Per Bagnoli non perdiamo altri venti anni

pubblicato il 4 agosto 2014 su Il Mattino

Sono ad oggi quasi 23 anni che la classe dirigente di Napoli segna il passo dinanzi al crescente declino della città, ai suoi drammatici bisogni e alla sua smarrita ansia di speranza. Ventitré anni durante i quali abbiamo sentito le più grandi sciocchezzuole. Dal rinascimento napoletano esauritosi con le feste di piazza del plebiscito alle illusorie rivoluzioni arancioni, è stato un susseguirsi di errori, omissioni e dilettantismi. Napoli è in ginocchio sotto ogni aspetto della vita civile a cominciare, naturalmente, dalle sue attività produttive, piccole e grandi. Nella nostra vita non ci siamo mai fermati a denunce sterili perché altro non sono che polemiche, giuste ma polemiche, mentre per chiunque abbia sensibilità politica il domani è sempre un altro giorno. L’arrivo di Renzi a Napoli non è un avvenimento salvifico ma può essere un’occasione per avviare a soluzione qualcuno dei tanti problemi lasciati irrisolti dai demagoghi e dai dilettanti. Parliamo della zona ovest di Napoli, Bagnoli tanto per intenderci, che da due decenni è avvolta nelle spire di un doloso dilettantismo. Dal 1994, da quando cioè si iniziò a parlare di rinascimento napoletano con la pedonalizzazione di piazza del plebiscito voluta da Ciampi in occasione del G7, sulla scorta di quel progetto che fu battezzato neonapoli dalla stampa dell’epoca e che vide i contributi gratuiti del meglio dell’intelligenza napoletana sotto la guida di chi scrive e di Galasso, entrambi uomini di governo, spiegammo le modalità con le quali Bagnoli poteva trasformarsi da sito produttivo in area turistica con insediamenti anche di ricerca applicata e forte presenza di verde. Ci opponemmo subito all’errore voluto da Bassolino e Rastrelli di una società partecipata degli enti locali e finanziata con soldi pubblici che la regione poteva utilizzarli in maniera diversa. Il nostro ragionamento era di una semplicità disarmante. I terreni di Bagnoli erano dell’IRI-Finsider, i caschi gialli erano dipendenti dell’IRI-Finsider e l’inquinamento era il frutto dell’attività produttiva della Italsider, società la cui proprietà era dell’IRI-Finsider. Anche un bambino avrebbe detto che il risanamento di Bagnoli doveva essere a carico del gruppo IRI e dei suoi eredi, nel caso specifico la Fintecna, che aveva finanche le risorse necessarie parte delle quali provenivano dalla vendita in oriente del vecchio stabilimento Italsider. Scrivemmo fiumi di parole ricordando anche il progetto Utopia messo a punto al ministero del bilancio nel giugno ’91 nel quale, d’intesa con i comuni e le regioni rispettive, si tracciavano le linee operative per il risanamento e la trasformazione delle aree siderurgiche di Napoli e Genova. Fu tutto vano. Dilettantismo e protagonismo provinciale dettero vita a quella Bagnoli Futura il cui destino prevedemmo fallimentare. E pensare che nel maggio del ’91 venne a discutere di Neonapoli al ministero del bilancio il famoso governo ombra del Pci guidato da Giorgio Napolitano trovando larga convergenza di contenuti anche perché a quel progetto avevano partecipato, tra gli altri, anche intellettuali di sinistra di spessore. Bene dopo tanti fallimenti stupidamente perseguiti oggi riscopriamo con gioia che Stefano Caldoro offre la soluzione Fintecna per il risanamento e la trasformazione di Bagnoli. Meglio tardi che mai anche se va detto, senza offesa per nessuno, che quegli errori almeno nei primi dieci anni, furono accompagnati dal consenso di una parte significativa della borghesia napoletana mentre l’altra parte si ritirava in un silenzio sdegnato. Se abbiamo raccontato tutto ciò non è certo per dire, alla maniera dei vecchi generali di cavalleria, “lo avevamo detto” ma solo perché dal fallimento di Bagnoli si traggano i giusti insegnamenti per evitare analoghi errori su altri versanti altrettanto importanti per Napoli i cui fondamentali sono ormai peggio della Grecia. Ci riferiamo ad esempio al porto di Napoli per il quale già esistono da tempo studi e proposte avanzate da uno dei protagonisti della vecchia Neonapoli, Aldo Loris Rossi, puntualmente ignorati dalla regione sempre più presa dall’unico ruolo di risanatore contabile di una sanità che resta per Napoli, al di là delle tante eccellenze, una bomba ad orologeria. Due anni fa fummo sollecitati dalla Cisl di Lina Lucci a mettere intorno al tavolo Comune, Regione e organismi rappresentativi nazionali. La cortesia di tanti verso il sottoscritto consentì una proficua discussione tra Caldoro, De Magistris, la Svimez, Invitalia, il CNR di Nicolais , sindacati e industriali. Facemmo quasi l’elenco della serva delle cose da fare. Siamo ancora a quel punto. Ciò che manca a Napoli è la cultura di governo, quella cioè che fa individuare gli strumenti normativi, finanziari e di governance per affrontare e risolvere questioni essenziali per la città e la regione, ma ancor più la visione complessiva di una città derelitta. E’ tempo che quella cultura ed una visione politica si riscoprano ed è tempo che i politici ingaggino una gara a chi propone qualcosa di buono e di fattibile per Napoli perchè a quel punto chi vince vince, vincerà Napoli. Abbiamo perso venti anni per Bagnoli avendo sotto gli occhi la soluzione, non facciamone passare altri venti invano perché Napoli diventerebbe irreversibilmente preda della disperazione e della violenza.

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