Archivi del mese: marzo 2013

IL CIRINO ACCESO: “È UN PASTICCIO ISTITUZIONALE: COSÌ SI INSTAURA IL PRESIDENZIALISMO

Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera”

«Se durerà solo tre giorni diremo: evviva l’originalità. Ma se andremo alle elezioni del nuovo presidente con questo ibrido istituzionale rischieremo grosso». Paolo Cirino Pomicino, da politico navigato della prima Repubblica, mette in guardia sulla soluzione escogitata dal capo dello Stato per tentare di uscire dallo stallo istituzionale.

Cosa teme?
«Se noi sommiamo un pasticcio istituzionale a una guerra politica, il Paese rischia di esplodere».

In realtà il presidente ha solo istituito due commissioni di saggi per formulare proposte utili.
«Sì. Ma questo prefigura un presidenzialismo di fatto alla francese. So, per certo, che ci ha pensato molto a lungo. E riconosco la bontà d’intenti. Ma così uniamo un’altra anomalia alla situazione di impazzimento generale».

Quale?
«Un governo che resta in carica malgrado non abbia la fiducia né del vecchio né del nuovo Parlamento».

La sfiducia non è mai stata votata.
«Ma c’è stato lo scioglimento anticipato delle Camere. E il governo sfiduciato diventa semplice esecutore delle spinte a convergere del presidente e dei suoi saggi. Un’anomalia che deve durare qualche giorno».

Altrimenti?
«Se il presidente che fa l’esploratore allunga questa fase, finisce per fare anche il governo. E se arriva al 15 aprile intercetta le elezioni presidenziali e il pasticcio si fa ancora più grosso».

L’alternativa di Napolitano erano le dimissioni?
«Sarebbe la soluzione migliore. Il nuovo presidente avrebbe la legittimazione che Napolitano, in scadenza, non ha più. Magari si potrebbe pensare a una sua rielezione, come soluzione temporanea nei fatti: lui ha già detto di voler lasciare».

Non crede si sia voluta evitare una nuova crisi dei mercati?
«Certo. Ma non esageriamo a compiacere i mercati. Abbiamo già attraversato crisi simili».

A quando si riferisce?
«Nel 1976 dovemmo dare l’oro della Banca d’Italia, come impegno alla Bundesbank, per ottenere un prestito per pagare gli stipendi mentre il terrorismo lasciava ogni giorno morti e feriti sulle strade. Ma, in piena guerra fredda, Pci e Dc trovarono un’intesa».

Non è un po’ lontano come riferimento?
«Non voglio passare per un nostalgico. Dico che quelle forze popolari non potevano non trovare un’intesa per non mandare il Paese alla malora. È accaduto anche 10 anni fa in Germania quando la crisi rischiava di incancrenirsi e hanno fatto la Grande Coalizione. Anche la Grecia sta tentando di uscirne con la ricerca di un minimo comun denominatore».

È un ultimo appello al Pd per allearsi con il Pdl?
«Ma certo. Non è che se c’è uno impazzito debbano impazzire tutti. Bersani avrebbe dovuto fare ciò che fece Moro: un governo monocolore Dc con accordo per l’astensione di Berlinguer».

Se la leadership pdl fosse stata diversa?
«Se mio nonno avesse le ruote… Non c’è dubbio che la presenza di Berlusconi ha complicato l’accordo. Ma il dato di realtà è questo. Il Pd ora rischia di dover dare la fiducia a una personalità individuata dal presidente, che per formare un governo dovrà avere la fiducia del Pdl. Quindi gli concederà ciò che non ha concesso al suo segretario Bersani. Non è ora di smetterla con questa sorta di cupio dissolvi?».

