Archivi del mese: aprile 2012

Non si vive di solo spread

Tutti fanno finta di niente e l’attenzione di tutti è rivolta agli scandali da osteria della Lega Nord o del tesoriere della Margherita nel mentre avanza nel paese uno tsunami sociale non di poco conto. Ci riferiamo alla recessione in atto di gran lunga più forte di quel che si dice  e il doppio (e forse più) di quel che dirà il governo nel prossimo documento finanziario. Infatti se va bene la recessione supererà il 3% con tutto quel che ne deriva in termini di occupazione con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Una recessione che arriva dopo 15 anni di bassa crescita in un paese che dal 1995 non è stato più manutenuto con i disastri conseguenti  nelle Ferrovie dello Stato, nell’assetto idrogeologico del territorio, nella depurazione  e nello smaltimento dei rifiuti, nelle strutture ospedaliere e via di questo passo. E, spiace dirlo, il governo è ancora convinto che le presunte liberalizzazioni fatte, e sempre più presunte, e la riforma del mercato del lavoro solleciteranno la crescita ed il lavoro che non ci sono. Non sappiamo se partiti e governo ci sono o ci fanno, come si suol dire popolarescamente. Abbiamo tosato famiglie e imprese sino all’inverosimile, anzi sino a mettere 20 centesimi su ogni litro di benzina per finanziare il fondo unico dello spettacolo che andava finanziato in altra maniera senza scaricare effetti inflazionistici che riducono ancora di più la capacità di acquisto delle famiglie e aumentano i costi energetici per le imprese. Abbiamo portato l’età pensionabile a 67 anni ( cosa necessaria), abbiamo aumentato l’iva e abbiamo tassato ogni casa, anche quelle popolari, possedute da persone con redditi bassi. Abbiamo insomma chiesto sacrifici inenarrabili a chi già stentava nel vivere e nella certezza del posto del lavoro con un contrasto stridente con quanti non hanno avuto, dal governo e dal parlamento, alcuna richiesta di sacrifici  pur possedendo ricchezze finanziarie e patrimoniali di notevoli dimensioni. E nonostante tutto questo non è apparso un solo barlume di luce che potesse far sperare per il  prossimo futuro in una ripresa della nostra economia. Cinque mesi di governo son pochi ma sono anche tanti per accendere solo la speranza di una crescita ed è bene che partiti e governo se ne rendano conto. All’interno di questo quadro disperante c’è poi un’anomalia tutta italiana, quella del mancato pagamento delle pubbliche amministrazioni dei propri debiti verso i  fornitori. La cifra del debito accumulato verso centinaia di migliaia di piccole e medie imprese viene stimata in circa 70 miliardi di cui poco meno della metà sarebbe sulle spalle delle amministrazioni centrali dello Stato. Un fatto gravissimo che diventa devastante in una fase recessiva e con una difficoltà crescente nell’avere credito. Un fatto, per giunta, ancora più grave se si pensa che la pubblica amministrazione può spendere solo se ha le risorse in bilancio. Se si arriva ad accumulare tanti debiti è segno inequivocabile che è cresciuta a dismisura la spesa corrente che in larghissima parte è automatica e che, per non aumentare il fabbisogno di cassa generatore, a sua volta, di emissione di titoli del debito pubblico, non si pagano gli acquisti di beni e servizi. Uno scenario che più volte in questi anni abbiamo segnalato con preoccupazione e tutti hanno fatto orecchie da mercante  continuando, imperterriti, in  questo comportamento delittuoso. E’ possibile che nei prossimi giorni si avvii quanto meno la certificazione dei debiti da parte delle pubbliche amministrazioni in maniera tale da poter scontare in banca il titolo di credito. Intendiamoci, però, questa sarebbe solo una boccata di ossigeno del tutto insufficiente. C’è bisogno, infatti, di ben altro. C’è bisogno di una forte sollecitazione della domanda aggregata nel breve periodo per preparare, nel medio periodo, una diversa politica dell’offerta centrata sulla ricerca, sull’innovazione, sulle grandi e piccole infrastrutture e quindi sul recupero della competitività dell’intero sistema Italia e sulle fonti di energia rinnovabili che danno occupazione e riducono la dipendenza petrolifera del Paese. Insomma la certezza di politiche orientate ad una crescita virtuosa e non inflazionistica. E’ questa la risposta che i mercati attendono per far scendere l’incubo del nostro tempo, il nuovo mostro dello spread. Chi dovesse pensare che i sondaggi sono “ lo specchio delle brame del popolo” finirebbe dritto per schiantarsi contro il muro delle illusioni mancate perché la piazza esalta ed impicca con la stessa rapidità e la stessa approssimazione.

