fare con la storia democratica dell’Italia repubblicana e invece molto con la storia familiare sua e di Di Battista. Potremmo citare tantissimi altri episodi di stampo autoritario compreso qualcuno intriso di isterismo che spesso caratterizza la storia delle personalità autoritarie come quando annunciò in diretta televisiva da Vespa che avrebbe portato alla procura della repubblica il testo di una bozza di legge per scoprire chi l’avesse manipolata. Per comprendere sino in fondo il cuore del nostro giudizio sulla illiberalità prevalente del movimento 5 stelle è sufficiente guardare il modello di partito adottato che ha riscoperto parole desuete (il Capo politico) o funzioni di “garante” intriso di religiosità e di autoritarismo, funzione sconosciuta in tutti i partiti della repubblica. Per mettere in allerta le classi dirigenti e le masse popolari la stampa televisiva dovrebbe mandare in video più volte al giorno l’ultimo comizio al circo massimo di Beppe Grillo per comprendere quale intruglio di banalità e di visioni oniriche sia portatore il sommo pontefice del Movimento 5 Stelle. L’autoritarismo dittatoriale del novecento aveva dietro di sé un pensiero ed una filosofia perversi e feroci mentre dietro quello di oggi c’è la banalità dell’ignoranza che si trasforma però in una sorta di caporalato di giornata stupido e minaccioso e nel tempo anche feroce, oggi con i giornali ed i parlamentari domani con l’intero paese dopo aver messo in brache di tela l’economia italiana dando la responsabilità come al solito ai plutocrati di ogni specie. Il tempo scorre veloce e le male piante dell’autoritarismo straccione crescono rapidamente e da oggi in poi nessuno potrà dire di non aver compreso per tempo.

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