Perchè un esecutivo posticcio dei democratici non salverà l’economia

Pubblicato su “Il Foglio” del 28 marzo 2013

L’economia italiana è sempre più in affanno mentre sale la rabbia popolare dinanzi ad un sistema politico che sembra impazzito. Come invano da mesi scriviamo  l’economia italiana sta fallendo tutti gli obiettivi che governo e parlamento si erano posti alla fine dello scorso anno e che prevedeva tra l’altro una riduzione del prodotto interno lordo di appena lo 0,2% mentre ad oggi viaggia verso un meno 1,5%. Tutto ciò significa maggiore disoccupazione con imprese e famiglie sempre più in difficoltà e una riduzione del potere d’acquisto di redditi e salari grazie ad un’inflazione al 3%. Insomma povertà e disoccupazione  in aumento, erosione salariale e reddituale, servizi pubblici in dissesto finanziario e di efficienza in un’Europa che stenta a trovare la strada giusta per riprendere una crescita sostenibile contrastando la peste del secolo rappresentata dalla finanziarizzazione dell’economia internazionale che sta modificando il tenore di vita delle società occidentali e che alla lunga incrinerà anche il suo profilo democratico. In questo quadro la ricerca spasmodica di qualcosa che non c’è da parte di Pierluigi Bersani inizialmente intenerisce ma poi irrita e spaventa. Le condizioni economiche e politiche imporrebbero, infatti,  un governo forte e stabile possibile solo con le cosiddette larghe intese capaci di sostenere, per almeno 24 mesi, un esecutivo politico in grado di risolvere alcuni nodi economici, istituzionali e ordinamentali. Il voto degli italiani ha dato, purtroppo, un Parlamento in cui vi sono tre minoranze alternative tra loro. Se fossimo in un periodo economicamente florido, il ritorno rapido al voto sarebbe la scelta più giusta. Così non è, purtroppo, e prima di tornare alle urne il tentativo di trovare un minimo comune denominatore per tirare fuori dalle secche un paese veramente stremato da anni di errori merita uno sforzo da parte di tutti. Certo, il movimento 5 stelle può anche chiamarsi fuori immaginando un tornaconto elettorale nel breve periodo ma lusingare il paese con miti risibili come la decrescita felice, la democrazia diretta e la nuova bibbia di una rete attraversata da banalità ed umoralità varie significa non farsi carico del destino di un paese. In tempi brevi ciò che oggi sembra travolgere tutti e tutto finirà seppellito da una tragica risata. Bersani e l’intero partito democratico devono convincersi dunque che non c’è una maggioranza tradizionale e che quelle larghe intese che già salvarono l’Italia alla fine degli anni ’70 e la Germania all’inizio di questo millennio è l’unica soluzione possibile perché la politica torni  a guidare un paese che da tempo non è più governato e nel quale gli interessi organizzati la fanno da padrone. Se non si ritiene utile o praticabile queste larghe intese, si smetta di cincischiare e si torni al voto quanto prima. Ciò che più farebbe male al paese, infatti, sarebbe una lenta agonia con un governo posticcio che va a cercare ogni giorno in parlamento una maggioranza fatta di transfughi, di astensionisti e di uscite dall’aula. E questo sarebbe il destino anche di un governo del presidente che per reggere dovrebbe avere il consenso di almeno due delle tre minoranze e difficilmente il partito democratico darà ad un altro personaggio ciò che non ha dato al suo segretario. L’Italia non merita tutto questo progressivo sfarinamento dopo un ventennio bislacco in larga parte disarmonico con tutti gli assetti democratici degli altri paesi europei che hanno conservato in questi anni culture politiche da tempo smarrite in Italia. Non  vogliamo dare consigli al presidente Napolitano ma se, in carenza di  maggioranze tradizionali, si dovesse vedere ostruita la strada delle larghe intese per la irresponsabilità del sistema politico, acceleri, con le proprie dimissioni, l’elezione di un presidente della Repubblica nella pienezza dei suoi poteri in maniera tale da ridurre al minimo questo galleggiamento politico che non fa bene a nessuno come per l’appunto capita quando un sistema impazzisce e gira a vuoto mestando l’acqua nel mortaio.

