Archivi del mese: giugno 2012

L’involuzione culturale del PD- Gli ex comunisti autorottamati

Pubblicato su “Il Tempo” il 29 giugno 2012

Forse per capire sino in fondo la crisi in cui versa l’Italia è utile un rapido viaggio tra i partiti e i gruppi parlamentari che occupano la scena politica e le aule di Palazzo Madama e di Montecitorio. Ed è saggio partire proprio dal partito democratico che, stante ai sondaggi, dovrebbe essere il primo partito della prossima legislatura con una percentuale del 26-28% dei consensi.  Già questo dato ci lascia un po’ sconcertati. Dopo 20 anni ancora una  volta l’Italia non ha un partito che superi abbondantemente il 30% come avviene in tutti i  paesi politicamente stabili. La frantumazione del panorama politico, insomma, è l’elemento che ha caratterizzato l’intera seconda repubblica. Lo stesso tentativo attuato alcuni anni fa sia dal Pd che dal Pdl, e cioè di mettere nello stesso calderone di tutto e di più, ha resistito solo per un brevissimo tempo. Il Pdl dopo aver visto confluire Alleanza nazionale ha perso Fini e parte della sua squadra e il Pd non solo ha perso uno dei suoi fondatori, Rutelli, ma anche molti deputati del livello di Carra, Lusetti, Ria, Calearo e tanti altri ancora. D’altro canto era tutto prevedibile come scrivemmo all’epoca della nascita del partito. Il Pd è l’erede più forte dei partiti della prima repubblica, di una stagione, cioè, in cui i partiti avevano una cultura politica di riferimento, una selezione della classe dirigente non cortigiana, una militanza e un senso di appartenenza diffusi, tutte caratteristiche che ne facevano partiti veri, radicati nel territorio e negli ambienti culturali e di lavoro. Dopo il crollo del comunismo internazionale  e dopo la scissione nel 1991 di Rifondazione comunista, la naturale evoluzione del grosso del vecchio Pci doveva essere nella direzione socialista. D’altro canto nessuno dimentica che furono proprio D’Alema e Veltroni a chiedere nel 1990 a Bettino Craxi il via libera per l’iscrizione del Pci al Partito socialista europeo. Lo stesso Achille Occhetto racconta che quando cadde il muro di Berlino lui era a colloquio con il segretario del partito socialista europeo per costruire le basi di una sua confluenza nel PSE. Il perché questa evoluzione, consolidatasi in Europa,  si è fermata in Italia è ancora in larga parte da capire. Se è comprensibile, infatti, la gradualità di una evoluzione politica così forte e così traumatica dopo 70 anni di scontri tra il vecchio Pci e il Psi italiani, diventa incomprensibile se, dopo 20 anni di appartenenza al partito socialista europeo, gli eredi del Pci in Italia sono ancora e solo “democratici”, un termine che non significa nulla né nella storia politica italiana né in quella europea. Tutto questo e’ stato, e continua ad essere, il grande errore della sinistra italiana che non a caso non riesce ad essere più non solo un grande partito di massa ma nemmeno un partito i cui iscritti e i cui dirigenti, come dice giustamente Massimo Cacciari, abbiano  il potere di decidere attraverso i propri organi direzionali  il candidato premier. Insomma contano come il due di coppe. Il genericismo populista introdotto in dosi massicce dall’avvento di Silvio Berlusconi ha, infatti, contagiato anche la storia di un grande partito come il vecchio Pci che ha inventato le primarie per decidere ciò che la sua direzione e il suo consiglio nazionale avrebbero  il dovere di decidere. Scimmiottare gli americani o i francesi che hanno storie diverse e sistemi politici presidenziali è il frutto della lenta e letale corrosione della struttura di un partito. E da cosa nasce cosa. E così nello statuto è comparso un divieto a fare più di tre legislature come se la politica non fosse una miscela di talento e di professionalità dei quali si può fare tranquillamente a meno a data certa e che il rinnovamento sia possibile farlo solo se si mandano a casa, per statuto, i leader di partito. E a rimorchio di queste sciocchezze è nato il gruppo dei rottamatori, anch’essi figli di quell’utopia della democrazia diretta dentro e fuori i partiti che ha contagiato l’intero sistema politico. Ma quel che più colpisce è che il capo dei rottamatori, Matteo Renzi, è un democristiano di formazione e di passione e poco o nulla ha a che fare con la storia, le convinzioni e le prassi dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni e di tutto il gruppo dirigente nato e cresciuto nel vecchio Pci. Il genericismo culturale espone sempre il fianco alla tentazione delle finte modernità, dal giovanilismo acuto al liderismo spinto per finire alla virtualità mediatica nella comunicazione che diventa essa stessa sostanza politica. Tutti  modernismi che hanno ridotto il Parlamento ad un luogo dove si aggirano, per dirla con Ibsen, “pallidi spettri all’imbrunir di un giorno”. E il Paese declina.