Pubblicato su “Il Tempo” il 13/04/2012

L’implosione dei partiti personali chiude il ventennio dei mostri

L’implosione familistica della Lega Nord con tutta la sua degenerazione nell’uso del denaro pubblico, rappresenta la fine di un ventennio folle di un paese che aveva smarrito la capacità di analisi del mostruoso sistema politico sorto nel 1992-1994. La immediata messa in soffitta delle grandi culture politiche che governano l’Europa, il sorgere di partiti personali salutati come elemento di modernità contro il “ciarpame” ideologico, la conseguente gestione proprietaria dei fondi pubblici e delle liste elettorali già prima dell’arrivo del “ porcellum” e il sistema maggioritario hanno rappresentato un tutt’uno che ha messo in ginocchio il Paese e dal quale pochi hanno il diritto di prendere le distanze. Non le può prendere Roberto Maroni, da sempre il numero due della Lega Nord e per moltissimi anni ministro dell’interno, perché in politica c’è una responsabilità oggettiva dalla quale non è possibile sottrarsi quando si è stati in ruoli di grande importanza. Non le può prendere Francesco Rutelli dal caso Lusi ma non le può prendere Berlusconi che ha il copyright del partito personale e del cerchio magico. Ma non può prendere le distanze quasi nessuno perché tutti, o quasi tutti, hanno partecipato, anche se in maniera profondamente diversa, al coro inneggiante alla modernità del leaderismo, ad un pragmatismo programmatico senza più alcuna bussola culturale e a partiti sempre più privi di democrazia e di collegialità. La personalizzazione della politica inevitabilmente portava alla privatizzazione delle risorse finanziarie e alla selezione cortigiana dei parlamentari della Repubblica. Non è solo la politica di questi 20 anni, però, a non poter prendere le distanze da ciò che rappresenta l’implosione leghista e della Margherita ma anche larga parte degli intellettuali e degli opinionisti di destra, di centro e di sinistra. Nessuno, o quasi nessuno, si è indignato contro le “smargiassate” leghiste ricche di volgarità e quasi tutti hanno ritenuto una piattaforma culturale e politica valida il ridicolo federalismo contenuto nella famosa bozza Violante. E meno che meno qualcuno si è indignato quando nelle liste elettorali sono stati catapultati, sempre con le dovute differenze, amici e amichette, familiari e collaboratori svuotando così in vent’anni il Parlamento di ogni spirito vitale e i cui protagonisti sono da tempo derisi e dileggiati da un antiparlamentarismo che ricorda da vicino quello dell’epoca prefascista. Sarebbe proprio il caso di dire che chi è senza peccato scagli la prima pietra tale e tanto è stato l’ottundimento  della classe dirigente del paese nel capire in quale vuoto cosmico la società italiana stava lentamente precipitando. E nel frattempo i problemi del paese marcivano con l’assenza di una crescita economica, con l’aumento del debito pubblico di 20 punti di Pil  in 20 anni e con lo sfarinamento istituzionale tra governo, regioni, province e comuni nel mentre il capitalismo finanziario nazionale, ma più ancora internazionale, acquistava, a prezzi di liquidazione, pezzi importanti della nostra economia con la vendita di tantissime aziende pubbliche. Di tutto ciò non saranno responsabili i Lusi o i Belsito né i Bossi e i Rutelli. E’ l’intera classe dirigente italiana che per paura, per interesse economico e per bramosia di potere, ha ritenuto di benedire come modernità il degrado che sommergeva il paese. Ed è la stessa classe dirigente che deve, oggi, nella sua interezza, fare outing culturale evitando di cadere nell’altra faccia della decadenza, quella di applaudire acriticamente il governo dei tecnici ritenendolo anch’esso un altro elemento di modernità senza accorgersi di scivolare così in un finale tragico della nostra democrazia in cui la politica fugge dal suo dovere principale che è quello di governare il paese. Democrazia  interna e ripresa delle proprie identità culturali accompagnate da serietà e compostezza sono le strade attraverso le quali i partiti, in un sussulto di dignità, potrebbero ancora salvare l’Italia prima che gli italiani scendano davvero nelle strade.

