Attualità

Il nuovo autoritarismo

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 14 novembre 2018

La partita che l’Italia sta drammaticamente giocando è ben diversa da quel che appare dalle notizie di cronaca sulla manovra economica, sui rapporti con la commissione europea o su quant’altro. La posta in gioco di Salvini e Di Maio è l’assetto democratico del paese, del suo sistema politico e delle libertà personali di cui la repubblica è stata garante sin dalla sua nascita e del frutto di quella storia testimoniata dalla Unione Europea con la messa in campo di un sovranismo incolto che tanto ricorda il vecchio nazionalismo autarchico della prima parte del novecento. Sbagliano quanti parlano di fascismo perché quella diagnosi è facilmente confutabile da leghisti e pentastellati e da quella stampa che tradizionalmente tarda a comprendere i rischi che corre il paese. L’autoritarismo cambia vestito in ogni stagione e difficilmente si ripete con le stesse forme ma resta pur sempre un autoritarismo. La nostra non è una opinione sorta d’improvviso o figlia di un risentimento peraltro incomprensibile. Il nostro giudizio nasce da fatti precisi non ultimi gli attacchi sconsiderati di Di Maio e Grillo alla stampa d’informazione. Da che mondo è mondo i primi obiettivi di un sistema autoritario sono i parlamentari ed i giornalisti. La storia è piena di questi episodi e oggigiorno basta guardare alla vicina Turchia per vedere cosa ha fatto ai parlamentari ed ai giornalisti il partito di Erdogan. Naturalmente il contesto europeo impedisce azioni brutali nel nostro paese ma la lenta sterilizzazione del parlamento e la persistente riduzione delle libertà, prima economica e poi del pensiero, dei parlamentari è sotto gli occhi di tutti ed è la testimonianza di una democrazia sempre più formale ed oligarchica. Tacciare di sciacallaggine tutta la stampa additandola come il male oscuro del paese è il segno preciso di una illiberalità che cresce e si diffonde. Non c’è giorno che il giovane Di Maio non intimidisca o minacci qualcuno. Dall’Europa che non potrebbe avere più il nostro contributo definito dai trattati ai dirigenti del ministero dell’economia, dagli ispettori dell’Onu ai banchieri italiani che saranno oppressi da qui a poco da una permanente commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. E le minacce stanno diventando una prassi comune all’intero movimento dei 5 stelle, dal noto Casalino all’ispirato e confuso Beppe Grillo e giù giù per li rami sino a germogliare in tutte le province e in tutte le città. Vedremo adesso quale sarà l’atteggiamento degli oligarchi pentastellati verso quei senatori che con la propria uscita dall’aula sul decreto di sicurezza, al di là del merito, hanno ricordato a tutti il valore costituzionale dell’assenza del vincolo di mandato dei parlamentari. Non ci sfugge la differenza tra 5 stelle e Lega che ha venticinque anni di vita parlamentare democratica alle spalle ed una classe dirigente periferica che rappresentano pur sempre un antidoto all’involuzione autoritaria del sistema politico. Il bullismo di Salvini nel linguaggio e finanche nell’abbigliamento da “descamesidos”’ finisce per fare però sponda all’autoritarismo in doppio petto, come si diceva una volta, del giovane Di Maio che non esitò durante la fase di costruzione del governo di chiedere alla piazza, insieme al Che Guevara nostrano al secolo Alessandro Di Battista, l’impeachment del presidente della repubblica a testimonianza di un substrato culturale che poco ha a che fare con la storia democratica dell’Italia repubblicana e invece molto con la storia familiare sua e di Di Battista. Potremmo citare tantissimi altri episodi di stampo autoritario compreso qualcuno intriso di isterismo che spesso caratterizza la storia delle personalità autoritarie come quando annunciò in diretta televisiva da Vespa che avrebbe portato alla procura della repubblica il testo di una bozza di legge per scoprire chi l’avesse manipolata. Per comprendere sino in fondo il cuore del nostro giudizio sulla illiberalità prevalente del movimento 5 stelle è sufficiente guardare il modello di partito adottato che ha riscoperto parole desuete (il Capo politico) o funzioni di “garante” intriso di religiosità e di autoritarismo, funzione sconosciuta in tutti i partiti della repubblica. Per mettere in allerta le classi dirigenti e le masse popolari la stampa televisiva dovrebbe mandare in video più volte al giorno l’ultimo comizio al circo massimo di Beppe Grillo per comprendere quale intruglio di banalità e di visioni oniriche sia portatore il sommo pontefice del Movimento 5 Stelle. L’autoritarismo dittatoriale del novecento aveva dietro di sé un pensiero ed una filosofia perversi e feroci mentre dietro quello di oggi c’è la banalità dell’ignoranza che si trasforma però in una sorta di caporalato di giornata stupido e minaccioso e nel tempo anche feroce, oggi con i giornali ed i parlamentari domani con l’intero paese dopo aver messo in brache di tela l’economia italiana dando la responsabilità come al solito ai plutocrati di ogni specie. Il tempo scorre veloce e le male piante dell’autoritarismo straccione crescono rapidamente e da oggi in poi nessuno potrà dire di non aver compreso per tempo.

