Salvataggi di banche

articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 24 dicembre 2015

La polemica politica sui presunti conflitti di interesse tra il ministro Boschi e la vicenda delle quattro banche commissariate sta mettendo in ombra i veri problemi. Il decreto del governo era un atto dovuto in questo momento perché senza di esso sarebbero finiti in braghe di tela non solo gli azionisti ma tutti gli altri obbligazionisti ed i depositanti al di sopra dei 100mila euro di depositi e migliaia di posti di lavoro. La responsabilità del governo, dunque, non sta in questo decreto quanto, invece, nel fatto di aver lasciato marcire per molti mesi e, in alcuni casi, per anni situazioni di grave sofferenza nei 4 istituti in questione. Mai come in questi casi se il governo, e per esso il ministro del Tesoro, si fosse mosso già alla meta del 2014, il naturale provvedimento sarebbe stato il salvataggio di queste banche nazionalizzandole anche in via transitoria come hanno giustamente scritto  Alesina e Giavazzi ricordando che quasi tutti i grandi paesi hanno fatto altrettanto salvo, poi, rimettere dopo qualche tempo le azioni sul mercato. Il governo invece, ha lasciato marcire il tutto nel mentre lasciavano passare in seno al Consiglio dei capi di stato e di governo la disciplina della Unione bancaria senza capire per tempo gli effetti che questa “strana” normativa avrebbe prodotto in un sistema come il nostro. Infatti mentre il resto d’Europa negli ultimi anni ha speso oltre 3 mila mld di euro tra ricapitalizzazione, crediti e garanzie per nazionalizzare o salvare banche inglesi, francesi, lussemburghesi, olandesi e tedesche noi abbiamo offerto alle banche i famosi Tremonti bond con tassi di interesse altissimi, tanto che solo pochissimi istituti ne hanno acquistato. Ma non è finita! Mentre in Francia e Germania, in Gran Bretagna e in paesi nordici, il pubblico ora è largamente presente nel sistema bancario di ciascun paese noi abbiamo percorso una direzione inversa. Abbiamo chiesto alle grandi fondazioni di ridurre la loro presenza nelle banche senza sollecitare i grandi fondi pensioni o la Cassa Depositi e Prestiti a sostituirle lasciando così che diventassero prede dei grandi fondi di investimento e dei fondi sovrani dimenticando che il nostro capitalismo non ha la vocazione  di investire nella governance degli istituti di credito. Insomma abbiamo lasciato passare una disciplina per cui lo Stato non può più intervenire mentre lo possono fare i fondi sovrani di altri paesi perdendo l’occasione di intervenire per tempo su istituti già fortemente in dissesto. Quando si incolpa l’Europa per ogni cosa si dimentica che il legislatore europeo è anche il nostro governo attraverso il Consiglio e nel caso specifico addirittura alla presidenza della commissione affari economici e monetari c’è un italiano, il democratico Gualtieri. Il nostro presidente del consiglio sembra se ne sia accorto finalmente e avuto subito uno scontro con la Merkel.Ora è ancora possibile porre rimedio in particolare sia attuare il pilastro delle garanzie europee sia nel sistema delle popolari nelle cui compagini azionarie può entrare la Cassa Depositi e Prestiti favorendo riaggregazioni e recuperando così quel ruolo pubblico perduto in un settore vitale del paese almeno per qualche tempo come hanno già fatto molti grandi paesi. Discutere su Boschi è perder tempo e perdere tempo a chi più sa più spiace.

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