Gufo a me?

PUbblicato su “Il Foglio” il 7 maggio 2014
Al direttore- Tre mesi di governo sono sufficienti, forse, per dare una prima impressione sul profilo del governo Renzi e sulle sue prospettive. L’apprezzamento diffuso per la giovanile energia ha fatto mettere da parte sinora un giudizio severo sui toni sprezzanti del premier e sui tanti provvedimenti ricchi di superficialità ritenuti giustamente più figli di un entusiasmo del fare che non di una cultura di governo consolidata. E ci spieghiamo. Non è possibile che quanti avanzano, argomentando, dubbi e critiche su molti provvedimenti siano sprezzantemente definiti gufi, rosiconi o, nel migliore dei casi, conservatori. In qualche caso addirittura spinti da “uno spirito di vendetta” come sono stati definiti dal nostro premier i responsabili dell’ufficio Bilancio del Senato che con garbo hanno messo in evidenza, come già peraltro avevamo fatto noi, alcune dubbie coperture nel decreto che contiene i famosi 80 euro mensili per i dipendenti pubblici con un trattamento economico sino a 24mila euro lordi l’anno. Se noi usassimo lo stesso linguaggio sprezzante ed offensivo dovremmo dire che mettere, come ha fatto il governo, a copertura di una spesa certa una stima della lotta all’evasione per 2 miliardi di euro è un errore talmente marchiano da dover mettere faccia al muro il pur autorevole ministro del tesoro e addirittura dietro la lavagna lo stesso premier. Noi usiamo altri toni e speriamo che questi errori siano frutto di una velocità che diventa fretta ansiosa che fa partorire spesso strafalcioni in chi non ha lunga esperienza di finanza pubblica e di tecnica legislativa. La stessa cosa vale per quel gettito Iva derivante dal pagamento dei debiti della PA messo anch’esso a copertura di altre spese certe nonostante che previsioni analoghe sullo stesso capitolo l’anno prima siano state smentite dai risultati finali che hanno dato un gettito di poco superiore alla metà di quello previsto. Per non parlare, poi, della riforma del Senato che addirittura sgomenta chiunque abbia un minimo di cultura democratica e costituzionale. Ma gli esempi sono tali e tanti da suggerirci quasi un giudizio irreverente di spavalderia goliardica che poco si addice ad un governo di un grande paese e che finisce per mettere in ombra anche tante cose buone annunciate o avviate. Che significa, ad esempio, annunciare il taglio delle prefetture o delle direzioni provinciali della ragioneria dello Stato? Se a questo taglio delle strutture si accompagnano il taglio delle funzioni pubbliche oggi poste sulle spalle di quelle stesse strutture il tutto ha un senso, diversamente sarà solo un disagio grave per i cittadini costretti a presentarsi agli stessi uffici pubblici che saranno soltanto più lontani dal luogo di residenza o di lavoro. La rivoluzione è la mobilità? Ma questa fu annunciata, fatta e realizzata in nove mesi già nel 1988 e produsse oltre 10mila trasferimenti volontari di personale pubblico tra le varie amministrazioni centrali e periferiche. Dal 1995 essa è ferma e andrebbe solo riattivata ricordando che peraltro è l’alternativa ai prepensionamenti, anche questi annunciati dal governo per assumere 10mila giovani ( ma questi numeri da dove escono?), dimenticando che mandare in pensione anticipata migliaia di dipendenti pubblici ha un costo notevole per le finanze pubbliche ed è in netto contrasto con la tanto sbandierata “spending review”. Noi non gufiamo nè rosichiamo, anzi, ma dopo tre mesi di “ambientamento” governativo vorremmo che si mettesse da parte ogni entusiasmo goliardico ed ogni parola roboante come “rivoluzione “ per studiare meglio i provvedimenti senza ritenere che il Parlamento sia di per sè un fastidio democratico per gli illuminati del governo che hanno nel proprio bagaglio culturale solo l’esperienza di governi locali e una splendida capacità comunicativa. Quest’ultima, però, andrebbe messa al servizio di un cambiamento reale senza inventarsi nemici inesistenti secondo le migliori tradizioni degli autoritarismi di ogni tempo. Matteo Renzi ha radici culturali autorevoli e non può non sapere che la forza di un leader politico è quella di un pensiero che diventa azione convincendo ed ascoltando e non quella di un ordine tassativo con scadenza oraria impartito attraverso un ennesimo cerchio magico autoreferenziale. Noi siamo tra quanti ritengono che sia il premier sia l’attuale maggioranza parlamentare nella sua composizione dovrebbero rimanere ben oltre le prossime elezioni politiche ma non vorremmo che entrambi fossero mallevadori da un lato di una involuzione autoritaria delle nostre istituzioni come quella prevista dalla nuova legge elettorale e dalla riforma del Senato e dall’altro di una politica economica pasticciata e inadeguata a riportare l’Italia ad un tasso di crescita sufficiente per cominciare a ridurre il debito e le drammatiche disuguaglianze che stanno emergendo come ha sottolineato ultimamente il Censis. Le diseguaglianze, però, vanno combattute riportando i redditi bassi verso l’alto e non il ceto medio verso il basso come sembra, invece, stia drammaticamente accadendo da qualche tempo ancorchè accompagnati da una fanfara conformistica che ci sgomenta e ci preoccupa.

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