Riforma elettorale: la strada europea

pubblicato su ” Il Corriere della Sera” pag. 59 il 21-09-2012

Ho letto con attenzione il documento pubblicato sul Corriere del 18 settembre scorso sottoscritto da molti autorevoli amici  (Ranieri, Giaretta, Morando ed altri) nel quale si sostiene che la salvezza dell’Italia sta in un semipresidenzialismo e in una legge elettorale a doppio turno. Tanto per intenderci, ciò che fece la Francia dopo il crollo della quarta repubblica  e con l’arrivo di Charles De Gaulle. Dal  momento che i partiti non sanno ritrovare una statura politica e morale capace di dar loro la credibilità necessaria per guidare il paese si trasferisce l’autorevolezza direttamente nelle istituzioni con un presidente eletto direttamente. Il ragionamento ha una sua fondatezza. Quando, però, ciò accadde in Francia la forza necessaria per fare quella svolta fu data dal generale De Gaulle che aveva, per la sua storia, un grande consenso popolare e una forte credibilità morale. Queste condizioni oggi mancano in Italia dove non c’è un De Gaulle senza divisa e dove ogni leader di partito rappresenta solo una piccola parte del paese. Non a caso l’Italia da vent’anni ha maggioranze parlamentari che sono sempre state  minoranze nel paese . Se dunque la via francese è impraticabile forse l’unica strada percorribile è quella  che si identifica con l’Europa democratica e con il ripristino delle grandi culture politiche che governano oggi larga parte degli stessi Stati europei. La nostra non è un’ossessione nostalgica ma, al contrario, è la via del futuro in base ad una radicata  convinzione secondo la quale un partito, per essere tale, ha bisogno di una cultura politica di riferimento e di una democrazia interna capace di selezionare sempre  idee ed energie nuove . Senza questi due pilastri i partiti non esistono ma sono poco che più comitati elettorali di stampo padronale com’è accaduto nella nostra cara Italia che negli ultimi vent’anni è stato il paese dell’asinello, della margherita, dell’Ulivo, di Forza Italia e di quant’altro, nomi senza storia e senza cultura. Mentre gli uomini e le donne di tutt’Europa ancora oggi si dividono tra socialisti, cristiano-democratici o popolari che dir si voglia, ambientalisti, liberali e altre culture minori, l’Italia è guidata da formazioni personali prive di un legame culturale che, non a caso, hanno visto ripetersi alla grande quel trasformismo parlamentare che aveva funestato lo Stato liberale pre-fascista (nonostante i collegi uninominali) e che portò dritto alla marcia su Roma. Oggi non ci sarà nessuna marcia ma i segnali di un nuovo autoritarismo sono tutti nell’aria e sono avvertiti sempre di più da quanti hanno buon naso. Solo lungo questa strada “europea” e senza più parlamentari nominati c’è quella salvezza istituzionale e politica del Paese invocata in quel documento e che da tempo è richiesta  anche da quell’antica maggioranza silenziosa di un’Italia  stanca di un genericismo politico sciatto e spesso volgare.

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