Centro: ruolo dei partiti

Ha ragione da vendere Ernesto Galli della Loggia quando sottolinea l’occasione perduta dal centro politico di intercettare quel bisogno di cambiamento che saliva dalla società italiana. Ma c’è un di più che non può né deve sfuggire. Dopo quasi cento anni, al netto del ventennio  fascista, manca nel Parlamento italiano un soggetto chiaramente riferibile al cattolicesimo politico così come si è incarnato in Italia e in Europa. Manca nel Parlamento ma anche nella società per la inadeguatezza dei suoi maggiori dirigenti, da Casini a Buttiglione per finire a Tabacci, che nel rincorrere un falso modernismo hanno ritenuto di poter scambiare una grande cultura politica con una struttura organizzativa di stampo personale o addirittura con una tecnocrazia elevata al rango di cultura politica. La parola “ centro” in politica non esiste. Essa rappresenta solo un modo rozzo per sottolineare la differenza dalla sinistra e dalla destra che conservano, in Italia ed in Europa, una propria identità. In Europa il cosiddetto “centro” è rappresentato da partiti che si chiamano cristiano-democratici o, come in Spagna, popolari, (era così anche in Italia sino a venti anni fa) a testimonianza di un dato incontrovertibile. Un partito è tale se ha un suo background culturale cui far riferimento e che rappresenta una bussola per comprendere i nuovi bisogni di società inquiete ed economicamente in affanno. Senza cultura di riferimento e senza democrazia un partito si riduce ad una stanca struttura organizzativa spesso messa nelle mani di un leader il cui carisma, nel tempo, affievolisce sino ad esaurirsi come nel caso del popolo della libertà e come avverrà nel movimento di Grillo. Il cosiddetto centro in questi venti anni non ha neanche avuto un leader carismatico e non a caso l’incidenza del cattolicesimo politico è stato pressocchè nullo. Ma l’analisi non sarebbe completa se non sottolineassimo che è stato commesso ultimamente un ennesimo errore, quello di ritenere di riempire quel vuoto politico chiamando a Todi alcune organizzazioni cattoliche in genere senza consensi e in via di esaurimento culturale. L’errore è stato quello di confondere la cattolicità e le sue organizzazioni piccole o grandi (a Todi c’era anche il presidente della CEI Bagnasco)  con il pensiero politico democratico-cristiano mescolando, così, due piani diversi, l’uno profondamente intimistico e religioso oltre che volontaristico e solidaristico, l’altro squisitamente politico impegnato a governare la società ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa. Nel pantheon del pensiero del cattolicesimo politico, infatti, se vi sono alcune encicliche papali (dalla Rerum Novarum alla Populorum Progressio ) vi sono anche, e forse principalmente Maritain, Mounnier, Gioberti, Sturzo, Murri, Toniolo oltre che De Gasperi, Adenauer, Moro e Fanfani e tanti altri. La crisi del Paese, mai così grave come ora, impone la ricostruzione di un partito moderno che affondi le radici culturali nel cattolicesimo politico così come avviene in tutta Europa e che riscopra il gusto e la vitalità di una prassi democratica. E non sembri strano se diciamo che ciò che urge per costruire un nuovo popolarismo serve anche ad una sinistra che da anni non sa più che cosa è non essendo più comunista e non volendo essere socialista. La politica ha bisogno di programmi ma prima ancora di cultura, di democrazia e di identità.

