Romanzo di una trattativa

Pubblicato su “Il Foglio” il 27 giugno 2012

Abbiamo aspettato un’intera settimana per scrivere sulla trattativa Stato-Mafia per vedere sino a che punto sciocchezze, bugie, depistaggi, errori in buona fede, potevano rincorrersi sulla stampa nazionale per sollevare polveroni attraverso i quali diventa per tutti difficile capire davvero cosa mai sia avvenuto. Diciamo subito che, per i dati che qui di seguito riportiamo,  la trattativa Stato-Mafia, o, per meglio dire, tra una parte dello Stato e la mafia, c’è stata ed è avvenuta nel 1993, l’anno, cioè, in cui vennero messe le bombe a Roma, Firenze, Milano. Quelle bombe avevano il significato di rammentare a chi di dovere gli impegni presi per i comportamenti che la mafia  aveva avuto negli anni 91-92 quando molti pentiti lanciavano accuse in libertà (Andreotti e Mannino furono le vittime più illustri) e concorsero a destabilizzare gli assetti democratici del paese. Per comprendere ciò che diciamo  è necessario ricordare alcuni fatti ormai definitivamente documentati.

  1. Sono stati sempre noti i collegamenti negli anni 89-93 tra alcuni gradi dei servizi italiani e stranieri e alcuni mafiosi. Dal rapporto riservato del Prefetto Domenico Sica e del capo della Criminalpol Gianni de Gennaro con Totuccio Contorno, agli uomini che visitarono nel carcere inglese di Full Sutton il mafioso Francesco di Carlo per chiedergli indicazioni sui possibili killer per uccidere Giovanni Falcone sino al rapporto con Vito Ciancimino del generale dei carabinieri Mario Mori. Mentre nel primo e nel terzo caso i rapporti possono inquadrarsi in un lavoro di intelligence per colpire la mafia, nel secondo caso, quello del pentito Francesco  di Carlo, gli obiettivi erano di natura mafiosa.
  2. Nel settembre del 1989 il decreto legge Andreotti- Vassalli allunga il periodo di carcerazione preventiva agli imputati di associazione mafiosa. Il vecchio PCI con Violante fa una tremenda requisitoria contro il governo e vota contro il provvedimento.
  3. nel 1990 e nel 1991, Francesco di Carlo riceve nel carcere inglese di Full Sutton un agente dei servizi siriani tal  Nazzar Hindaw, insieme a quattro persone, tre medio-orientali e un italiano. Questi gli chiesero di indicare qualcuno che poteva aiutarli ad uccidere Giovanni Falcone. Di Carlo fece il nome di Antonino Gioè, che infatti partecipò alla strage di Capaci, fu arrestato e un mese dopo fu trovato impiccato nel carcere di Rebibbia; oggi il Pm Ingroia tenta di capirne di più.
  4. nel novembre del 1991 viene istituita la direzione nazionale antimafia su input di Giovanni Falcone all’epoca direttore degli affari penali presso il ministero di Grazia e Giustizia ( governo Andreotti). Un terribile fuoco di sbarramento da parte della sinistra politica e giudiziaria, anche con attacchi personali  in diretta televisiva per presunte contiguità alla mafia, impedì a Giovanni Falcone di assumere la guida di quell’organismo che lui stesso aveva  ideato. Chi lo combattè allora, oggi ne tesse le glorie con quanta ipocrisia è facile immaginare.
  5. il 23 dicembre 1991 viaggiano casualmente sullo stesso volo Roma-Palermo Luciano Violante e Giovanni Brusca, già all’epoca noto mafioso e latitante. Fu un reciproco affidavit come sospettano i maligni?
  6. il 5 marzo 1992  di Salvo Lima fu ucciso in un agguato mafioso.
  7. il 17 marzo 1992 Vincenzo Scotti, ministro dell’interno, allerta le Prefetture di tutta Italia preannunciando un piano di destabilizzazione istituzionale. Questo piano prevedeva attacchi mafiosi e indagini giudiziarie su tutti i leader dei partiti di governo. 48 ore dopo Scotti, “il duro”  intimidito, si rimangia tutto davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato.
  8. il 23 maggio 1992 Falcone  e la sua scorta saltano in aria.
  9. Ai primi di luglio 1992, uno scritto anonimo inviato a tutte le autorità descriveva tutto ciò che poi sarebbe accaduto nei mesi successivi sugli attacchi mafiosi, sulle indagini di Tangentopoli e sull’impunità dei mafiosi pentiti; il senatore Lucio Libertini trasformò quel documento in una interrogazione parlamentare ed oggi è agli atti del Senato.
  10. il 19 luglio 1992 Borsellino e la sua scorta saltano in aria in Via D’Amelio.
  11. nel settembre del ’92 a casa Scotti, non più ministro, il capo della polizia Vincenzo Parisi e il capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri generale Domenico Pisani, confermarono al neo eletto segretario della DC Mino Martinazzoli la veridicità dell’informativa del marzo precedente per la quale lo stesso Scotti prima aveva allertato le Prefetture e poi ne aveva smentito il valore.
  12. nell’ottobre del 1992 Vito Ciancimino, sollecitato anche dal generale Mori, scrive a Luciano Violante presidente della commissione antimafia di voler deporre davanti alla commissione. Pochi giorni prima dell’audizione Ciancimino viene arrestato. Violante non lo farà mai più deporre pur potendolo fare in condizione di detenzione avendo la commissione gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Era forse così devastante quel che Ciancimino voleva dire? Capogruppo DC in quella commissione antimafia, guarda caso, era Vincenzo Scotti.
  13. nel gennaio del 1993 viene arrestato Totò Riina.
  14. nella primavera del ’93 e sino all’ottobre arrivano le bombe mafiose di Milano, Firenze e Roma. Subito dopo i programmi di protezione cominceranno a scarcerare mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti (oltre 3000 nei 10 anni successivi) così come aveva previsto il documento anonimo del luglio 1992 e nel novembre dello stesso anno fu tolto il carcere duro a 300 mafiosi.