paolocirinopomicino@gmail.com

“Buoni a nulla, capaci di tutto”

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 4 novembre 2018

Il governo di un Paese moderno dinanzi ai grandi problemi che affannano la propria società nazionale sceglie soluzioni con il criterio della priorità. Pensare, infatti, di affrontare i problemi tutti insieme è segno di poca saggezza. È questo il senso profondo della inadeguatezza della attuale manovra di bilancio respinta per la prima volta dalla commissione europea e penalizzata dai mercati finanziari. Per spiegarci meglio il deficit al 2,4% di per sè non è una tragedia insuperabile, il sostegno alla povertà, si chiami reddito di cittadinanza o di inclusione, è una cosa buona e giusta, la quota 100 in termini pensionistici è un obiettivo giusto per i lavori usuranti mentre non lo è per tutti i lavoratori, la crescita economica è un obiettivo centrale ma impone strumenti coerenti. Ma detto tutto ciò immaginare che gli obiettivi ricordati possano essere affrontati tutti nello stesso momento e nel loro insieme dimostra la mancanza assoluta di cultura di governo. Ed è quello che stiamo vedendo sin dall’inizio con questo governo che ha raggiunto il record di far danni con le sole parole, iniettando nelle vene del Paese dosi massicce di incertezza e paura. Cosa significa, infatti, far dire per settimane al ministro del Tesoro che il deficit non supererà l’1,6% del Pil mentre i due vicepresidenti del consiglio facevano il controcanto parlando di un deficit poco al di sotto del 3% se non diffondere incertezze nei mercati, nelle imprese e nelle famiglie? Affrontare subito e tutti insieme la riforma previdenziale, la flat tax, il reddito di cittadinanza e la crescita economica ha prodotto una manovra che non raggiunge nessuno dei quattro obiettivi di fondo cui sono legati queste due giovani forze politiche che rischiano di scivolare pesantemente in un protagonismo fatto di slogan, intimidazioni e bullismo d’accatto mettendo il Paese in un pericoloso isolamento internazionale e fibrillando i suoi conti pubblici. Infatti la quota 100 si fa ma chi va in pensione con quella quota lascia per strada il 20% circa e viene punito perchè per due anni non può fare alcun lavoretto aggiuntivo perchè il cumulo è proibito (insomma un nuovo incentivo al lavoro nero). Il reddito di cittadinanza si fa ma non si sa nè come nè quando con il rischio che i 780 euro promessi facciano lievitare la spesa prevista e con effetti paradossali su quanti ad esempio hanno contratti part-time spingendo le aziende a ridurre il già striminzito stipendio tanto poi ci sarà lo Stato ad integrare sino a 780 euro. La crescita prevista, poi, (1,5% nel 2019 e 1,6% nel 2020) è già di per sé molto al di sotto della media della zona euro ma le stime lasciano prevedere un tasso ancora minore. La flat tax è poco più che uno scherzo limitando i suoi effetti a poco più di 500 mila partite Iva che andranno ad aggiungersi alle 900 mila già inserite nei minimi forfettari con un prelievo del 15% sul fatturato. E per concludere un aneddoto: avete mai visto un decreto fiscale scritto dal presidente del Consiglio e dai due vicepresidenti senza la conoscenza del ministro dell’economia e delle finanze? Ed infine come si può pensare di fare una manovra economica, pur se solo con mezze misure come abbiamo visto, senza chiedere nulla alla ricchezza nazionale che non andrebbe penalizzata con patrimoniali recessive che pure rischiano di comparire improvvisamente all’orizzonte ma che andrebbe coinvolta in un processo di risanamento e di crescita che ha bisogno degli sforzi di tutti. La ricchezza nazionale sa che salvando il paese salverebbe anche sè stessa. Ma questa è la politica con la P maiuscola che da tempo, purtroppo, è scomparsa dal paese lasciando il suo governo nelle mani di giovani spavaldi, inesperti e maramaldeggianti nel silenzio complice degli autorevoli ministri tecnici.