Romanzo di una trattativa

Pubblicato su “Il Foglio” il 27 giugno 2012

Abbiamo aspettato un’intera settimana per scrivere sulla trattativa Stato-Mafia per vedere sino a che punto sciocchezze, bugie, depistaggi, errori in buona fede, potevano rincorrersi sulla stampa nazionale per sollevare polveroni attraverso i quali diventa per tutti difficile capire davvero cosa mai sia avvenuto. Diciamo subito che, per i dati che qui di seguito riportiamo,  la trattativa Stato-Mafia, o, per meglio dire, tra una parte dello Stato e la mafia, c’è stata ed è avvenuta nel 1993, l’anno, cioè, in cui vennero messe le bombe a Roma, Firenze, Milano. Quelle bombe avevano il significato di rammentare a chi di dovere gli impegni presi per i comportamenti che la mafia  aveva avuto negli anni 91-92 quando molti pentiti lanciavano accuse in libertà (Andreotti e Mannino furono le vittime più illustri) e concorsero a destabilizzare gli assetti democratici del paese. Per comprendere ciò che diciamo  è necessario ricordare alcuni fatti ormai definitivamente documentati.

  1. Sono stati sempre noti i collegamenti negli anni 89-93 tra alcuni gradi dei servizi italiani e stranieri e alcuni mafiosi. Dal rapporto riservato del Prefetto Domenico Sica e del capo della Criminalpol Gianni de Gennaro con Totuccio Contorno, agli uomini che visitarono nel carcere inglese di Full Sutton il mafioso Francesco di Carlo per chiedergli indicazioni sui possibili killer per uccidere Giovanni Falcone sino al rapporto con Vito Ciancimino del generale dei carabinieri Mario Mori. Mentre nel primo e nel terzo caso i rapporti possono inquadrarsi in un lavoro di intelligence per colpire la mafia, nel secondo caso, quello del pentito Francesco  di Carlo, gli obiettivi erano di natura mafiosa.
  2. Nel settembre del 1989 il decreto legge Andreotti- Vassalli allunga il periodo di carcerazione preventiva agli imputati di associazione mafiosa. Il vecchio PCI con Violante fa una tremenda requisitoria contro il governo e vota contro il provvedimento.
  3. nel 1990 e nel 1991, Francesco di Carlo riceve nel carcere inglese di Full Sutton un agente dei servizi siriani tal  Nazzar Hindaw, insieme a quattro persone, tre medio-orientali e un italiano. Questi gli chiesero di indicare qualcuno che poteva aiutarli ad uccidere Giovanni Falcone. Di Carlo fece il nome di Antonino Gioè, che infatti partecipò alla strage di Capaci, fu arrestato e un mese dopo fu trovato impiccato nel carcere di Rebibbia; oggi il Pm Ingroia tenta di capirne di più.
  4. nel novembre del 1991 viene istituita la direzione nazionale antimafia su input di Giovanni Falcone all’epoca direttore degli affari penali presso il ministero di Grazia e Giustizia ( governo Andreotti). Un terribile fuoco di sbarramento da parte della sinistra politica e giudiziaria, anche con attacchi personali  in diretta televisiva per presunte contiguità alla mafia, impedì a Giovanni Falcone di assumere la guida di quell’organismo che lui stesso aveva  ideato. Chi lo combattè allora, oggi ne tesse le glorie con quanta ipocrisia è facile immaginare.
  5. il 23 dicembre 1991 viaggiano casualmente sullo stesso volo Roma-Palermo Luciano Violante e Giovanni Brusca, già all’epoca noto mafioso e latitante. Fu un reciproco affidavit come sospettano i maligni?
  6. il 5 marzo 1992  di Salvo Lima fu ucciso in un agguato mafioso.
  7. il 17 marzo 1992 Vincenzo Scotti, ministro dell’interno, allerta le Prefetture di tutta Italia preannunciando un piano di destabilizzazione istituzionale. Questo piano prevedeva attacchi mafiosi e indagini giudiziarie su tutti i leader dei partiti di governo. 48 ore dopo Scotti, “il duro”  intimidito, si rimangia tutto davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato.
  8. il 23 maggio 1992 Falcone  e la sua scorta saltano in aria.
  9. Ai primi di luglio 1992, uno scritto anonimo inviato a tutte le autorità descriveva tutto ciò che poi sarebbe accaduto nei mesi successivi sugli attacchi mafiosi, sulle indagini di Tangentopoli e sull’impunità dei mafiosi pentiti; il senatore Lucio Libertini trasformò quel documento in una interrogazione parlamentare ed oggi è agli atti del Senato.
  10. il 19 luglio 1992 Borsellino e la sua scorta saltano in aria in Via D’Amelio.
  11. nel settembre del ’92 a casa Scotti, non più ministro, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri generale Domenico Pisani, confermarono al neo eletto segretario della DC Mino Martinazzoli la veridicità dell’informativa del marzo precedente per la quale lo stesso Scotti prima aveva allertato le Prefetture e poi ne aveva smentito il valore.
  12. nell’ottobre del 1992 Vito Ciancimino, sollecitato anche dal generale Mori, scrive a Luciano Violante presidente della commissione antimafia di voler deporre davanti alla commissione. Pochi giorni prima dell’audizione Ciancimino viene arrestato. Violante non lo farà mai più deporre pur potendolo fare in condizione di detenzione avendo la commissione gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Era forse così devastante quel che Ciancimino voleva dire? Capogruppo DC in quella commissione antimafia, guarda caso, era Vincenzo Scotti.
  13. nel gennaio del 1993 viene arrestato Totò Riina.
  14. nella primavera del ’93 e sino all’ottobre arrivano le bombe mafiose di Milano, Firenze e Roma. Subito dopo i programmi di protezione cominceranno a scarcerare mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti (oltre 3000 nei 10 anni successivi) così come aveva previsto il documento anonimo del luglio 1992 e nel novembre dello stesso anno fu tolto il carcere duro a 300 mafiosi.

