Ecco la verità sul debito

La vera storia degli anni in cui la spesa pubblica è cresciuta senza controllo. L’accusa: colpa di chi ha governato.

Costruire il futuro di un paese in difficoltà come il nostro sulle bugie è come costruire una casa sulla sabbia. Al primo vento crollerà miseramente come c’insegna il Vangelo. È bene allora tentare di fare opera di verità su alcune questioni di fondo e, prima fra tutte, quella del debito pubblico che affligge l’Italia da molto tempo e sulla quale molti speculano, alcuni con dolo e altri per ignoranza, spesso nel silenzio complice di chi sa ma tace. La ricostruzione della nascita e della crescita del debito pubblico deve essere preceduta da una semplice constatazione, anch’essa scolpita nelle cose. Chi vuole descrivere la storia economica di un periodo non può rinunciare a descrivere anche la storia politica dello stesso periodo, visto e considerato che, da che mondo è mondo, politica ed economia si condizionano a vicenda. Veniamo al dunque.
L’andamento del peso del debito pubblico, come si evince dalle tabelle qui riportate, è collegato a quattro elementi: l’inflazione, il tasso di crescita dell’economia, la pressione fiscale e la spesa pubblica.

I saldi di finanza pubblica post manovra

I saldi di finanza pubblica post manovra

Dati Istat

Dati Istat

GLI ANNI ’70
Il rialzo dell’inflazione spesso ha nascosto, come negli anni ’70, lo squilibrio dei conti pubblici: esso, riflettendosi sui consumi e sui redditi nominali (sui salari attraverso la scala mobile), faceva crescere con immediatezza le entrate (il gettito dell’Irpef in misura più che proporzionale), contrastando gli effetti sul disavanzo degli aumenti di spesa.Il collegamento tra andamento dei prezzi e peso del debito è visibile negli anni che vanno dal 1971 al 1979 (tabella 1). In tale periodo, infatti, il rapporto debito/Pil aumentò di soli 16 punti in 9 anni, passando dal 42% al 58,2%, perché l’inflazione dal 4,8% del 1971 si innalzò al 14,8% nel 1979. L’inflazione, però, è la tassa più odiosa in quanto, aumentando il costo della vita, colpisce i soggetti più deboli e in particolare i lavoratori a reddito fisso (in quell’epoca parzialmente tutelati dalla scala mobile a punto unico introdotta con l’accordo Agnelli-Lama che contribuì al protrarsi dell’inflazione). In quegli anni a contenere il debito hanno contribuito anche un tasso di crescita del Pil molto elevato in termini reali (in media circa il 4 per cento) e una politica monetaria accomodante che, mantenendo i tassi d’interesse al di sotto dell’aumento dei prezzi, conteneva l’onere del debito. La crisi economica del ’75 originata dallo shock petrolifero del 1973 (nel 1976 il governo dell’epoca dovette dare l’oro della Banca d’Italia in pegno alla Bundesbank per ottenere un prestito) e il successivo, graduale aumento del tasso d’inflazione negli anni 1976-1980 spinsero il governo Spadolini, con Beniamino Andreatta al Tesoro, a decretare nel 1981 il cosiddetto divorzio Bankitalia-Tesoro. Sino ad allora la Banca d’Italia garantiva l’acquisto integrale dei Bot emessi, alimentando così, con l’emissione di nuova moneta, la corsa dei prezzi al consumo. Il divorzio costrinse, da quel momento in poi, il Tesoro italiano a raccogliere sul mercato dei capitali la provvista finanziaria necessaria per coprire il disavanzo pubblico.