paolocirinopomicino@gmail.com

L’intervista ” Il Mattino” -” Le manine della prima Repubblica si scontravano con Draghi e Carli”

L’intervista di Valentino Di Giacomo-Pubblicata su ” Il Mattino” il 19 ottobre 2018

VALENTINO DI GIACOMO

«Le manine nella prima repubblica non esistevano, ma neppure tutto questo interminabile dibattito sulla legge di bilancio, ci riunivamo in consiglio dei ministri al mattino e all’ora di pranzo eravamo già in sala stampa per presentare la manovra finanziaria». Paolo Cirino Pomicino, alias «’o ministro», ex parlamentare di lungo corso, è stato il titolare del ministero del Bilancio nell’ultimo governo Andreotti. Di aneddoti spiega che ne potrebbe raccontarne a centinaia, ma è per lui un inedito nella storia repubblicana «la manina» evocata da Di Maio.

Secondo la sua esperienza le sembra plausibile che qualcuno abbia cambiato alcune norme all’insaputa di Di Maio?

«Mi riesce davvero difficile credere che funzionari dello Stato possano cambiare le carte in tavola. Di Maio mi sembra uno che arriva in città dal suo paesello e pensa che tutti lo vogliano fregare. Mi ricorda uno dei personaggi interpretati da Totò: minaccia chiunque incontra, anche qualcuno che gli attraversa la strada per sbaglio, proprio perché la non conoscenza porta ad avere paura e quindi a reagire in maniera smodata».

Ma è possibile che da vicepremier e ministro sia del Lavoro che dello Sviluppo Economico, Di Maio vada in tv senza sapere se il testo del decreto sia stato inviato al Quirinale?

«Infatti è stato smentito in diretta, ma questo è il segno dei tempi dove si fa politica più sui media che nei palazzi. Quello che più mi stupisce è che Di Maio abbia tutta questa voce in capitolo sulla finanziaria. Nella prima repubblica c’era la sana abitudine che soltanto i ministri economici erano deputati a scrivere la manovra, nelle settimane precedenti venivano consultati i ministri con portafoglio e dopo aver parlato con tutti si presentava il deliberato al consiglio dei ministri».

E nessuno aveva da ridire?

«Innanzitutto i numeri si annunciavano dopo e non prima in modo da non creare turbolenze nei mercati finanziari. Le norme solitamente non cambiavano, eventualmente se ne discuteva nel Cdm, non certo sui media. Oggi tutti i ministri sembra che vogliano mettere bocca. Più che negoziazioni mi sembra un negozio aperto al pubblico, anche a quello europeo. Poi dopo tutti questi frizzi e lazzi non ci si può lamentare se sale lo spread».

Non solo ieri, ma pure nei mesi scorsi il Movimento 5 Stelle ha attaccato duramente i tecnici del Mef. Anche ai suoi tempi accadeva?

