Archivi del mese: dicembre 2011

La politica esca dal suo letargo

Non si può affidare a tecnici autorevoli il compito di salvare l’Italia. Serve una stagione di serietà dopo 20 anni di follie interessate.

Siamo nel periodo natalizio e gli uomini di buona volontà dovrebbero riscoprire il linguaggio della verità mentre in queste ultime settimane abbiamo sentito solo il linguaggio delle banalità o, se volete essere più carini, il linguaggio dell’ovvietà.

Ha cominciato, in verità, il nostro primo ministro, uomo serio ed operoso, dichiarando con una certa enfasi che il suo governo si sarebbe mosso su tre direttrici, il rigore, lo sviluppo e l’equità. Avete mai visto un governo che desidera puntare invece al lassismo, alla recessione e all’iniquità? Parole al vento, come si vede, perché in politica la differenza non la fanno gli obiettivi (tutti vogliono rigore, sviluppo ed equità) ma gli strumenti con i quali quegli obiettivi possono essere raggiunti. Continua a leggere

Rilanciare l’economia in due mosse

Lettera pubblicata sul ” Corriere della Sera” il 28-12-2011
LA LETTERA

Contributo volontario e vendita immobili

Caro direttore, c’è una crisi internazionale finanziaria della quale parleremo in altra occasione. C’è, poi, una crisi tutta italiana, finanziaria ed economica. I due nodi che andrebbero sciolti e che la manovra governativa non affronta sono quelli del debito cumulato e della crescita. Le previsioni parlano di una recessione nel 2012 di oltre il 3% e di una difficoltà nel raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Vediamo cosa sarebbe possibile fare. Dopo quasi 20 anni di lotta al deficit annuale (nel 1992 già c’era un avanzo primario), e dopo la vendita di aziende pubbliche per 160 miliardi di euro, siamo a un rapporto debito/ Pil del 120% sia per la incapacità di ridurre la spesa primaria corrente sia perché da oltre 15 anni l’Italia cresce poco e male.
Il primo nodo, dunque, è quello del debito, che, come ricorda anche Mediobanca, andrebbe ridotto di 100-150 miliardi di euro senza deprimere l’economia e, a nostro giudizio, senza ulteriori privatizzazioni, visto il disastro avvenuto negli anni 90. L’unica modalità possibile è la richiesta ai contribuenti più facoltosi (il 10% degli italiani controlla il 45% della ricchezza nazionale valutata tra 4 e 5mila miliardi di euro) di un «contributo volontario con annesso premio». Il contributo volontario dovrebbe andare da un minimo di 30 mila euro a un massimo di 3 milioni di euro a seconda del reddito (persone fisiche) o del fatturato (persone giuridiche) da versare in due annualità. Il premio, se così si può dire, è un concordato preventivo che naturalmente non è un condono e per il quale i contribuenti che dovessero aderire all’invito per tre anni non avrebbero accertamenti fiscali, a condizione che redditi e fatturati aumentino di almeno il 2% l’anno, e per chi dovesse crescere oltre il 3% si potrebbero prevedere anche parziali detrazioni. Questo consentirebbe, tra l’altro, di stringere l’area dei controlli dell’Agenzia delle entrate.
Per la storia fiscale degli italiani noi riteniamo che almeno due milioni di contribuenti, (il 45% dei 4,5 milioni di partite Iva) potrebbero aderire con un versamento medio di 60 mila euro l’anno per un gettito complessivo di 120 miliardi di euro. Il contributo, essendo volontario, non deprimerebbe l’economia come farebbe una patrimoniale obbligatoria, e dopo il primo versamento si vedrebbe subito se l’operazione è riuscita. Sappiamo che l’italiano è un popolo intelligente e che la ricchezza nazionale sa che mai come questa volta difendendo il Paese con questo «contributo volontario premiato» difenderebbe se stessa.
La crescita è l’altro corno del problema e la manovra governativa la deprime. Le previsioni, infatti, sono quelle che abbiamo descritto. La verità è che senza soldi non si cantano messe. E allora la vendita di 10 milioni di mq di immobili statali utilizzati dalle amministrazioni centrali dello Stato (100 palazzi di 100 mila mq) conferiti in un fondo immobiliare pubblico con un reddito pro quota tra il 5/6% darebbe un gettito tra 30-35 miliardi di euro. Collocando l’onere della locazione per tre anni sul ricavato della vendita avremmo in pochi mesi da 27 a 32 miliardi di euro da immettere nell’economia reale per il suo start-up. Passera sa di cosa si tratta avendolo fatto per Banca Intesa, nel mentre la farraginosità delle norme inserite nella manovra riguardano altri beni immobili non utilizzati dalla pubblica amministrazione che richiedono un tempo di valorizzazione che non abbiamo.
Due provvedimenti utili e accettabili dall’intelligenza degli italiani che ridurrebbero anche il deficit annuale per un risparmio sulla spesa per interessi rilanciando la crescita. Se vi sono ipotesi alternative discutiamone. Diversamente, con questa manovra pure essenziale, perché mette in sicurezza al momento il fragile equilibrio finanziario del Paese, gli obiettivi non saranno raggiunti. E per l’ennesima volta avremo perso un’altra buona occasione.

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