GLI ANNI ’80
La politica monetaria assunse, così, un nuovo orientamento rigoroso rispetto agli anni ’70 portando rapidamente alla riduzione dell’inflazione che passò dal 21,2% del 1980 al 5% del 1988; a questo risultato contribuì l’accordo di San Valentino del 1984 sulla riforma della scala mobile (governo Craxi). Un accordo che scatenò, è bene ricordarlo, uno scontro politico e sociale di proporzioni vastissime che culminò nel referendum del 1985 nel quale vinse la saggezza della DC, del Psi e degli altri partiti di governo, nonché della Cisl e della Uil contro le barricate del Pci di Enrico Berlinguer e della Cgil di Luciano Lama. Al divorzio BI-Tesoro avrebbe dovuto da subito affiancarsi una politica di bilancio diretta a contenere l’evoluzione della spesa corrente e ad aumentare la pressione fiscale, che nel 1981 era di appena il 31,1% a fronte di circa il 43 in Francia e in Germania. Così non avvenne ma per un ragionamento politico in cui si riconobbero la Dc di De Mita, il Psi di Craxi, il Pri di Visentini e gli altri due partiti di governo, il Psdi e il Pli. In cosa esso consistesse è presto detto. Nel biennio ’80-’81 successivo alla morte di Aldo Moro le brigate rosse avevano scatenato la campagna meridionale con l’assassinio di due consiglieri regionali della Dc in Campania e con il rapimento Cirillo e la strage della sua scorta. Tutte le informazioni dei servizi segreti e dei corpi speciali delle forze dell’ordine convergevano su un’unica certezza: il terrorismo non era finito e cercava di trarre nuova linfa dal disagio sociale del mezzogiorno, trasformandolo in ribellismo urbano che rappresentava un humus fertile dal quale il brigatismo rosso poteva facilmente reclutare nuove e disperate energie. Mettere in moto una politica di bilancio restrittiva e riequilibratrice dei conti pubblici con più tasse e minore spesa pubblica avrebbe realizzato una miscela esplosiva fatta di minore crescita, più bassa occupazione, ridotta massa spendibile delle famiglie, elevata inflazione e terrorismo. Una miscela che avrebbe impedito di battere il terrorismo (ancora nel 1982 a Napoli vennero gambizzati due assessori comunali, uno comunista e uno democristiano) e che avrebbe reso impossibile accelerare il rientro dall’inflazione con l’accordo del 1984 sulla scala mobile fortemente contrastato dalla sinistra sindacale e politica. Di qui la decisione di puntare a sconfiggere innanzitutto i due veri nemici della democrazia, dello sviluppo economico e della coesione sociale e cioè il terrorismo e l’inflazione. Il costo di questa possibile vittoria l’avrebbe naturalmente pagato Pantalone. E così fu. Dalla tabella 1 si vede che per effetto delle politiche poste in essere l’inflazione venne progressivamente ridimensionata come già detto dal 21,2% dell’80 al 5% dell’88; il debito, nello stesso periodo, passò dal 58,2% del Pil al 90,8%, oltre 32 punti in più, un aumento più che doppio rispetto al periodo ’71-’79 in cui l’inflazione accelerava. Per lo stesso meccanismo descritto precedentemente per gli anni ’70, il ridimensionamento dell’inflazione nel decennio ’80 ha contribuito a far emergere il peso del disavanzo e del debito; in questa direzione operava anche l’orientamento rigoroso della politica monetaria che, riportando i rendimenti dei titoli pubblici al di sopra del tasso d’inflazione, accresceva la spesa per interessi. Dal punto di vista fattuale l’esplosione del debito fu dovuta: 1)a una bassa pressione fiscale (nel periodo ’81-’88 pari in media a poco meno del 35%, a fronte del 45 in Francia e del 42,5 in Germania) che consentì a molte famiglie italiane di accumulare parte di quegli ingenti risparmi di cui oggi meniamo vanto in Europa. 