Tra le tante bufale lette in questi giorni la più divertente è quella raccontata da Vincenzo Scotti detto “il duro”. Secondo la sua versione fu spostato dal ministero dell’interno, perché appunto, molto duro con la mafia. La verità è tutta un’altra. Quando la segreteria Forlani decise che chi assumeva il ruolo di ministro si sarebbe dovuto dimettere da deputato Scotti ci chiamò per sapere noi cosa avremmo fatto (eravamo  candidati al ministero del lavoro nel governo Amato prima che Scalfaro, per un nostro antico contrasto, ci  facesse fuori). Gli dicemmo che avremmo detto di si, salvo, una volta nominati, sollecitare in consiglio nazionale un dibattito su quella decisione sciocca, figlia delle tensioni sulla elezione del presidente della Repubblica di pochi mesi prima. Scotti, invece, sostenne la tesi che un ministro dell’interno non poteva svolgere il proprio ruolo senza immunità parlamentare. Forlani, segretario del partito e suo capo corrente, lo invitò a spostarsi allora agli esteri se non voleva dimettersi da deputato. E Scotti così fece. Nel momento in cui fu nominato ministro Scotti, però, invece di dimettersi da deputato fece un accordo con Amato per il quale avrebbe presentato le dimissioni non da deputato ma da ministro e Amato le avrebbe respinte in maniera tale che di fronte alla segreteria DC la sua posizione sarebbe stata inattaccabile. Appena, però, le agenzie batterono la notizia delle dimissioni di Scotti Forlani, spalleggiato da Scalfaro, imposero ad Amato di accogliere quelle dimissioni date per finta. Di quell’accordo fui informato direttamente da Giuliano Amato qualche ora prima delle dimissioni di Scotti.

E veniamo alle naturali conclusioni cui siamo giunti mettendo insieme i pezzi del puzzle (ve ne sono tanti altri che per brevità non citiamo). Il carcere duro per i mafiosi (il cosiddetto 41-bis) fu esteso ai mafiosi dal governo Andreotti nel giugno del 1992 subito dopo la strage di Capaci in cui rimasero uccisi Falcone, sua moglie e la sua scorta. Le stragi di Falcone  e Borsellino furono dettate da preoccupazioni crescenti della mafia per la legislazione antimafia che, dal 1989 in poi, il governo Andreotti aveva messo in atto sia con l’allungamento della carcerazione preventiva per i mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti sia per la legislazione sui pentiti. Le bombe di Roma, Firenze e Milano furono, invece, per eliminare o ridurre l’area del carcere duro (il 41-bis) e consentire ai mafiosi, come recitava il documento del luglio 1992 agli atti del Senato, di recuperare libertà e nuova identità.

