Urge contributo dei ricchi per dare copertura al piano di Confindustria

Pubblicato su “Il Foglio” il 30/01/2013

Al Direttore-Il grido d’allarme di Giorgio Squinzi presidente della confindustria avverte che siamo all’ultimo giro per riprendere a crescere recuperando competitività nel sistema produttivo manifatturiero e un tasso di occupazione almeno  al 60, 6% ( oggi siamo a poco più del 56%).  Senza crescita non potrà mai esserci un risanamento dei conti pubblici dice Squinzi come, peraltro, da anni noi stessi scriviamo. Inoltre, un progetto economico  di sviluppo e risanamento non può che essere inquadrato in una cornice istituzionale che recuperi efficienza e non rallenti l’azione pubblica come è accaduto con quella scellerata riforma del titolo V della Costituzione che ha introdotto continui conflitti di competenza tra Stato e Regioni. Detto questo, restano invece deboli e incerte le indicazioni confindustriali per recuperare le risorse necessarie per un nuovo start-up dell’economia italiana fondata su di una diversa politica dell’offerta nel medio periodo. La proposta di Squinzi, infatti, immagina di  recuperare nuove risorse con 1) l’aumento di  due punti dell’Iva cosiddetta ridotta (dal 10%, al 12% e dal 4% al 6%), 2)con una riduzione degli incentivi alle imprese,3) un taglio di un punto l’anno della spesa corrente,4) la lotta all’evasione, 5)un aumento dell’imposta sostitutiva sulle rendite finanziarie del 2017, 6) l’armonizzazione degli oneri sociali,7) le dismissioni del patrimonio dello Stato e naturalmente con l’aumento del maggior gettito derivante da una maggiore crescita. Troppo incerte  le entrate  per i nuovi impieghi, ammontanti, nei 5 anni previsti, a circa 180 miliardi di euro. Non può essere cifrata seriamente, ad esempio, la lotta all’evasione che nel progetto confindustriale, al contrario, nei 5 anni viene stimata in 25 miliardi di euro in più così come non significa pressoché nulla la riduzione di un punto l’anno della spesa corrente (stimati 30miliardi di euro nei cinque anni) se non si indica quali compiti dello Stato devono essere soppressi per non ripetere gli errori degli ultimi venti anni quando si riducevano le risorse alla P.A. senza ridurne i compiti. Per non annoiare chi ci legge, noi condividiamo largamente i punti di attacco confindustriale per recuperare competitività, crescita e occupazione ma riteniamo che sul versante del reperimento  delle risorse si debbano  fare due azioni che chiedono solo un po’ di coraggio e di buonsenso evitando quell’aumento delle due aliquote dell’Iva che peserebbero  su tutte le famiglie ma in maniera drammatica su quelle più povere. La prima azione è l’abbattimento immediato di 8-10 punti di Pil del debito pubblico con un patto, alla luce del sole, con la ricchezza nazionale (con quel 10% di italiani, cioè, che controllano una ricchezza complessiva tra 4 e 5mila miliardi di euro) chiedendo ad essa un contributo straordinario e volontario allo Stato a seconda del reddito e del fatturato con modalità che diano corpo, però, anche ad una premialità futura tale da incentivare  quei contribuenti, persone o imprese, che volessero rispondere all’appello. La ricchezza nazionale deve sapere che mai come questa volta difendendo il Paese difende anche se stessa e il suo “oro alla Patria”, quel contributo volontario, cioè, che non gli cambierà la vita, dovrà essere dato non al governo che di questi tempi non gode eccessiva fiducia, ma alla Banca d’Italia perché destini il ricavato alla riduzione del debito pubblico. Parliamo di 120-150 miliardi di euro reperibili con modalità che già illustrammo da queste colonne oltre un anno fa. Un contributo straordinario e volontario non dà input recessivi e  farebbe emergere ogni anno da 7 a 9 miliardi di euro di risparmio della spesa per interessi. La seconda azione è la dismissione degli immobili a reddito quelli cioè di proprietà dello Stato e utilizzati dalla P.A. (100 palazzi da 100mila mq) che potrebbero dare rapidamente, essendo  a reddito, circa 40miliardi di euro da utilizzare nel primo triennio, per le indicazioni confindustriali ma caricando l’onere di locazione dello Stato per lo stesso periodo (circa 6-7 miliardi) sulle spalle del ricavato per evitare di incidere sui saldi di finanza pubblica. La disponibilità di 50 miliardi di cui 20 correnti nel primo triennio aggiuntivi a quelli incerti previsti dalla Confindustria fornirebbero la benzina necessaria per coniugare lo start-up dell’economia e il risanamento dei conti pubblici lungo la linea di impieghi proposti dalla Confindustria. Il tema di come convincere la ricchezza nazionale a dare  quel contributo straordinario è certamente centrale e ne abbiamo parlato più volte. Senza ripeterlo ancora, ognuno può cimentarsi sapendo che non c’è una via alternativa per salvare il Paese. Tutto il resto, infatti, senza offesa per nessuno, è solo fuffa e povertà crescente.

 

1 Comment on "Urge contributo dei ricchi per dare copertura al piano di Confindustria"

  1. ALESSANDRO VISANI | 3 febbraio 2013 at 11:19 | Rispondi

    Caro Pomicino,

    non uso scrivere commenti o simili ma oggi ne sento davvero l’urgenza e vale praticamente per tutto quello che ho avuto modo di leggere, compresa la sua lettera pubblicata oggi 3 Febbraio sul Corriere della Sera, p.27, colpevolmente “relegata” per ragioni facilmente intuibili tra le “repliche”.

    Si sente davvero la mancanza di persone come lei e lo dico da studioso di Storia Contemporanea, specializzato nelle vicende italiane dal fascismo al secondo dopoguerra.

    In particolare i suoi punti fermi relativi alla deriva autoritaria di questa incredibile “tecnocrazia” sono illuminanti.

    Non so se lei è a capo di una qualche fondazione e/o associazione: se sì mi faccia sapere (anzi, ci faccia sapere): in molti abbiamo bisogno e voglia di fare.

    Con i migliori saluti.

    AV

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