2)a una abnorme crescita della spesa per interessi (dal 5,1% del Pil dell’81 all’8,3% del 1988) 3)a una modesta crescita del complesso delle altre spese correnti (due soli punti di Pil in 7 anni) che si attestò al 37,2% nel 1988. Sono questi i dati economici frutto di quella decisione politica dei partiti di governo che riconsegnò agli italiani nel 1988 un’Italia “normalizzata” sul terreno democratico (l’uccisione nel 1988 del senatore democristiano Ruffilli fu solo il colpo di coda del terrorismo brigatista morente) e su quello della coesione sociale (nel 1990 dopo un decennio di lenta ma progressiva discesa per la prima volta il tasso di occupazione nel Sud tornò ad aumentare giungendo al 32,7% e il reddito pro-capite salì al 59,3 rispetto al Centro-Nord). Restava, naturalmente, il nodo del debito pubblico, il costo cioè di questa normalizzazione. Un debito che era per il 90% direttamente o indirettamente nelle mani delle famiglie italiane; esse se, per ogni componente, avevano, come si diceva, 30 milioni di debiti avevano in media anche 28 milioni di crediti. Per dirla in breve, quel debito non intaccava assolutamente la sovranità nazionale come purtroppo accade oggi dal momento che la metà del nostro debito è nelle mani di investitori stranieri. Dal 1989 fu avviato il riequilibrio dei conti pubblici, come diranno poi, nel 2002, gli economisti riunitisi a Padova nel decennale della svalutazione. Nel 1989 e nel 1990 il disavanzo primario fu progressivamente ridotto e quindi azzerato nel 1991. Nel 1992 venne realizzato un avanzo primario dell’1,9% (oggi, dopo 20 anni è di appena l’1% del Pil vedi tabella 1). La pressione fiscale fu avvicinata al livello europeo (dal 36,6 nel 1988 al 39,4% del 1991 e al 41,9% nel 1992). L’incidenza sul prodotto della spesa primaria corrente tra il 1988 e il 1991 aumentò di appena 1,1 punti percentuali; l’inflazione venne contenuta nel 6,3%. Il debito rallentò il trend di crescita (solo 7,8 punti di Pil tra il 1988 e il 1991). I risultati raggiunti in quel triennio furono molto più importanti di quanto non appaia dai dati sopra riportati; è infatti da considerare che, da un lato, l’elevato peso del debito, pur rallentando la sua corsa, imponeva tassi di interesse elevati (11-13%), dall’altro, per favorire l’ammodernamento delle infrastrutture e sostenere l’attività produttiva, veniva mantenuto alto il livello della spesa in conto capitale (nel triennio pari in media al 5% del Pil); il tasso di crescita del Pil solamente nel ’91, in connessione con il rallentamento della congiuntura internazionale, scese all’1,5%, un valore comunque molto più elevato di quello che verrà realizzato dal 1992 al 1999 e dal 2002 al 2007. L’accordo del dicembre 1991 tra governo e parti sociali, abolendo la scala mobile, poneva le premesse per il successivo ridimensionamento dell’inflazione. Nessuno, infine, ricorda che il 16 gennaio 1990 ci fu una improvvida decisione del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi che trasferì la Lira dalla banda larga del sistema monetario europeo (+/- 6,5% rispetto alla parità centrale) a quella stretta (+/- 2,5%) senza che alcuno lo avesse chiesto, rendendo in tal modo necessario mantenere alto il tasso di sconto (esso pur discendendo dal 13,50%, in vigore dal marzo ’89 all’aprile ’90, rimase pari al 12, 50% dal maggio ’90 all’aprile ’91). Per riassumere questa carrellata sugli anni ’80 e offrire dati certi su cui basare un giudizio, va ribadito che il Paese fu “normalizzato” con la sconfitta del terrorismo e dell’inflazione; nel triennio 89-91 venne inoltre avviato il risanamento di quella finanza pubblica che aveva pagato il costo della normalizzazione civile della nazione. Sul terreno politico gli anni ’70 e ’80 furono anni difficilissimi. Gli anni ’70 risentirono degli eventi culturali e politici del ’68; ebbe infatti inizio un lungo periodo caratterizzato da manifestazioni studentesche, tensioni sociali, governi di minoranza ed elezioni anticipate (il ’72, il ’76 e il ’79) con una durata delle legislature di soli tre anni. Alla fine degli anni ’60 c’era stata la rottura del partito socialista unificato in ben 3 partiti (il Psi, Psdi, Psiup); questa lacerazione impedì per tutti gli anni ’70 ai partiti laici e socialisti di trovare una strada comune per realizzare l’unica maggioranza possibile all’epoca, quella di centro-sinistra che aveva governato tutti gli anni ’60 e che governerà, poi, tutti gli anni ’80. L’incertezza politica e le connesse tensioni sociali furono la causa prima dei problemi dell’economia reale e della finanza pubblica cui si aggiunsero negli anni ’80 i dannosi effetti del terrorismo brigatista e delle stragi nere. Queste complicazioni politiche scompariranno del tutto con l’inizio della seconda Repubblica.