«I rapporti erano perfetti, i dirigenti delle finanze ci indicavano possibilità, tecniche ed eventuali rischi: i politici davano gli indirizzi generali e i tecnici scrivevano le norme. Il nostro direttore del Tesoro era Mario Draghi, Ciampi era il governatore della Banca d’Italia e io mi interfacciavo con un ministro del calibro di Guido Carli».

Oggi invece?

«I politici culturalmente deboli hanno il sospetto di essere raggirati ed è ancor più grave che Di Maio, dopo essere stato per cinque anni vicepresidente della Camera, un tempo lungo, non ha ancora compreso come funziona la macchina dello Stato. Un ministro non parla senza essersi prima documentato».

Questa manovra immagino non le piaccia.

«Fanno una finanziaria in deficit, ma senza misure che creino le condizioni per la crescita».

 Sentire un ministro della prima Repubblica demonizzare il debito pubblico fa un certo effetto.

«Non è una perversione fare deficit, ma noi crescevamo del 3 per cento e l’occupazione aumentava. Negli ultimi 25 anni il debito si è triplicato, la crescita si è fermata e ci sono più poveri e disoccupati».

paolocirinopomicino@gmail.com

 

 

Al Direttore – Il Foglio 18-10-2018

 Lettera al Direttore pubblicata il 18-10-2018 su ” Il Foglio”

Al Direttore-

Bisognerebbe tentare di aiutare quelli che governano e che ignorano i fondamentali della politica e dell’ economia per evitare che l’Italia scivoli lungo una china di decadenza inarrestabile. La prima regola da rispettare è la coerenza tra gli obiettivi politici e le norme che si vogliono introdurre. Il tema di fondo per tutti i paesi del mondo è quello di consolidare la crescita economica al punto tale da poter sostenere l’eventuale debito pubblico. Un obiettivo comune a tutti, dunque, che è diventato per l’attuale governo un vessillo da sbandierare  per sostenere norme di spesa pubblica corrente spesso strampalate e difficilmente quantificabili. Se la crescita dunque è il grande obiettivo da raggiungere penalizzare gli strumenti necessari perché questa possa avvenire diventa una tendenza schizofrenica. Uno degli strumenti fondamentali per la crescita è un sistema finanziario forte, efficiente e patrimonialmente solido capace di essere una infrastruttura al servizio della produzione e delle famiglie. Ci sembra una tale ovvietà da non doverla sottolineare più di tanto ma questo governo si muove in direzione opposta.  Per fare quadrare i conti che non tornano palazzo Chigi si è scelto di intervenire anche sulle banche con un aumento della tassazione che porterà nelle casse dello Stato circa 3,3 miliardi di euro. Al di là che questa misura, come si fa a pensare di penalizzare un sistema bancario che è già appesantito dall’aumento dello spread che fa salire  il costo del denaro sul mercato e a seguire i tassi di interessi sui mutui e sui finanziamenti a famiglie e ad imprese mentre vede svalutare il proprio patrimonio in titoli di Stato? Quel che è più grave ancora è il fatto che con questa logica non si “puniscono” le banche che in una narrazione da horror sarebbero la fonte di tutti i mali ma si punisce l’intero sistema produttivo, famiglie comprese, perché si riduce la quantità del credito disponibile per il Paese. E inoltre quando nelle aste del tesoro ci fosse, come accade spesso, un inoptato, chi dovrebbe sottoscrivere i nostri titoli del debito pubblico una volta che le banche fossero sfinite da nuove tasse e da svalutazioni patrimoniali? Ed è mai possibile che si possa puntare ad una forte crescita mentre si vuole mettere sotto scopa l’intero sistema bancario con quel disegno di legge della maggioranza di governo che vuole istituire una commissione parlamentare di inchiesta permanente sulle banche? Non scherziamo col fuoco, allora, perché a distruggere si fa molto presto se si pratica a tutti i livelli l’ incoerenza tra strumenti ed obiettivi mentre, invece, mai come in questo momento l’Italia avrebbe bisogno di costruttori di pace e di speranze con competenza e lucidità e non di bullismo intimidatorio greve e miope.

paolocirinopomicino@gmail.com

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