Entrambi questi risultati furono raggiunti grazie al governo Ciampi, con Conso alla giustizia e Mancino agli Interni. Nel novembre del 1993 infatti, Conso libera dal carcere duro 300 mafiosi e nello stesso periodo cominciano a intensificarsi i benefici della legislazione premiale sui pentiti che nei successivi 10 anni metteranno fuori dalle carceri oltre 4000 criminali della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta tra cui gli assassini di Falcone e Borsellino. Nei programmi di protezione i mafiosi entravano solo su richiesta del Pm procedente e con l’approvazione di una commissione presso il ministero dell’Interno. Nel 2007 ad una nostra interrogazione in commissione antimafia sui programmi di protezione, Giuliano Amato, ministro dell’Interno in carica, ci disse pubblicamente che alle nostre domande la sua amministrazione era reticente. Silenzio assordante in commissione. Dall’inizio del 1994 improvvisamente finiscono le bombe tanto che lo stesso Walter Veltroni moltissimi anni dopo si domandava del perché era finita la stagione delle stragi. Era una curiosità a scoppio ritardato o un avvertimento a qualche compagno di partito? E veniamo al governo Ciampi. Un governo voluto e sostenuto dal Pci di Occhetto e Violante che nel marzo del 1993 mandarono a casa il governo Amato. Tutti sanno che Conso aveva paura della propria ombra. Ne fa testo la sua dichiarazione sul decreto per la depenalizzazione del finanziamento illecito nel febbraio del 1993 quando, dopo, avere presentato quel decreto, disse al presidente del consiglio Amato, dopo le rimostranze del pool di Milano, che  se Scalfaro lo avesse firmato lui si sarebbe dimesso. Quest’uomo, gentile e perbene, avrebbe mai preso una decisione così grave come quella di abolire a 300 mafiosi il carcere duro se non avesse avuto tutte le garanzie e le coperture necessarie? Scalfaro fu uno dei garanti ma sia Scalfaro sia Mancino erano tenuti sotto scopa perché certo non potevano essere gli unici democristiani a non aver avuto finanziamenti per le loro campagne elettorali e Ciampi era solo un signore garante di equilibri voluti da quella borghesia azionista che ideò e spalleggiò la destabilizzazione degli assetti democratici italiani dal 1991 al 1993 con la doppia tenaglia della criminalizzazione dei finanziamenti elettorali non dichiarati e delle presunte contiguità mafiose. Quel governo, dunque, fu solo l’esecutore di una volontà che non poteva che  appartenere al suo vero azionista, quel Pci di Occhetto e Violante che misero a tacere molti loro compagni, tra cui D’Alema, Chiaromonte e lo stesso Napolitano, che non volevano praticare quella scorciatoia giudiziaria per arrivare al potere come confidò, impressionato, lo stesso Gerardo Chiaromonte, a Giuliano Amato, a Renato Altissimo e al sottoscritto in separata sede. Ne’ Conso, ne’ Ciampi, ne’ Mancino, insomma, avrebbero potuto fare cio’ che hanno fatto se l’architrave politica di quel governo non fosse stata d’accordo. Se qualcuno e’ di avviso diverso lo argomenti in maniera convincente e noi cambieremo idea.  Diventa risibile, allora, l’altera denuncia contro Napolitano per una telefonata di un suo collaboratore che altro non chiedeva che il necessario coordinamento delle procure su di un tema che devastò la democrazia italiana (a proposito, ma perché indaga Palermo e non Roma visto che la trattativa si condusse nella capitale?) I polveroni finiscono sempre per nascondere le scomode verità che da 20 anni vengono taciute. Noi, ad esempio, non riusciamo a comprendere, ci consentirà il Pm Antonio Ingroia, di come le presunte vittime designate dello stragismo mafioso come Mannino vengono ancora una volta, dopo 20 mesi già passati in carcere da innocente, messe sotto indagine mentre chi ha dato corso alla liberazione del carcere duro di 300 mafiosi viene  accusato di falsa testimonianza e, nel contempo, restano nell’ombra quanti hanno gestito i programmi di protezione che in tanti anni hanno reso il più grande servizio alla mafia liberando, tra gli altri, quasi tutti gli assassini di Falcone e Borsellino. Di queste liberazioni nessuno ha mai fatto cenno. Né i politici né i grandi giornali e meno che meno qualche familiare che ha fatto carriera politica. Mai come questa volta, forse, ha ragione di Pietro sulla necessità di una commissione di inchiesta parlamentare per liberare la classe dirigente dai ricatti che da 20 anni la tengono sotto scopa. E a chiederla con insistenza dovrebbero essere proprio coloro che in quella stagione non avevano alcuna responsabilità politica a cominciare da Silvio Berlusconi e da Pierferdinando Casini.