GLI ANNI ’90
Nel 1991 dunque il Paese si era normalizzato con: 1) un debito pubblico pari al 98,6% del Pil quasi tutto collocato presso le famiglie italiane; 2) un’inflazione non lontana dai livelli europei; 3) la possibilità, abolito quel tabù dei due decenni precedenti – la scala mobile -, di introdurre (come fecero Amato e Ciampi) la politica dei redditi. La svalutazione del settembre ’92 fu causata dall’attacco speculativo alla Sterlina e alla Lira. La nostra moneta non riusciva più a reggere la posizione nella banda stretta di oscillazione dello Sme che comportava, per difenderla, altissimi tassi d’interesse: il divario del tasso di inflazione del nostro Paese rispetto agli altri partner europei (in primo luogo la Germania) rendeva insostenibili le pressioni al ribasso. Dopo un’inutile difesa, che ci fece consumare 60.000 miliardi di lire delle riserve valutarie, fu necessario svalutare la nostra moneta; la svalutazione contestuale della Lira e della Sterlina di fatto fu decisa dal cancelliere Helmut Kohl che, pressato dalle esigenze finanziarie della ricostruzione della Germania dell’est, denunciò il patto che era alla base del sistema monetario europeo secondo il quale le banche centrali avrebbero dovuto difendere le monete nazionali attaccate dalla speculazione comprandone quantità illimitate. Gli anni che vanno dal ’93 al ’99 beneficiarono di azioni strutturali di riequilibrio dei conti pubblici dirette nel 1993 a uscire dalla crisi finanziaria connessa con la svalutazione della Lira e successivamente a realizzare le condizioni per l’ingresso nell’area della moneta unica. La spesa primaria corrente dopo un temporaneo rialzo (al 39,8 del Pil nel 1993) è risultata pressoché uguale a quella degli anni ’89-’91; nel 1999 risultò pari al 37,6 del Pil cioè appena uno 0,7 in meno rispetto al ’91. Nello stesso periodo però venne realizzato: a) un rialzo della pressione fiscale che dal 39,4 del ’91 toccò il picco del 43,6 % nel 1997 per poi ridiscendere al 42,2 nel 1999; b) la vendita a prezzi oltretutto contenuti, di aziende pubbliche per un valore di 160 miliardi di euro (oltre 10 punti di Pil) c) un forte calo dei tassi di interesse (a quello di origine internazionale si aggiunse quello connesso con i progressi realizzati nel riequilibrio dei conti pubblici e nel ridimensionamento dell’inflazione); esso consentì di ridurre la spesa per oneri finanziari di ben 5,1 punti di Pil dal 12,7% del ’93 al 9,3% nel 1997 e al 6,6 nel 1999; d) una riduzione della spesa in conto capitale che nel 1999 risultava inferiore di 0,7 punti di Pil rispetto al 1991; e) una crescita molto bassa in tutto il periodo con una media di poco più dell’1% a causa di un calo, dalla metà del decennio, dell’incremento annuale della produttività del lavoro; f) un debito che, anche a causa della bassa crescita, raggiunse il 121,5% del Pil nel ’95 e scese, beneficiando del forte calo della spesa per interessi, al 113,7 % nel ’99. Per effetto delle azioni poste in essere, compresa la vendita delle aziende pubbliche, il disavanzo complessivo nel 1997 venne portato al 2,7% del Pil (al di sotto del limite del 3% richiesto per il rispetto dei parametri di Maastricht); nello stesso anno l’avanzo primario risultò pari al 6,5% del Pil. Nel 1999, anno di ingresso nell’area dell’euro, il disavanzo complessivo era pari al 2,0% del Pil; l’avanzo primario era pari al 4,6 %; la spesa per interessi subiva, come indicato, un ulteriore, significativo ridimensionamento; Per dirla in breve i dati riportati dicono con chiarezza che l’ingresso dell’Italia nell’euro fu dovuto più all’aumento delle tasse e al crollo dei tassi di interesse che non a una riduzione della spesa pubblica corrente; fu invece tagliata di quasi un quarto la spesa per investimenti pubblici che nel 1999 era pari al 2,4% del Pil a fronte del 3,1 nel 1991 (da quel momento non solo si interruppe la fase di recupero del divario di infrastrutture rispetto agli altri paesi europei ma il Paese non fu più adeguatamente manutenuto).

