LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA ELETTRICO ITALIANO

articolo di Paolo Cirino Pomicino pubblicato nel gennaio 2014 sulla rivista “Un’energia tutta italiana”

Il 6 dicembre del 1962, dopo diversi mesi di acceso dibattito parlamentare, fu approvata la legge sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica. Una svolta notevole per la crescita del Paese e per la rimozione di una quantità immensa di disuguaglianze nelle tariffe applicate ai territori, ai settori merceologici e alle aziende. Spesso la diversità tariffaria variava a seconda dei rapporti che i produttori elettrici avevano con i grandi gruppi industriali in un coacervo di interessi spesso anche ai limiti della legalità. Un terzo della produzione elettrica era, in verità, già in mani pubbliche attraverso l’IRI, ma nel triangolo industriale di Lombardia, Piemonte e Liguria erano i privati della Edison e della SIP che facevano il bello e il cattivo tempo. D’altro canto al di là di pochi grandi gruppi, la produzione elettrica italiana era frantumata tra oltre 1200 aziende e parte rilevante dei territori meridionali non erano stati ancora elettrificati con particolare riferimento alle campagne. Questo, in sintesi, lo scenario della produzione elettrica in Italia le cui tariffe erano, sì, disciplinate dal Comitato interministeriale dei prezzi (il CIP) ma questo comitato poneva un tetto al di sopra del quale l’energia elettrica non poteva essere venduta. Al di sotto di quel tetto, però, avveniva di tutto e di più con fenomeni distorcenti la concorrenza e con una forte penalizzazione del Mezzogiorno. Intanto con il Congresso di Napoli del 1961 la Democrazia Cristiana chiuse il ciclo del centrismo con il quale aveva ricostruito il Paese sulle macerie del secondo dopoguerra per aprire ai socialisti di Nenni e iniziare così una lunga stagione di riforme (la nazionalizzazione del sistema elettrico, la riforma della scuola media, la riforma ospedaliera e molte altre ancora). Sul terreno della nazionalizzazione del sistema elettrico italiano la componente più agguerrita era la sinistra lombardiana del Partito Socialista. Anche nella Democrazia Cristiana, però, vi erano idee simili, in particolare sostenute dalla corrente fanfaniana e dalla sinistra di base. Peraltro il primo governo di centro-sinistra che durò poco meno di due anni, era guidato proprio da Amintore Fanfani, punta di diamante di quel gruppo dei “professorini”. Sia il partito socialista che quello democristiano erano, dunque, maturi politicamente per attivare una riforma di quella portata contro la quale, come sempre, si schierarono la Confindustria e il Partito Comunista. È strano, anche se ne si comprende le ragioni di fondo, come negli anni ’50 e ’60 il PCI e la Confindustria erano sempre contro ogni ipotesi di modernizzazione del Paese. A cominciare dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ai patti di Roma del 1957 con i quali partì il nucleo fondante dell’Europa comunitaria, per finire alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. Se, dunque, la visione economica del settore elettrico univa il PSI e la DC, sul terreno politico, ed in particolare sulle sue modalità, vi erano diversità non di poco conto. I socialisti insistevano per la nascita di un ente statale che riunisse tutte le aziende del settore ed avesse la missione di unificare il Paese sul terreno della elettrificazione generale di tutti i territori e su quello della uniformità delle tariffe. La DC, convenendo su questa missione, riteneva più utile la “irizzazione” del sistema elettrico nazionale posto che già un terzo della produzione era nelle mani dell’IRI. Vinse la tesi socialista che era sostenuta da una forte esigenza politica di quel partito e cioè quella di determinare con il proprio arrivo al Governo un’assoluta novità, nella sostanza e nella forma, nell’economia italiana. La tradizione dell’IRI, infatti, apparteneva più alla Democrazia Cristiana che, dopo la decisione del 1933 di Donato Menichella di costituire l’IRI per salvare banche e industrie a seguito della crisi del 1929, rilanciò nel secondo dopoguerra la struttura delle partecipazioni statali. Un’idea brillante e vincente che inserì l’Italia nei grandi settori industriali a tecnologia avanzata (dalla chimica alle telecomunicazioni, dall’energia alla cantieristica, dallo spazio alla robotica e ai nuovi materiali). Per queste ragioni il Partito Socialista volle, fortissimamente volle, un Ente statale diverso dall’IRI e da ENI. La DC, convinta di dover irrobustire la nuova alleanza, dette il via libera alla tesi socialista. Trent’anni dopo, la trasformazione in società per azioni di Enel dimostrò la modernità della tesi democristiana della “irizzazione” che all’epoca fu ritirata dalla DC solo per salvaguardare il nuovo quadro politico ritenendolo essenziale per lo sviluppo del Paese. Se questo, in sintesi, è il ricordo degli anni ’60 non può essere passato sotto silenzio la cosiddetta liberalizzazione della produzione elettrica nazionale che negli ultimi tre lustri ha costretto Enel a cedere parti importanti della sua produzione anche ad operatori stranieri mentre in Francia e Germania non v’è stata alcuna reciprocità su questo versante. Analogamente non si può passare sotto silenzio l’inadeguatezza del nostro capitalismo privato, ed in particolare quello del cosiddetto salotto buono, che ha lasciato Edison, il secondo produttore elettrico nazionale, nelle mani dei francesi della Electricitè de France dopo lo strenuo tentativo di alcune parti pubbliche minori (le municipalizzate di Milano e Brescia riunite nella società A2A) di mantenere una parte del controllo in mani italiane. Anzi, la Fiat fu la mosca cocchiera nel fare da battistrada perché i francesi conquistassero il controllo di Edison, un gruppo così legato alla storia economica del nord del Paese, non avendo neanche il piacere, poi di conquistare la francese Perrier così come Carlo De Benedetti u costretto a ritirarsi dalla battaglia per conquistare il controllo della “Sociètè Gènèrale de Belgique”. Tutto questo si inscrive in quel saccheggio della nostra economia che la cosiddetta seconda repubblica ha consentito a francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi e americani senza alcuna contropartita e senza minimamente cercare di introdurre il nostro capitalismo nel più generale riassetto del capitalismo europeo con il rischio, già in parte realizzato, che l’Italia diventi solo un mercato di consumo e un produttore per conto terzi con una pesante riduzione del proprio ruolo nell’economia dell’Europa comunitaria. Cosa purtroppo già in larga parte avvenuta e non a caso i nostri player internazionali più forti sono ancora oggi le aziende a controllo pubblico. Come è noto i mercati sono neutrali rispetto alla natura della proprietà delle società quotate e non. Cosa che viene puntualmente taciuta da quei liberisti quasi sempre sul libro paga delle banche d’affari.

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