Paolo Cirino Pomicino

 

Pomicino-De MIchelis “Solo la politica può salvare l’euro” di Jacopo Iacoboni

Pubblicato sulla “Stampa” il 19 giugno 2012 di Iacopo Iacoboni

Lettera ad Alfano, Bersani e Casini “Urge una nuova Bretton Woods”

Riecco Geronimo, anzi, rieccoli. Geronimo, ossia Paolo Cirino Pomicino, e Gianni De Michelis. Con il debito alto, la crisi dell’euro, la Grecia in bilico, lo spread che scende ma soprattutto risale, ha un singolare sapore, sentire infine anche la loro ricetta.

Rispettivamente ministro del Bilancio e degli Esteri dall’89 al ’92, Cirino Pomicino e De Michelis rispuntano dai sempre provvisori oblii italiani per scrivere una lettera ad Alfano, Bersani e Casini che è un manifesto economico-politico, a modo suo, notevole. Nientemeno: danno i consigli su come uscire dalla crisi – della politica e della finanza, cioè, di fatto, dell’euro e dell’Europa. Non si creda che non valga la pena di ascoltarli, per il fatto che spesso, nella storia italiana recente, gli è stato affibbiato il titolo di inventori della finanza allegra e responsabili dell’impazzimento del debito. La realtà, sostiene Geronimo, è «più complessa», e poi «l’economia è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani degli economisti», come scolpì con frase rimasta memorabile.

Dunque, ecco cosa chiedono, in breve, ai leader dei tre partiti che sorreggono il governo Monti. «A fronte di una finanza globalizzata guidata solo da un profitto speculativo e dall’obiettivo di un suo primato nel governo del mondo, va contrapposta una strategia politica altrettanto “globalizzata”, che solo le “internazionali” delle grandi famiglie politiche possono elaborare attraverso i rispettivi partiti e governi».

In sostanza, la famiglia popolare e quella socialdemocratica dovrebbero marciare unite al tavolo europeo del 28, «scendendo in campo per supportare i governi nazionali verso obiettivi transnazionali comuni». Il fatto curioso è che la coppia democristiano-socialista non propone misure vagamente ballerine, né tesse l’elogio della spesa allegra che fu. Tutt’altro: si esercita in un paio di proposte che non sono del tutto off limits, nel dibattito sulla materia: la prima è quella di una nuova Bretton Woods (idea già espressa da Tremonti a Davos, poi caduta nel vuoto, vagheggiata adesso anche dal neopresidente francese Hollande). «Ci vuole un nuovo ordine monetario – dice Pomicino – capace di colmare il vuoto lasciato dalla fine dei grandi accordi di Bretton Woods». La seconda è la richiesta di «una disciplina dei mercati finanziari capace, anche con divieti precisi, di orientare la grande liquidità internazionale verso l’economia reale», e ridando cioè alla finanza il suo «ruolo virtuoso», appunto, di finanziatrice per la produzione di beni e servizi. Non si nomina il Glass-Steagall Act rooseveltiano, o il divieto per le banche di vendere e comprare derivati, ma insomma, la strada che suggeriscono sembrerebbe quella.

La lettera è curiosa anche perché non priva di un certo orgoglio di casta, l’orgoglio della politica in tempi nei quali lamenta la strana coppia – la politica ha abdicato dinanzi al «probabile arrivo sulla scena di quell’utopia della democrazia diretta da sempre anticipatrice di svolte autoritarie». E invece, «chi vi scrivesente il peso e l’orgoglio delle grandi scelte passate che i rispettivi partiti italiani fecero nella costruzione dell’Europa». Né è un mistero che Geronimo – il soprannome che Pomicino propose a Vittorio Feltri quando iniziò a fare l’editorialista su temi economici, prima all’Indipendente e poi al Giornale – abbia sempre respinto l’accusa di aver ben contribuito, lui e la Dc andreottiana, ad affossare i conti pubblici. Altroché, risponde lui a chi glielo obietta: «Carli, che era ministro del Tesoro quand’io ero al Bilancio, mi ringraziava sempre perché io avevo il consenso, io ero un politico. E Carli invece uno strepitoso, grandissimo, pure spiritoso, tecnico». Solito Geronimo, per lui anche una politica screditata è superiore ai tecnici.