Tra le tante bufale lette in questi giorni la più divertente è quella raccontata da Vincenzo Scotti detto “il duro”. Secondo la sua versione fu spostato dal ministero dell’interno, perché appunto, molto duro con la mafia. La verità è tutta un’altra. Quando la segreteria Forlani decise che chi assumeva il ruolo di ministro si sarebbe dovuto dimettere da deputato Scotti ci chiamò per sapere noi cosa avremmo fatto (eravamo  candidati al ministero del lavoro nel governo Amato prima che Scalfaro, per un nostro antico contrasto, ci  facesse fuori). Gli dicemmo che avremmo detto di si, salvo, una volta nominati, sollecitare in consiglio nazionale un dibattito su quella decisione sciocca, figlia delle tensioni sulla elezione del presidente della Repubblica di pochi mesi prima. Scotti, invece, sostenne la tesi che un ministro dell’interno non poteva svolgere il proprio ruolo senza immunità parlamentare. Forlani, segretario del partito e suo capo corrente, lo invitò a spostarsi allora agli esteri se non voleva dimettersi da deputato. E Scotti così fece. Nel momento in cui fu nominato ministro Scotti, però, invece di dimettersi da deputato fece un accordo con Amato per il quale avrebbe presentato le dimissioni non da deputato ma da ministro e Amato le avrebbe respinte in maniera tale che di fronte alla segreteria DC la sua posizione sarebbe stata inattaccabile. Appena, però, le agenzie batterono la notizia delle dimissioni di Scotti Forlani, spalleggiato da Scalfaro, imposero ad Amato di accogliere quelle dimissioni date per finta. Di quell’accordo fui informato direttamente da Giuliano Amato qualche ora prima delle dimissioni di Scotti.

E veniamo alle naturali conclusioni cui siamo giunti mettendo insieme i pezzi del puzzle (ve ne sono tanti altri che per brevità non citiamo). Il carcere duro per i mafiosi (il cosiddetto 41-bis) fu esteso ai mafiosi dal governo Andreotti nel giugno del 1992 subito dopo la strage di Capaci in cui rimasero uccisi Falcone, sua moglie e la sua scorta. Le stragi di Falcone  e Borsellino furono dettate da preoccupazioni crescenti della mafia per la legislazione antimafia che, dal 1989 in poi, il governo Andreotti aveva messo in atto sia con l’allungamento della carcerazione preventiva per i mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti sia per la legislazione sui pentiti. Le bombe di Roma, Firenze e Milano furono, invece, per eliminare o ridurre l’area del carcere duro (il 41-bis) e consentire ai mafiosi, come recitava il documento del luglio 1992 agli atti del Senato, di recuperare libertà e nuova identità.