Pubblicato sul Corriere della Sera mercoledì 27 marzo 2013

Requiem tecnico

Pubblicato su ” Il Foglio” il 22 marzo 2013

Come Monti sia riuscito ad annientare anche gli ultimi cattolici rimasti in Parlamento

Al direttore

Il 25 febbraio 2005 Mario Monti e noi “duellammo” a Bruxelles, come scrisse il giornalista che moderava il confronto, in un incontro organizzato dal circolo culturale “Palombella” molto noto nella capitale belga. Il professore era reduce da dieci anni di commissario europeo, prima al mercato interno e poi alla concorrenza, mentre noi  eravamo componenti della commissione affari economici e monetari del Parlamento di Strasburgo. Prima nell’incontro pubblico e poi nella successiva cena, condividemmo con il professore larga parte dell’analisi sull’Europa, ancora priva di un comune governo dell’economia, e sull’Italia che già a quell’epoca era la cenerentola d’Europa per tasso di crescita. Quella sera, a cena, il professor Monti ci disse che dieci anni di commissario europeo gli aveva fatto comprendere sino in fondo cosa fosse la politica della cui ignoranza noi lo accusavamo, scherzosamente ma non troppo, durante i tre anni di collaborazione al ministero del bilancio. A quel punto lo incoraggiammo a scendere in politica ma avemmo l’impressione che fosse affaccendato in più lucrosi rapporti di tipo internazionale. Abbiamo raccontato tutto questo per dire che, dopo quasi un anno e mezzo di governo, Monti di politica capisce molto poco o, per meglio dire, ha un’idea distorta della politica ritenendola solo sinonimo di potere. E lo ha dimostrato nei fatti. Il professor Monti ha preteso di essere nominato senatore a vita da un presidente della Repubblica terrorizzato dai circoli finanziari e politici internazionali prima di assumere la guida di un governo di emergenza. Una pretesa che non ebbero, né Ciampi, né Dini neanche dopo aver reso un grande servizio al paese. Nonostante gli impegni assunti con il Presidente della Repubblica e dopo aver combinato non pochi guai nei suoi 15 mesi di governo mettendo il paese in ginocchio, l’esimio Professor Monti decise, noblesse oblige, di salire in politica mentre tutti gli altri scendevano in politica. Nei suoi colloqui internazionali, lì dove risiede la sua vera maggioranza, Monti aveva spiegato che la sua “salita” in politica avrebbe intercettato tra il 20% e il 25% del consenso popolare e che solo per questo motivo lui era disposto ancora una volta a sacrificarsi come già aveva fatto lasciandosi nominare senatore a vita. Come è andata a finire è fin troppo noto. La sua coalizione non è scomparsa del tutto solo per uno 0,7% che gli ha fatto superare la soglia di accesso al Parlamento del 10%. E’ inutile ricordare che la lista, insieme ai “liberali” (!!??) di Montezemolo, fu denominata “scelta civica per Monti”, una sorta di riedizione, a distanza di quasi 300 anni “ , l’État c’est moi” di Luigi XIV o, forse più giustamente, “la politique c’est moi” . Non c’è, infatti, nella storia democratica europea alcun precedente di una lista civica candidata a governare un grande paese. Ma Mario Monti è un grande professore. E che questa fosse la ratio della sua “salita” in politica, lo ha dimostrato anche in questi giorni quando ha tentato di farsi nominare Presidente del Senato lasciando, senza alcun senso dello Stato, il governo allo sbando. Una volta fermato giustamente dal Presidente Napolitano in questa sua tracimante sete di potere, Monti, dopo aver impedito a chiunque della sua lista di andare alla presidenza della Camera, non ha disarmato e dopo aver chiesto invano di parlare con Berlusconi ha riferito a Gianni Letta la sua “oscena” proposta. I cosiddetti “montiani” ( una nuova specie politica) avrebbero votato Schifani alla presidenza del Senato se il PDL avesse fatto nascere un governo Bersani-Monti e subito dopo avesse favorito l’ascesa, sul colle più alto di Roma, dello stesso Monti ancora una volta disponibile ad un ennesimo sacrificio personale nell’interesse del paese. Monti è un uomo che non conosce l’autorevolezza senza funzione per cui, nel suo caso, è la funzione ad essere autorevole. E con questa filosofia ha del tutto annientato l’ultima presenza del cattolicesimo politico nel Parlamento italiano rappresentato da Casini e i suoi cari. Se questo è il frutto della discesa in politica della nostra società civile che Dio salvi l’Italia.

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