Perchè il Paese dei partiti non fallì

articolo pubblicato su Il Mattino il 26 novembre 2018

Ho letto e riletto con attenzione l’editoriale di Adolfo Scotto di Luzio su “il Mattino” del 24/11 e sono rimasto sconcertato per il suo contenuto e per aver conosciuto molto tempo addietro il giovane studioso puteolano apprezzandolo. Per venire al punto. Scotto di Luzio partendo da due episodi lontanissimi tra loro, i funerali privati di Aldo Moro a fronte di quelli pubblici senza bara e poi i ritardi sul terremoto dell’Irpinia, li eleva a simboli del fallimento dei partiti. Un fallimento che si sarebbe poi acuito negli anni successivi per la protesta del Nord per i troppi soldi mandati al mezzogiorno dopo quei tremila morti dell’Irpinia. Scotto di Luzio non sa che la stessa sera della grande scossa i parlamentari irpini accorsero da ogni parte e furono vicino alle popolazioni urlando contro i ritardi dell’allora inesistente protezione civile così come il sottoscritto a Napoli dopo aver portato le figlie piccole nella località Damiani si precipitò in prefettura insieme ad altri parlamentari per mettersi a disposizione dell’autorità di governo rappresentata dal prefetto. Una vicinanza della politica assai percepita dalle popolazioni tanto che nelle elezioni del 1983-‘85-‘87-92 la DC rimase sempre il primo partito italiano con il picco del PCI dopo la morte di Enrico Berlinguer e le coalizioni di governo furono sempre maggioranze in parlamento e nel paese contrariamente a quanto è accaduto sempre nella seconda repubblica. Per quanto riguarda Moro quella sofferente fermezza nel non riconoscere un ruolo politico al terrorismo brigatista fu capita ed apprezzata dal paese che dette alla DC nel 1979 oltre 14 mln di voti (38,5%) dando una nuova stabilità politica che duro 15 anni. Nell’immaginare il fallimento della repubblica dei partiti Scotto di Luzio dimentica che negli anni 80 il pentapartito sconfisse a) quelle BR che ammazzavano solo i servitori dello Stato ed i democratici cristiani; b) l’inflazione a due cifre che penalizzava i ceti a reddito fisso con la famosa riforma del punto unico della scala mobile nel 1984 osteggiata dalla sinistra comunista che portò l’Italia al referendum vinto dall’Italia democristiana, socialista, repubblicana e liberale; c) attivò una crescita che in dieci anni fu del 27% reale, cioè al netto dell’inflazione capace di sostenere quel debito che si formava legato più ad una anomalia della pressione fiscale all’epoca molto bassa (35-37% contro il 41/42% di Francia e Germania) che non a spese pazze della pubblica amministrazione. Ma c’è di più. Dal 1976 al 1992 l’Italia passò da una situazione di frantumazione politica, di tensioni sociali, di lotta al terrorismo, di alta inflazione ad una società coesa con forte stabilità politica durante la quale la democrazia vinse contro il terrorismo omicida e nella quale il gap Nord-Sud si restrinse contando al 31/12/1991 nel mezzogiorno di 6,5 milioni di occupati mentre a distanza di 17 anni siamo oggi poco al di sopra dei sei milioni. Questi in sintesi i fatti politici ed economici di quel tempo ma quel che sconcerta è la conclusione cui giunge Scotto di Luzio che ascrive al fallimento della repubblica dei partiti l’ascesa di Di Maio e di Salvini saltando a piè pari i venticinque anni della cosiddetta seconda repubblica in cui accadde l’esatto contrario perché scomparvero le culture politiche e i relativi partiti, ne sorsero altri con nomi sportivi floreali e botanici o risorgimentali ma tutti partiti personali con segretari politici padri-padroni sostenuti da intellettuali come il nostro in questione che inneggiarono alla scomparsa delle identità culturali ed al forte personalismo partitico, scomparvero le preferenze con una selezione della classe dirigente di tipo cortigiano rompendo il legame tra parlamentare e territorio che ha aperto le porte al qualunquismo politico, al ridicolo sovranismo economico e al populismo straccione che sta portando l’Italia alla rovina. Nella logica di un uomo di sinistra e di un borsista dell’istituto Gramsci come lo è stato nel passato Scotto di Luzio queste cose possono sfuggire ma non potrebbero sfuggire a chi pratica studi storici in maniera encomiabile. Se il Mattino ritenesse di fare un Forum sull’argomento “sine ira te studio” farebbe a mio giudizio una cosa saggia ed utile per una stagione nella quale le argomentazioni hanno lasciato il posto agli slogan e le idee al potere brutale e sempre più autoritario.  

paolocirinopomicino@gmail.com 

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