Entrambi questi risultati furono raggiunti grazie al governo Ciampi, con Conso alla giustizia e Mancino agli Interni. Nel novembre del 1993 infatti, Conso libera dal carcere duro 300 mafiosi e nello stesso periodo cominciano a intensificarsi i benefici della legislazione premiale sui pentiti che nei successivi 10 anni metteranno fuori dalle carceri oltre 4000 criminali della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta tra cui gli assassini di Falcone e Borsellino. Nei programmi di protezione i mafiosi entravano solo su richiesta del Pm procedente e con l’approvazione di una commissione presso il ministero dell’Interno. Nel 2007 ad una nostra interrogazione in commissione antimafia sui programmi di protezione, Giuliano Amato, ministro dell’Interno in carica, ci disse pubblicamente che alle nostre domande la sua amministrazione era reticente. Silenzio assordante in commissione. Dall’inizio del 1994 improvvisamente finiscono le bombe tanto che lo stesso Walter Veltroni moltissimi anni dopo si domandava del perché era finita la stagione delle stragi. Era una curiosità a scoppio ritardato o un avvertimento a qualche compagno di partito? E veniamo al governo Ciampi. Un governo voluto e sostenuto dal Pci di Occhetto e Violante che nel marzo del 1993 mandarono a casa il governo Amato. Tutti sanno che Conso aveva paura della propria ombra. Ne fa testo la sua dichiarazione sul decreto per la depenalizzazione del finanziamento illecito nel febbraio del 1993 quando, dopo, avere presentato quel decreto, disse al presidente del consiglio Amato, dopo le rimostranze del pool di Milano, che  se Scalfaro lo avesse firmato lui si sarebbe dimesso. Quest’uomo, gentile e perbene, avrebbe mai preso una decisione così grave come quella di abolire a 300 mafiosi il carcere duro se non avesse avuto tutte le garanzie e le coperture necessarie? Scalfaro fu uno dei garanti ma sia Scalfaro sia Mancino erano tenuti sotto scopa perché certo non potevano essere gli unici democristiani a non aver avuto finanziamenti per le loro campagne elettorali e Ciampi era solo un signore garante di equilibri voluti da quella borghesia azionista che ideò e spalleggiò la destabilizzazione degli assetti democratici italiani dal 1991 al 1993 con la doppia tenaglia della criminalizzazione dei finanziamenti elettorali non dichiarati e delle presunte contiguità mafiose. Quel governo, dunque, fu solo l’esecutore di una volontà che non poteva che  appartenere al suo vero azionista, quel Pci di Occhetto e Violante che misero a tacere molti loro compagni, tra cui D’Alema, Chiaromonte e lo stesso Napolitano, che non volevano praticare quella scorciatoia giudiziaria per arrivare al potere come confidò, impressionato, lo stesso Gerardo Chiaromonte, a Giuliano Amato, a Renato Altissimo e al sottoscritto in separata sede. Ne’ Conso, ne’ Ciampi, ne’ Mancino, insomma, avrebbero potuto fare cio’ che hanno fatto se l’architrave politica di quel governo non fosse stata d’accordo. Se qualcuno e’ di avviso diverso lo argomenti in maniera convincente e noi cambieremo idea.  Diventa risibile, allora, l’altera denuncia contro Napolitano per una telefonata di un suo collaboratore che altro non chiedeva che il necessario coordinamento delle procure su di un tema che devastò la democrazia italiana (a proposito, ma perché indaga Palermo e non Roma visto che la trattativa si condusse nella capitale?) I polveroni finiscono sempre per nascondere le scomode verità che da 20 anni vengono taciute. Noi, ad esempio, non riusciamo a comprendere, ci consentirà il Pm Antonio Ingroia, di come le presunte vittime designate dello stragismo mafioso come Mannino vengono ancora una volta, dopo 20 mesi già passati in carcere da innocente, messe sotto indagine mentre chi ha dato corso alla liberazione del carcere duro di 300 mafiosi viene  accusato di falsa testimonianza e, nel contempo, restano nell’ombra quanti hanno gestito i programmi di protezione che in tanti anni hanno reso il più grande servizio alla mafia liberando, tra gli altri, quasi tutti gli assassini di Falcone e Borsellino. Di queste liberazioni nessuno ha mai fatto cenno. Né i politici né i grandi giornali e meno che meno qualche familiare che ha fatto carriera politica. Mai come questa volta, forse, ha ragione di Pietro sulla necessità di una commissione di inchiesta parlamentare per liberare la classe dirigente dai ricatti che da 20 anni la tengono sotto scopa. E a chiederla con insistenza dovrebbero essere proprio coloro che in quella stagione non avevano alcuna responsabilità politica a cominciare da Silvio Berlusconi e da Pierferdinando Casini.