ANNI 2000
Nel decennio 2001-2011, il tasso di crescita è stato la metà di quello della zona euro; la spesa primaria corrente, anche a causa del crollo del Pil del 2008-09, ha raggiunto un livello senza precedenti (il 42,7%); nel decennio non è mai scesa al di sotto del 37,4 (nel ’91 era del 38,3); la spesa in conto capitale si è ulteriormente ridotta nel corso del decennio; nel 2011 essa dovrebbe risultare inferiore di 1 punto percentuale rispetto al 1999; la pressione fiscale è ulteriormente aumentata di 2,7 punti di Pil rispetto al 2001 e di 4,3 punti rispetto al 1991 (portandosi al di sopra del livello medio degli altri principali partner europei), oggi siamo al record con una pressione fiscale al 45% e il debito è tornato al 120,6% senza mai scendere, anche prima della crisi del 2008, al di sotto del 100%. Sul piano politico e culturale in questi ultimi 20 anni della seconda repubblica non ci sono stati, grazie a Dio, né il terrorismo né un’alta inflazione internazionale, né governi di minoranza nel Parlamento, tutti fattori che alternativamente tormentarono l’Italia degli anni ’70 e ’80; i tassi di interesse internazionali sono risultati particolarmente bassi anche in termini reali. Nonostante le crescenti difficoltà incontrate dalla nostra economia, la politica non è riuscita a maturare in questi ultimi 10 anni la consapevolezza che per non arretrare rispetto agli altri paesi avanzati occorresse attuare riforme adeguate al nuovo contesto. A livello internazionale, c’è stata, invece, una sciagurata deregolamentazione dei mercati di cui pochi parlano e che ha prodotto una crisi finanziaria senza precedenti e a seguire la peggiore crisi economica dal 1929 in poi che ha esacerbato le negative condizioni presenti nel nostro Paese. Ci fermiamo qui per offrire ai lettori una riflessione documentata sull’alibi che spesso sentiamo dire in televisione da esponenti politici di destra e di sinistra (alcuni di questi dimenticano sinanche le loro tabelle trasmesse al Parlamento quando erano al governo come da tab. 3). Siamo pronti, sul terreno dei dati, a fare ammenda di eventuali errori così come siamo pronti a modificare le nostre convinzioni sulle politiche economiche e di bilancio dinanzi a documentate argomentazioni. Ciò che non può più essere tollerato è sentire ripetere l’alibi, dopo 20 anni, del debito ereditato solo per nascondere la propria inconcludenza e la mancanza di visione di politica economica in un mondo globalizzato. Vent’anni sono un’era geologica in politica e se oggi abbiamo un debito del 120% del Pil e una crescita sostanzialmente ferma negli ultimi 10 anni, la responsabilità è di chi ha governato, non di altri. Se ci siamo misurati nella ricostruzione della finanza pubblica degli ultimi trent’anni è solo per aprire un dibattito non per polemizzare ma per ricondurre l’Italia ad un approdo virtuoso che non potrà essere raggiunto, però, senza una nuova e diversa stabilità politica.

Pubblicato su ” Il Tempo” il 04 gennaio 2012

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