I partiti si chiamano fuori e si fanno fuori da soli

Articolo pubblicato su ” Il Tempo” il 12 giugno 2012

Ma i  partiti a che servono? Una domanda provocatoria per chi come noi ha sempre creduto, e continua a credere, al primato della politica ma che trova ogni giorno conferma della sua legittimità dai comportamenti di molti dirigenti politici di quasi tutti i partiti. L’ultima conferma della legittimità di questa domanda è stata la richiesta  di Bersani e di Casini a Monti di indicare lui i consiglieri della Rai  di nomina parlamentare. Ma è così difficile per i nostri amati partiti nominare persone competenti e che abbiamo innanzitutto sensibilità politica adeguata ai  ruoli che si vanno ad assumere? Ed ancora, è così difficile contestare questa sorta di sacralità dei tecnici in ogni ruolo, anche in quelli che richiedono una visione d’insieme che è tipica dell’attività politica come ad esempio i componenti dell’Agcom? Milena Gabanelli, una delle più brave giornaliste di inchiesta, ha scritto un lungo articolo sul Corriere della Sera illustrando la qualità tecnica dei compiti  che attendono l’Agcom e non si è accorta che descrivendo i futuri appuntamenti  che attendono l’agenzia delle comunicazioni ha evidenziato tutti gli spazi politici delle future decisioni da prendere in quel settore. Insomma c’è un vento tecnocratico che umilia la politica che, a sua volta, non sembra essere in condizioni di contrastare culturalmente quell’egemonia tecnocratica sostenuta proprio da quei poteri forti di cui parlava Mario Monti qualche giorno fa. Sulla scia di questa deriva rischieremo prima o poi di riproporre le Camere delle competenze e delle professionalità,  termini più moderni  dell’antica definizione delle Camere dei fasci e delle corporazioni. Siamo proprio certi che in questa crescente deriva tecnocratica non ci sia un filo conduttore legato all’esperienza storica del fascismo? Per dirla in maniera ancora più brutale, ma se la politica democratica non difende il proprio ruolo e le proprie responsabilità nel decidere uomini e donne che devono sovraintendere a compiti di servizio pubblico, dalle authority alla Rai, come si pensa di contrastare le varie forme di populismo che invadono le piazze del Paese e lo tsunami antiparlamentare che avanza? La crisi dell’Italia è la grande crisi dei partiti, la loro insignificanza sul terreno di una proposta culturalmente riconoscibile e politicamente praticabile nonchè la fuga ingloriosa dalle responsabilità di governo.  Sinanche in Grecia il governo del tecnico Lucas Papademos aveva dentro i rappresentanti di tutti i partiti. In Italia invece, abbiamo assistito ad una fuga precipitosa confermando, così, una crisi dei partiti che arriva da lontano. E’ la crisi dei partiti padronali ciascuno con il proprio ridicolo cerchio magico che ha messo in campo in questi anni protagonisti in larga parte inadeguati e senza, peraltro, preoccuparsi della loro formazione. Guardateli in controluce e in nessuno dei partiti potrete riconoscere un profilo culturale certo del tipo di quelli che conoscono tutti i cittadini europei. Siamo stati per 20 anni il Paese dei partiti con nomi senza storia e senza cultura ( l’Ulivo, l’Asinello, la Margherita, Forza Italia e via di questo passo) e siamo diventati lo zimbello d’Europa. Se abbiamo oggi recuperato credibilità è perché Monti è il presidente europeo della commissione “Trilateral” ed è stato autorevole consulente della Goldman Sachs e non già perché il nostro sistema istituzionale abbia partorito un esecutivo politicamente di rilievo. Forse il Paese dovrà bere sino in fondo l’amaro calice di un sistema politico modesto e balbettante perché la mediocrità che vi si è insediata non ha la forza morale e culturale di una vera e propria catarsi nell’interesse del Paese e per la sua stessa sopravvivenza.

 

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