Centro: ruolo dei partiti

Ha ragione da vendere Ernesto Galli della Loggia quando sottolinea l’occasione perduta dal centro politico di intercettare quel bisogno di cambiamento che saliva dalla società italiana. Ma c’è un di più che non può né deve sfuggire. Dopo quasi cento anni, al netto del ventennio  fascista, manca nel Parlamento italiano un soggetto chiaramente riferibile al cattolicesimo politico così come si è incarnato in Italia e in Europa. Manca nel Parlamento ma anche nella società per la inadeguatezza dei suoi maggiori dirigenti, da Casini a Buttiglione per finire a Tabacci, che nel rincorrere un falso modernismo hanno ritenuto di poter scambiare una grande cultura politica con una struttura organizzativa di stampo personale o addirittura con una tecnocrazia elevata al rango di cultura politica. La parola “ centro” in politica non esiste. Essa rappresenta solo un modo rozzo per sottolineare la differenza dalla sinistra e dalla destra che conservano, in Italia ed in Europa, una propria identità. In Europa il cosiddetto “centro” è rappresentato da partiti che si chiamano cristiano-democratici o, come in Spagna, popolari, (era così anche in Italia sino a venti anni fa) a testimonianza di un dato incontrovertibile. Un partito è tale se ha un suo background culturale cui far riferimento e che rappresenta una bussola per comprendere i nuovi bisogni di società inquiete ed economicamente in affanno. Senza cultura di riferimento e senza democrazia un partito si riduce ad una stanca struttura organizzativa spesso messa nelle mani di un leader il cui carisma, nel tempo, affievolisce sino ad esaurirsi come nel caso del popolo della libertà e come avverrà nel movimento di Grillo. Il cosiddetto centro in questi venti anni non ha neanche avuto un leader carismatico e non a caso l’incidenza del cattolicesimo politico è stato pressocchè nullo. Ma l’analisi non sarebbe completa se non sottolineassimo che è stato commesso ultimamente un ennesimo errore, quello di ritenere di riempire quel vuoto politico chiamando a Todi alcune organizzazioni cattoliche in genere senza consensi e in via di esaurimento culturale. L’errore è stato quello di confondere la cattolicità e le sue organizzazioni piccole o grandi (a Todi c’era anche il presidente della CEI Bagnasco)  con il pensiero politico democratico-cristiano mescolando, così, due piani diversi, l’uno profondamente intimistico e religioso oltre che volontaristico e solidaristico, l’altro squisitamente politico impegnato a governare la società ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa. Nel pantheon del pensiero del cattolicesimo politico, infatti, se vi sono alcune encicliche papali (dalla Rerum Novarum alla Populorum Progressio ) vi sono anche, e forse principalmente Maritain, Mounnier, Gioberti, Sturzo, Murri, Toniolo oltre che De Gasperi, Adenauer, Moro e Fanfani e tanti altri. La crisi del Paese, mai così grave come ora, impone la ricostruzione di un partito moderno che affondi le radici culturali nel cattolicesimo politico così come avviene in tutta Europa e che riscopra il gusto e la vitalità di una prassi democratica. E non sembri strano se diciamo che ciò che urge per costruire un nuovo popolarismo serve anche ad una sinistra che da anni non sa più che cosa è non essendo più comunista e non volendo essere socialista. La politica ha bisogno di programmi ma prima ancora di cultura, di democrazia e di identità.

Pubblicato sul Corriere della Sera mercoledì 27 marzo 2013

1 Comment on "Centro: ruolo dei partiti"

  1. raffaele reina | 31 marzo 2013 at 22:37 | Rispondi

    La fine dell’utopia di Todi(1-2-3) ha provocato in tanti una delusione profonda, un disagio frustrante. Mesi di attesa, di concrete speranze di un nuovo inizio per la nascita di una forza laica, aconfessionale, europea, democratica, popolare, d’ispirazione cristiana, in sintesi: recupero del “popolarismo” nel terzo millennio, svanito nel nulla. Illusi, presuntuosi, ambiziosi, visionari? Non lo so, semplicemente l’impegno ad agire di fronte ad una politica grigia, sempre più povera sostenuta da un sistema elettorale balordo, che tiene in vita consorterie elitarie e variopinte oligarchie: causa prima dell’allontanamento di tantissimi cittadini dall’interesse per la cosa pubblica. Questa “anomalia” democratica, ma potremmo usare un termine ancora più vero, suscita in moltissimi cattolici, ormai delusi e stanchi di inutili appelli e inconcludenti proclami, forme di attiva reazione. Si sperava che sensibilità antiche e nuove, senza troppi timori e con rinnovato slancio, guardando al messaggio cristiano di giustizia e pace sociale, potessero contribuire al rinnovamento della forma partito, per favorire la costruzione di una “buona società” incentrata sul bene comune. Si progettavano già le azioni da svolgere per organizzare le volontà, metterle insieme, farle diventare soggetto di proposta per rafforzare l’unità della nostra Italia: solidale, moderna, competitiva in Europa e nel mondo nell’era della globalizzazione. Niente, tutto finito! Si è preferito delegare ogni azione alla “scelta civica” di Monti, pure apprezzabile, ma che non può bastare, essere esaustiva delle peculiarità dei cattolici, educati come sono ad agire e a confrontarsi, secondo il proprio paradigma culturale, etico, politico, sociale. La storia non si ripete, ma l’ambizione a voler rappresentare nella vita pubblica ideali cristiani è più che legittimo, qualcosa di simile a quanto costruito, pur tra insufficienze e incomprensioni nel XX secolo. E’ vero che la condizione di anomìa, una delle cause della trasfigurazione della politica, ha cancellato culture e storie, ma ciò non può significare che i cattolici devono essere condannati a vita alla diaspora, perché se è certamente vero il principio che l’unità politica dei cattolici non è un dogma non lo è neppure la loro divisione. Il crollo del Muro(1989) non ha portato, ancora oggi, la sinistra comunista di origine marxista ad interrogarsi sul suo ubi consistam, ciò nonostante è legittimata come forza di governo. Lo stesso dicasi per coloro le cui scaturigini vanno ricercate nelle dottrine totalitarie reazionarie del XX secolo che hanno prodotto solo tragedie e morte. I cattolici che nella loro storia non hanno avuto gulag o lager purtroppo oggi si ritrovano ad essere minoranza irrilevante, se non addirittura ingombrante e fastidiosa. L’opera svolta da tanti amici vecchi e nuovi per far crescere il nostro Paese, garantendo libertà e democrazia, e mettendo a disposizione della comunità nazionale un patrimonio culturale, morale, storico, politico, sociale accumulato in più di un secolo spesso è stata banalizzata, svilita, offesa. Esaurito l’attuale momento di crisi politica e istituzionale, la questione si riproporrà. I cattolici dovranno riconquistare il loro posto nella storia d’Italia ed essere forza centrale di proposta per favorire benessere, sviluppo, istituzioni moderne, non avendo remore, se del caso, nell’emarginare individualità e sigle alla ricerca solo di collocazione di singoli o di insignificanti ditte.

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