Così l’occidente può evitare di trasformare la finanza in un veleno

articolo pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 13 giugno 2017

Il titolo con il quale il Foglio ha ricordato la lezione di Aleksandr Solgenitsin nel giugno del 1978 nella Harvard University si attaglia benissimo a ciò che stiamo vivendo in Italia e nell’intero pianeta. Il mondo in frantumi è il titolo di cui parliamo e mai come ora quel titolo sembra la fotografia del momento. I fatti lo testimoniano. La crisi del medioriente con guerre infinite e terrorismi religiosi ed irredentisti nell’area che va dal Tigri all’Eufrate  e che comprende Iraq, Siria, Turchia, Iran e Afganistan; le tensioni etniche tra sunniti, sciiti e curdi, il duro confronto iniziato da qualche settimana tra l’Arabia e gli emirati del golfo contro il Qatar, la crisi della Libia sprofondata nello scontro tribale e divenuta la porta attraverso la quale masse ingenti di popolazioni fuggono dalla guerra e dalle violenze in Nigeria, nel Ciad e nelle regioni limitrofe dove regna il terrore di Boko Haram con la speranza di arrivare in Europa, le difficoltà crescenti dell’Egitto, stretto tra una dittatura militare e il fiume carsico di un terrorismo fondamentalista sono le questioni incendiarie che più di ogni altra cosa evidenziano le sofferenze del mondo e l’impotenza delle grandi potenze a trovare quel bandolo per dipanare una matassa ingrovigliata di interessi energetici, economici, territoriali e religiosi. Inoltre l’intero mondo occidentale che nel novecento seppe arginare e distruggere terribili dittature alimentate da folli culture illiberali ed omicide oggi soffre di un mal sottile la cui natura sembra non essere avvertita nella sua natura né dalla classe dirigente né dai cosiddetti movimenti populistici ed i cui effetti sono disuguaglianze intollerabili ed inesistenti sino a venticinque anni fa. Non siamo così ingenui da non comprendere che parte della classe dirigente è complice di quel mal sottile che produce da tempo ricchezze elitarie inimmaginabili e grandi povertà di massa. Il famoso ceto medio si è progressivamente impoverito su entrambe le sponde dell’Atlantico ed assiste impotente e rabbioso alla inconsistenza politica delle elites che governano i paesi. I frutti di quella rabbia si vedono negli Stati Uniti (Trump) ma anche in Europa con i podemos spagnoli, la sinistra radicale di Syriza in Grecia e con i tanti movimenti nazionalisti nell’Europa centrale e dell’est. Ma cosa è mai questo mal sottile che erode la coesione sociale delle nazioni spingendole verso una rovinosa implosione? Molti accusano una disordinata globalizzazione, altri la moneta unica europea sognando un eldorado nazionalista, altri ancora una inadeguatezza dei governi o almeno di alcuni di essi e così via. Invece il cuore di quel mal sottile che sta erodendo il contratto sociale sul quale si sono sviluppate le grandi democrazie occidentali negli ultimi due secoli è il capitalismo finanziario. Una sorta di figlio degenere dell’economia di mercato per difendere la quale negli anni settanta ed ottanta in Italia ed in Germania molti dirigenti politici hanno perso la vita. Il capitalismo finanziario è quello che ha trasformato la finanza da necessaria infrastruttura della produzione in una industria a sè stante nella quale la materia prima son quattrini e il prodotto son più quattrini il tutto al di sopra del ciclo produttivo di beni e servizi. Indicatori sensibili di questa distorsione finanziaria sta nella quantità di prodotti derivati il cui valore oggi è stimato in 650 mila miliardi di dollari, circa dieci volte il pil mondiale. Non può sfuggire a nessuno che il prorompente uso finanziario del capitale affanna l’economia reale e di conseguenza mina la crescita dell’economia ma più ancora impedisce una redistribuzione più equa e tollerabile della ricchezza prodotta. Nel Word Economic Forum è stato autorevolmente confermato che l’1% della popolazione mondiale ha il 50% della ricchezza del pianeta e la forbice continua inesorabilmente a crescere. Chi sono quei folli che pensano che continuando in questa direzione il mondo possa pacificarsi e prosperare? Attenti, però! Sul banco degli accusati questa volta non c’è l’avidità della borghesia mercantile e professionale o dell’aristocrazia indifferente alle sofferenze delle plebi. Questa volta la mancata redistribuzione della ricchezza è insita nella natura stessa della enorme ricchezza finanziaria che toglie valore al commercio, alla produzione e naturalmente al lavoro. La produzione di beni e servizi può essere redistribuita e crea occupazione anche con la innovazione tecnologica che cambia i profili professionali dislocando le masse occupate in funzioni diverse ma come si fa a redistribuire la ricchezza finanziaria la cui produzione è fuori dal ciclo produttivo? Alcuni grandi finanzieri così come alcuni premi Nobel hanno intravisto questa strada rovinosa e l’hanno denunciata ma la politica stenta a vederla e quindi non si pone l’antica domanda del che fare. Giuliano Ferrara sente e avverte questa difficoltà nei suoi articoli contro la superficialità spesso cretinesca dei movimenti populistici e protestatari ma quella rabbia non si sconfigge con la scomunica o, peggio ancora, con gli uomini solo al comando che, guarda caso, è spesso l’obiettivo inconsapevole di quegli stessi movimenti protestatari come ci ha insegnato da sempre la storia dell’umanità. Quel mal sottile lo si sconfigge con un pensiero forte ed una elaborazione alta che metta al centro dell’azione politica una grande riforma dei mercati finanziari che non dovrà limitare la libertà dell’economia di mercato, anzi, ma vietare o rendere non conveniente l’uso finanziario del capitale rispetto al suo uso produttivo con politiche normative e fiscali che possano offrire, oggi e non domani, migliori opportunità all’investimento nella economia reale. Bisogna vietare ad esempio la diffusione di prodotti finanziari che abbiano come sottostanti le materie prime che sono la vita del mondo ed impedire la distribuzione di altri prodotti ingegnerizzati al mondo dei piccoli risparmiatori attraverso il mercato retail bancario limitando così la distribuzione solo agli investitori istituzionali. Non faremo certo l’elenco di come regolamentare in maniera diversa i mercati finanziari ma l’imperativo fondamentale resta quello di rafforzare l’economia reale che produce quei beni e servizi la cui diffusione garantisce il benessere delle popolazioni riducendo le disuguaglianze sociali e di ricondurre la finanza al ruolo di infrastruttura della produzione. Noi apparteniamo a quella cultura che ha difeso la legittimità del profitto come garanzia delle libertà personali e collettive, ma il profitto irragionevole è altra cosa, è figlio di quella speculazione che ammazza l’economia reale e inietta veleno nelle società nazionali alimentando disuguaglianze davvero non più sopportabili. È questa la sfida madre del terzo millennio per l’Occidente che non si avvede, tra l’altro, che tutto ciò che abbiamo descritto sta invertendo l’asse del potere mondiale perché l’Oriente ha affidato ai fondi sovrani l’uso finanziario del capitale per cui mentre l’Occidente produce alcune migliaia di milionari gli Stati dell’oriente si arricchiscono e lentamente stanno diventando i padroni del mondo nel silenzio assordante della politica.

