Consigli non richiesti

Articolo non pubblicato da ” Il Foglio” per ragioni di spazio

12/02/2021

È dalla sua nascita che questo Parlamento è dovuto ricorrere ad un non eletto dal popolo per guidare il governo del Paese. La prima volta si è rivolto ad un conoscente di un dirigente dei 5stelle, Giuseppe Conte, che nella sua inadeguatezza di fondo ha fatto pure meglio di quanto si potesse immaginare. Dopo due anni si è arrivati a Mario Draghi personaggio di levatura internazionale che ha dietro le spalle la salvezza dell’euro e della intera eurozona per avere avuto il coraggio di attivare quel “quantitative easing”, cioè l’acquisto di titoli di debito pubblico degli Stati della Unione, spezzando sul nascere la cinica voracità della speculazione convincendo i capi di Stato e di governo. Quella che abbiamo visto, dunque, non è una crisi di governo ma una crisi politica profonda che da 28 anni cammina sotto traccia e che solo chi non voleva non riusciva a vederla. Quattro volte il Parlamento in questo lungo periodo è dovuto ricorrere ad un non eletto (Ciampi, Dini, Monti ed oggi Draghi) per costituire un governo.  Nessuna democrazia parlamentare del mondo ha fatto quel che l’Italia è stata costretta a fare. Oggi dunque c’è Mario Draghi con tutto il suo peso di persona competente sul piano economico-finanziario e con spiccata sensibilità politica e coraggio da vendere. Queste indubbie qualità della persona stanno alimentando, però, uno tsunami di consenso mettendo sulle sue spalle attese messianiche di salvezza e prosperità che rischiano di essere poi in parte deluse nel breve tempo data la vastità e la complessità dei problemi. Ma c’è di più. Noi conosciamo Draghi da 30 anni esatti per aver lavorato insieme con Guido Carli e con me nel governo Andreotti azzerando per la prima volta il disavanzo primario nel 1991. Conosciamo bene, dunque, il Presidente incaricato, la sua visione e la sua determinazione e confidiamo che quelle sue qualità le sappia e le possa esercitare appieno in questa non facile sfida. Lo auspichiamo con forza perché intravediamo una insidia pericolosa, quella di mettere nel governo due politici per ogni partito che sosterrà il governo. Una maggioranza ampia ed al suo interno tanto diversa che se sta nel governo trasferisce ad esso la propria diversità che si trasforma rapidamente in litigiosità. Al contrario la legittima diversità dei partiti di questa possibile e ampia maggioranza se si confronta nel Parlamento e nelle sue commissioni troverà sempre la quadra a sostegno dei provvedimenti del governo e la probabile litigiosità non intaccherà la vita del governo. Così fu nel 1976-’79 con il monocolore Andreotti sostenuto da tutti tranne che dal MSI e dal PLI con scontri furibondi però nelle commissioni parlamentari che non impedirono di approvare la legge per il servizio sanitario nazionale, la legge Basaglia sui manicomi, la riforma della contabilità di Stato e la battaglia contro il terrorismo e l’inflazione. Quando poi nel 2006 Romano Prodi al contrario inserì nel suo governo molti leader di partiti compresi alcuni segretari pensando così di avere maggiore sostegno e grande tranquillità scoprì a sue spese che avveniva il contrario perché dopo ogni consiglio dei ministri i leader di partito dovevano segnalare la propria diversità dando così ai provvedimenti assunti qualche ora prima spesso interpretazioni uguali e contrarie. Morale della favola. Nella sua autonomia Draghi deve avere il coraggio di non inserire nel governo rappresentanti dei partiti o tuttalpiù uno per ogni partito possibilmente non tra i più autorevoli in maniera tale che il consiglio dei ministri non importi al proprio interno  quelle diversità litigiose alcune volte anche strumentali lasciando che sia il Parlamento a ricomporre visioni ed interessi politici spesso anche contrastanti. I partiti, intanto, devono sapere che nel tempo che Draghi darà loro dovranno rinnovarsi e rilanciarsi recuperando identità, visione e democrazia interna abbattendo il cancro del personalismo. Come quasi sempre accade,  i consigli non richiesti non troveranno ascolto e l’unica speranza sarà che questa volta potremmo essere noi a sbagliare.   
Paolo Cirino Pomicino

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