Pubblicato su “Il Foglio” il 12-04-2012

Spostiamo le tasse sulla benzina su sigarette e superalcolici

Spiace sottolineare errori ed omissioni di un governo che si ritiene utile per il Paese. L’ultimo errore in ordine di tempo è la preannunciata riduzione degli incentivi sulle energie rinnovabili il cui costo ( nel 2011 circa 10 miliardi di euro) si scarica sulle bollette della luce e del gas. La dura manovra correttiva sui conti pubblici, ed in particolare la riforma previdenziale, ha un senso se accompagnata da politiche economiche orientate a far ripartire la crescita e la competitività del Paese che diversamente morirà per asfissia. Non c’è dubbio, ad esempio, che il prezzo della benzina, con le sue ricadute sulle bollette della luce e del gas, abbia raggiunto livelli  intollerabili per le famiglie e per le imprese. Detto questo, però, le sue possibili correzioni devono essere orientate a favorire crescita, competitività e occupazione. E invece accade il contrario. Negli ultimi 6 mesi la scelta del governo di aumentare le accise su di un litro di benzina di oltre il 20% e sul gasolio del 23% per finanziare addirittura il fondo unico per lo spettacolo è stato un errore di politica economica. L’aumento della tassazione sui carburanti, infatti, aggrava una recessione che già  viaggia verso una riduzione del Pil  del 3% come diciamo, inascoltati, da diversi mesi. Tutte le maggiori entrate rischiano, così, di riuscire dai buchi che la recessione provoca nel gettito tributario complessivo. Ma nei mesi scorsi non c’è stato solo l’aumento delle accise. Nella finanziaria 2008 c’è una norma approvata all’unanimità su nostra proposta che ordinava al ministero dell’economia di ritornare ai consumatori, con cadenza trimestrale, il maggior gettito derivante dall’aumento dell’Iva su ogni litro di benzina. Quando aumenta, infatti, il prezzo del barile, aumenta anche  il prezzo alla pompa e aumenta così il valore dell’Iva che viene versata allo Stato. Questa maggiore Iva  doveva essere restituita ai consumatori con una riduzione delle accise di pari importo così da mantenere stabile il prezzo alla pompa eliminando tutti i guasti descritti prima nell’economia reale. I governi che si sono succeduti, invece, non hanno applicato questa norma sostenendo che, essendosi ridotti i consumi, alla fine di ogni anno il maggior gettito dell’Iva per l’aumento del prezzo del barile compensava la riduzione dei consumi.  Questo parallelo tra riduzione dei consumi e maggior gettito Iva da aumento del prezzo del barile lo può fare un contabile non un ministro dell’economia perché quella norma introdotta nel 2008 non doveva garantire un equilibrio di bilancio quanto, piuttosto, una stabilità dei costi energetici per famiglie e imprese. Se fossero sorti buchi di bilancio per la riduzione dei consumi  questi dovevano essere compensati o con riduzione di spese correnti o tassando consumi che non intaccavano né la competitività delle imprese nè consumi pressoché obbligatori per le famiglie  come la benzina che determina  a cascata, l’aumento delle bollette elettriche. Questo errore rischia di ripetersi con le energie rinnovabili. L’Italia, nonostante i progressi degli ultimi anni, ha una produzione  energetica da fonti rinnovabili che è ancora del 4,4%, la metà esatta della Germania ( 8,8%) e di 2/3 di quella francese ( 6,4%). In più il progresso delle fonti rinnovabili in Italia ha prodotto, negli ultimi 2 anni, 150mila nuovi posti di lavoro e sta lentissimamente riducendo la nostra dipendenza energetica da altre fonti tanto che l’Enel ha gettato un grido di allarme sulla sovraproduzione di energia elettrica dalle centrali tradizionali dovuta al combinato disposto della riduzione dei consumi ( recessione) e dell’aumento delle quote prodotte da fonti rinnovabili. Nel medio periodo gli investimenti nell’energia pulita ridurranno i costi per le imprese e per le famiglie oltre ai vantaggi ambientali ben noti. Per concludere alcuni balzelli che oggi pesano sui carburanti ( a cominciare da quello per la  guerra in Abissinia) vanno reinseriti nell’unicità del bilancio pubblico  e compensati o da minori spese o da tassazioni su quei consumi che non interferiscono sul sistema produttivo italiano ( tabacchi, superalcolici e via di questo passo).  Se in questo sforzo dovesse essere necessaria anche una sforbiciatina agli incentivi sulle rinnovabili  questa potrebbe essere tollerata a condizione che non si affondi un sistema che sta dando respiro all’occupazione ed alla competitività delle imprese. E’ tempo, insomma, che l’Italia abbia una politica economica degna di questo nome e orientata alla crescita e non solo al mito, peraltro irraggiungibile nel 2013, del pareggio di bilancio.

Pubblicato su ” Il Tempo” 08/04/2012

Intervista (da “La Storia siamo noi”)

Intervista integrale da “La storia siamo noi”

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