paolocirinopomicino@gmail.com

3 Comments on "Così l’occidente può evitare di trasformare la finanza in un veleno"

  1. non inteso per la pubblicazione ,all’ attenzione di PCP
    tratto da twitter

    https://twitter.com/UfficioStampaBI/status/874912333436514305

    la preda sono le banche e quindi indirettamente i npl
    https://twitter.com/sole24ore/status/874690868267016192
    ad esempio ( per citate personaggi legati a politica…)
    e da chi prede i soldi serra per queste operazioni? ( i soliti soros* e il cerchio si chiude..sempre gli stessi schemi..)
    PS:e come mai i npl sono concentrati in Italia ?( sia in termini assoluti che percentuali?) il caso?o faceva comodo..

  2. Francesco Gallo | 18 giugno 2017 at 08:19 | Rispondi

    Come sempre, un’analisi perfetta senza se e senza ma…il vero problema è che rimane vox clamantis in deserto, dato lo strapotere della “comunicazione” asservita, magari non in chiaro, a quegli stessi poteri finanziari che ne fanno arma di fuorviazione delle coscienze.

  3. Francesco Gallo | 18 giugno 2017 at 08:26 | Rispondi

    Come sempre, un’analisi perfetta senza se e senza ma…il problema è che rimane una vox clamantis in deserto, dato lo strapotere della “comunicazione” che, sostenuta com’è, e non in chiaro, da quello stesso potere finanziario è la micidiale arma di fuorviazione delle coscienze. Tanta salute!

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