Paolo Cirino Pomicino

 

1 Comment on "Romanzo di una trattativa"

  1. fabrizio pezzani | 5 agosto 2012 at 10:18 | Rispondi

    Bravo , non seguivo la sua attività giornalistica di critica fino a quando un amico del mef ha cominciato a girarmi i suoi pezzi . La Storia nuova del nostro tempo richiede conoscenza storica ma capacità di immaginazione e fantasia altrimenti si finisce col dare ricette vecchie a malattie nuove . Come diceva il grande Toynbee le società collassano quando vengono meno le elites creative sostituite da altre dominanti incapaci di rinnovarsi negli ideali e negli uomini che per mimesi attirano sempre più quelli di basso valore . A quel punto le società si frammentano in parti autoreferenziali che confliggono ,è da quel momento che la società comincia a collassare ed oggi siamo allo stesso punto . Lo scorso anno , in febbraio , ho pubblicato un lavoro .” La competizione collaborativa .Ricostruire il capitale sociale ed economico ” in cui ho cercato di dare evidenza empirica cge la crisi ha orini profonde e lontane nel campo della speculazione – Kant e l’idealismo tedesco come inzio Marx come fine – che ha generato una società individualista e conflittuale ed antiegalitaria nella redistribuzione sul reddito . Il libro all’inizio coraggioso e controcorrente ha poi cominciato a suggerire un modello sococulturale alternativo a quello oggi dominante . Il vero problema sono gli Usa che hanno creato una società asimmetrica aquella pensata dai padri fondatori . Oggi la povertà crescente , ai livelli del 58 ma era un’altra società , la disoccupazione – i dati veri sono molto diversi perchè raccolgono i sottoccupati e quelli che il lavoro non lo cercano più , infine la disuguaglianza vicini ormai alla Bolivia ed all Colombia faranno esplodere le già critiche patologie socialo che stanno devastando una società di disuguali . La crisi rappresenta nel profondo il fallimeto del modello americano e dimostra che l’unico liberismo che funzione è quello del più forte come diceva Tucidide già 2300 anni fa nella Guerra del Peloponneso . Dopo tutta questa introduzione volevo congratulaarmi con la sua capacita di ” leggere ” la Storia che il pensiero unico tecnico-razionale non ha perchè guarda solo al futuro . La penso come lei e questo può verificarlo andando su google dove sono ripresi miei pezzi ed un video recente su ” L’altra finanza ” dove cerco di ripercorrere la genesi della crisi del notro tempo partendo da quel genio , poco conosciuto , di G.B. Vico napoletano anche lui che con la sua ” Scienza nuova ” nel 1724 sosteneva che l’uomo conosce solo quello che fa – verum ipsum factum – e fa la Storia ma a dettare le sue scelte è la sua natura che non cambia mai , per questo ” historia se repetit ” . Oggi siamo nel periodo degli uomini barbari ed aspirimo a recuperare il senso delle relazioni sociali che ci spingano verso la collaborazione perchè l’uomo non può essere felice da solo ma la società di oggi individualista è contraria alla natura stessa dell’uomo.
    Senza conoscerla , a proposito della scelta di Monti , altro tema , sui tecnici dicevo che pre bloccare l’evasione fiscale io avrei sempre chiamato un napoletano ora direi lei . Mi auguro di poterla incontrare per parlare , out of the record , dei temi veri ed alti .
    PS Nel 2001 sono stato in Cina con una delegazione italiana , come rappresentante della Bocconi , sono stato spesso assime a Giulio Andreotti con il quale si era creato un rapporto non banale , so che lei gi è stato vicino , confermo ” grandissima persona ” ce ne fossero come lui che si è trovato a gestire uno dei periodi più difficili della nostra storia e ne siamo usciti , ma la memoria della genta è sempre corta . Scusi la lunga chiaccherata ma non sempre , oggi , si incontrano persone stimolanti.
    Cordiali saluti e . spero , a presto,
    Fabrizio Pezzani

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