Il deficit di Renzi

articolo pubblicato il 7 ottobre 2014 su Il Foglio Quotidiano

La decisione improvvisa ed unilaterale del governo francese di avere per due anni in più uno sforamento del 3% del suo rapporto deficit/pil attestandolo sopra il 4% non solo dimostra la crisi in cui si dibatte l’unione europea ed in particolare l’eurozona ma anche una sorta di fallimento del semestre italiano ormai agli sgoccioli. Tutti sapevano delle crescenti tensioni sulle politiche economiche e di bilancio di Bruxelles e Renzi, in qualità di presidente di turno dell’unione, avrebbe dovuto convocare una riunione dei capi di Stato e di governo per affrontare per tempo la delicata questione in termini concreti incardinandola come priorità nell’agenda di lavoro. In realtà il governo italiano, focalizzato sui rapporti tra l’Italia e Bruxelles, ha perso di vista la dimensione comunitaria delle tensioni che si stavano accumulando. Forse un peccato di inesperienza ma dopo la svolta francese tutto sarà più complicato per l’Europa e per l’Italia. Anzi, forse,  sarebbe utile, rallentare anche alcune partite già in dirittura d’arrivo come l’unione bancaria che presenta non pochi aspetti problematici. Ma ciò che accade in Europa accade anche in Italia, e cioè una incertezza crescente sulle politiche sinora perseguite e su quelle annunciate. Forse per qualcuno è stata una sorpresa la nota di aggiornamento del documento finanziario approvato dal governo per i tragici numeri emersi sulla crescita, sulla occupazione e sui conti pubblici, ma per noi e per molti altri è stata solo una conferma di ciò che diciamo da mesi. Anzi il governo non ha detto tutta la verità! Non è vero che alla fine dell’anno la crescita del prodotto interno lordo sarà negativa solo per 0,3. Se dovesse intervenire un miracolo forse ci fermeremo a -0.5/-0.6, ma deve cambiare il vento nell’ultimo trimestre e le previsioni non sono in quella direzione. La stessa cosa vale per la striminzita crescita prevista dal governo per il 2015 (+0,6) che inizierà con l’effetto di trascinamento negativo del 2014. Il pareggio di bilancio si allontana nel tempo sino a scomparire all’orizzonte e il debito continuerà a salire (il governo prevede di far scendere il rapporto debito/pil di uno 0,1 cioè niente) mentre il rapporto deficit/pil si dovrebbe mantenere al 3% grazie alla ricchezza prodotta dalla prostituzione e dalla economia illecita e criminale (i tecnocrati di Bruxelles hanno perso anche il senso del ridicolo nel redigere i nuovi criteri con cui misurare la ricchezza prodotta). Da venti anni l’economia italiana non cresce e da ventidue anni è affidata esclusivamente a tecnici di indubbio valore ma che con la politica economica hanno scarsa dimestichezza. Anche per l’economia vale quel vecchio aforisma di George Clemenceau secondo il quale la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei militari. Ciò che vogliamo dire è che da venti anni manca una visione di politica economica e di politica industriale pur essendo l’Italia il secondo paese manifatturiero dell’Europa dietro la Germania. Abbiamo la netta impressione che anche il governo Renzi si sia malinconicamente avviato su questa strada al di là dei fuochi di artificio sull’articolo 18 e sulle tante riforme ordinamentali messe in pista. Renzi ha una forza politica che altri governi non avevano per contingenze oggettive e per le modalità con le quali ha conquistato prima il PD e poi il governo ma rischia di sciuparla per non avere l’umiltà di capire e di operare dopo aver capito. Una cosa è il consenso e la popolarità, altra cosa è l’arte del governare che richiede visione non onirica, strumenti di conoscenza della macchina dello Stato e dei processi economici e una squadra all’altezza. Così non è stato e Renzi ha sbagliato l’agenda di lavoro anticipando le riforme istituzionali a quelle economiche. Per spiegarci meglio con un paragone che ci è caro è come se si volesse curare in pronto soccorso uno sparato  affrontando prima la sua epatite cronica  e poi aggredendo la ferita sanguinante. Il tutto avendo, peraltro, un partito alle spalle che al di là dei numeri schiaccianti che lo sostengono ha due anime profondamente diverse. Bisogna dare atto a Renzi di non nascondere questa diversità genetica tanto da dire nel dibattito in direzione che lui è un cattolico liberale. Musica per le nostre orecchie ma non tale da non chiedere cosa ci fa un cattolico liberale alla guida di un partito iscritto al partito socialista europeo. Certo, vi sono sempre stati socialisti cattolici (vedi Jacques Delors) ma in quegli uomini il termine cattolico non era una cifra politica ma solo la testimonianza di una fede religiosa. Ed è anche vero che il cattolicesimo politico ha nel suo DNA una idea riformatrice e progressista ma profondamente diversa dal socialismo democratico. Di qui, dunque, la debolezza strutturale nell’azione di governo. Davvero Renzi ritiene di fare uscire l’Italia dal tunnel della recessione o della crescita bassissima nella quale è stata relegata da 20 anni con 10-15 mld di euro da spendere e mettendo in busta paga una parte del TFR come si appresta a fare con la prossima legge di stabilità? Non scherziamo col fuoco. L’Italia è in grande affanno e l’idea che si possa uscire dalle difficoltà gettando la furia popolare contro gli stipendi alti a cominciare da quelli delle Camere che sono un “unicum” nelle società nazionali è un altro errore perché accanto all’applauso vociante di un giorno emerge la triste direzione di marcia di essere tutti più eguali nella povertà. Per dirla in maniera semplice o si aggredisce il debito con una manovra finanziaria straordinaria recuperando decine di miliardi dalla spesa per interessi che oggi vanno alla finanza nazionale e internazionale per darli all’economia reale o lentamente il paese morirà e i suoi asset migliori saranno acquistati da quanti si sono riuniti qualche giorno fa riservatamente in un albergo di Milano per discutere sugli acquisti migliori da fare nel nostro paese a prezzi stracciati mentre realtà come Pirelli e Telecom vengono consegnati nel silenzio complice della politica ai russi di Rosnet e ai francesi di Vivendi. Per fare operazioni di questo genere, però, non servono tecnici ma politici che abbiano visione e coraggio per chiamare la grande ricchezza nazionale ad uno sforzo congiunto e salvare il futuro del paese e con esso la stessa ricchezza che gli italiani hanno saputo produrre nel corso di tanti decenni battendo nemici come il terrorismo e l’inflazione a due cifre e mantenendo intatto quel profilo democratico del paese senza il quale non si va molto lontano.

1 Comment on "Il deficit di Renzi"

  1. Gentilissimo On. Pomicino,
    scusi la sfrontatezza, ma il terrorismo è stato effettivamente un aggressore esterno, mentre l’inflazione era una “misura” governativa.
    Ad ogni modo, sempre meglio alta inflazione che non il divorzio di Andreatta!

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