Legge di stabilità. Un fallimento

Pubblicato su “Il Tempo” il 26-10-2012

Siamo davvero sconcertati dalla lettura della cosiddetta legge di stabilità che ha sostituito (solo nominalmente sinora) la vecchia legge finanziaria. Lo sconcerto nasce dalla totale assenza di una visione di politica economica per un paese come l’Italia afflitta da vent’anni da scarsa competitività del sistema produttivo, scarsa crescita e quindi salari tra i più bassi d’Europa, scarsa occupazione, in particolare giovanile, alto debito pubblico (la seconda repubblica in 20 anni ha fatto 1100 miliardi di euro di debiti a fronte degli 839 della prima repubblica in quarant’anni ricostruendo il paese). Ad un anno di distanza dall’arrivo alla guida del paese di professor, di banchieri e di consulenti finanziari tutto si è aggravato. Pesantemente aggravato. Forse questo peggioramento è anche comprensibile viste le manovre correttive di finanza pubblica assunte alla fine del 2011 per recuperare fiducia e credibilità politica e finanziaria sui mercati internazionali. Ciò che ci fa cadere le braccia, però, sono le prospettive del prossimo triennio che questo governo ha tracciato nella nota di aggiornamento del suo documento finanziario di cui la legge di stabilità è lo strumento operativo. Più delle opinioni in questo caso valgono i numeri. Sul terreno della crescita che dal 1995 è tra le più basse d’Europa quando non siamo in recessione, il governo prevede un aumento del Pil solo nel 2014 all’1% che passa l’anno successivo all’1,3% nel mentre è ormai acclarato quanto detto da mesi da noi su queste colonne e cioè che nel 2013 l’Italia sarà ancora in lieve recessione. Queste non sono previsioni a legislazione vigente, come si usa dire, ma sono quelle programmatiche, cioè quelle che si realizzeranno se il governo e la sua maggioranza continueranno a seguire la fantomatica agenda Monti sempre più una sorta di “araba fenice, tutti dicono che c’è ma nessuno sa dov’è”. In parole semplici con questo ipotetico tasso di crescita non si amplia l’occupazione, non si risanano i conti pubblici e non si ripristina, per il ceto medio e per quelli più deboli, quella fiducia e quel benessere precedente al 2007. E, cosa ancora più grave, dopo tanti sacrifici di famiglie e imprese, anche il deficit di bilancio, al 2015, sarà ancora dell’1,3 % del Pil e il debito sarà ancora al 119, 9 % del Pil, quasi un punto in più del debito del 2010 (119,2). Ci spiace dire parole dure ma bastano queste cifre per capire il fallimento della cosiddetta agenda Monti. Per non parlare di equità visto che con la manovra fiscale si viene incontro ai più benestanti e naturalmente ai ricchi e si tartassano le famiglie che ballano sul ciglio del burrone della nuova povertà. Sappiamo bene che Monti ha recuperato al paese quella credibilità internazionale che aveva perduta durante il governo Berlusconi ma dopo le elezioni dell’aprile prossimo nessun presidente del consiglio farà più “cucù” al cancelliere tedesco o farà le corna nella foto di gruppo dei capi di Stato e di governo dell’Europa comunitaria e quindi non c’è bisogno né di professori né di ragionieri ma solo di politici sobri e capaci. Questo fallimento del governo Monti nasce da tre cose che sembrano essere ignote ai professori. La prima è che senza crescita non potrà esserci risanamento della finanza pubblica e che ogni punto di Pil  genera una riduzione del deficit dello 0,40 % e pertanto l’Italia dovrebbe, una volta uscita dalla recessione, crescere di almeno il 2 % del Pil per non avere più deficit di bilancio. La seconda cosa altrettanto ignota al governo è che la crescita in parte può essere garantita da quelle che sono definite le riforme a costo zero (esempio tipico è la semplificazione burocratica di cui, invece, con la legge anti corruzione verrà ancorpiù  complicata) ma in larga parte con l’aumento degli investimenti pubblici e privati capaci di costruire una nuova politica dell’offerta a sua volta in grado di generare domanda interna e un forte input alle esportazioni grazie al recupero di produttività dell’intero sistema Italia. Nulla di tutto questo è stato predisposto e, purtroppo, neanche pensato. Terzo elemento sconosciuto ai tanti e cari amici professori impegnati nel governo è il fatto che in una situazione come quella italiana caratterizzata da alto debito e crescita zero è necessario chiamare ai propri doveri la grande ricchezza del paese non potendo chiedere solo al ceto medio, ai più deboli e ai più poveri quei sacrifici che non sortiscono l’effetto del risanamento dei conti pubblici e danno uno schiaffo alla povertà e alla sofferenza come recita questa pessima legge di stabilità che sbeffeggia e umilia gli incapienti, i pensionati di guerra, i disabili veri e i malati gravi. Spiace ripeterlo ma tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi conferma il vecchio adagio popolare: chi sa fare, fa, e chi non sa fare, insegna. Senza offesa per nessuno.

2 Comments on "Legge di stabilità. Un fallimento"

  1. Caro Professor Pomicino, non so se lei lo sia o meno ufficialmente, ma sicuramente dal mio punto di vista lo è, visti i risultati dei professori che non solo da noi si intestardiscono ad applicare senza alcun successo, politiche assurde di austerity fine a se stesse e senza alcuna apertura strategica. Ciò premesso, io sono di quelli che dicono che l’ euro così non regge e tantomeno potremo reggere noi che avremmo bisogno di almeno un decennio per ritornare competitivi, risolvendo i nostri innumerevoli problemi che bloccano il paese (citandone alcuni soltanto, parlo di sistema energetico assurdo, di infrastrutture obsolete, di istruzione sottosviluppata, di pressione fiscale effettiva al 55%, di differenze spaventose di PIL pro capite tra nord/centro/sud, di tutti i costi della corruzione e della macchina della giustizia, etc.). I tempi ed il numero enorme di problemi da risolvere all’ interno di quei tempi necessari, sono incompatibili con l’ attuale situazione generale della moneta europea; ecco perchè io ritengo matematicamente impossibile la prosecuzione dell’ esperienza, a meno di radicali variazioni nella distribuzione delle risorse per aiutare le economie in difficoltà (quel 2% che lei espone è essenziale, ma io ritengo non sufficiente, a causa del fiscal compact e del ESM) attraverso compensazioni anticompetitive, o in alternativa una radicale conversione del mandato della BCE, in linea con quello della FED. Ciò a mio avviso significa, che permanendo l’ impossibilità di queste radicali riforme europee, e non se ne vede alcuna possibilità, la struttura collasserà implodendo.

  2. bruno mecheroni | 17 novembre 2012 at 07:55 | Rispondi

    Lucido come sempre, condividoin pieno l’analisi.

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